A tenere in vita gli Opg non è la giustizia, ma la psichiatria

Vittorino AndreoliDi Vittorino Andreoli “Una psichiatria che neghi la pericolosità, sostiene, ed anzi sancisce, i manicomi giudiziari e una psichiatria del delinquere. Occorre dare risposta ai casi di chi è malato e violento. Se la psichiatria ufficiale nega la pericolosità, continueranno a vivere i manicomi giudiziari.  A tenerli in vita non è la giustizia, ma la psichiatria. La modificazione nel 1978 dei manicomi, fatta passare per una decisione politica, in realtà era dettata da esigenze scientifiche che nel nostro Paese si sono ammantate di ideologia,  diversamente da altri Paesi. I malati di mente non danno un contributo alla violenza superiore a quello della popolazione in generale e la violenza non può pertanto diventare la misura della follia e del suo gradiente di gravità. 

Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari non hanno goduto della legislazione che ha abolito i cugini manicomi e che dunque sono rimasti al di fuori dell’ampia trasformazione che questi avevano avuto prima della legge 180 del 1978. Non sono stati toccati da quella legge in quanto istituti che dipendevano allora e dipendono ora non dal Ministero della Salute, ma da quello della Giustizia.

Possiamo affermare che se, all’origine, sono figli della stessa ideologia e del medesimo assetto di gestione del malato hanno poi seguito un destino differente, con la chiusura dei “civili” e il mantenimento di quelli giudiziari

Ciò non significa che non si siano alzate sovente voci che richiamavano alla necessità di inserire nello stesso corso anche gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e che non si sia parlato di chiusura. Di fatto ciò non è avvenuto.

L’idea comune ai manicomi, civili o giudiziari, era il Positivismo, quella scuola capeggiata da Bianchi, Lombroso e Sighele che oltre a occuparsi di folli, si era dedicata anche alla follia criminale e per entrambe le situazioni aveva teorizzato che si trattasse di una degenerazione mentale insanabile e che, dunque, il problema della società era il controllo e la reclusione per impedire che si iterassero i comportamenti folli o le follie criminali.

Una concezione che si è fortemente trasformata. Questa trasformazione è alla base della chiusura dei manicomi provinciali e dovrebbe essere la premessa per modifiche di quelli giudiziari.

Vogliamo sottolineare che la modificazione nel 1978 dei manicomi, fatta passare per una decisione politica, in realtà era dettata da esigenze scientifiche che nel nostro Paese si sono ammantate di ideologia, diversamente da altri Paesi

L’esigenza nasceva e nasce, sul piano scientifico, dalla non accettabilità, oggi, della scuola lombrosiana o del Positivismo della Scuola criminale italiana, sostituito, per riportare in maniera rapida i risultati, dalla dimostrazione che il comportamento normale o folle e quello criminale non sono riportabili e riducibili alla sola situazione biologica del cervello o dei geni che ne organizzano la struttura, ma occorre aggiungervi anche una componente psicologica, legata alle esperienze del singolo e in modo particolare a quelle delle prime fasi della vita, l’infanzia, oltre a un terzo fattore dato dall’ambiente, cioè dal “luogo” in cui quei comportamenti si estrinsecano: ambiente inteso come luogo geografico, ma soprattutto come relazione

La biologia è fondamentale, ma non diversamente dagli altri fattori: e solo la loro combinazione fa emergere il comportamento folle o delinquente. Tutti e tre i fattori hanno un peso, anche se diverso caso per caso, non tale tuttavia da attribuire a uno soltanto la determinazione meccanica, e dunque quel fatalismo che era alla base del credo lombrosiano.

Su questa certezza scientifica, quanto meno allo stato attuale della ricerca, non è possibile in alcun modo sostenere la tesi del criminale nato e del criminale immodificabile, bensì si apre il campo, anzi si impone, della possibilità della prevenzione del comportamento del criminale e della sua riabilitazione.

Una idea fondamentale a ogni ordinamento giuridico che, applicando una pena, deve ammettere che si tratta sempre di pena temporanea e riabilitante. Manca la possibilità di sostenere la pena indefinita o addirittura preventiva, come la scuola di criminologia positiva aveva sostenuto.

Non si può dimenticare il Congresso di criminologia del 1896 a Ginevra, in cui Lombroso riuscì a far passare la mozione per cui il delinquente che doveva ricevere una pena adeguata al reato, nel rispetto dei principi giuridici, doveva tuttavia non ritenersi libero dopo averla scontata, poiché si trovava in condizione di commettere lo stesso reato o un altro magari più grave. Insomma se la pena era legata al crimine commesso, la libertà doveva essere negata, per tener conto dei crimini che il delinquente avrebbe commesso.

Questo richiamo diventa importante per sottolineare che se la istituzione dei manicomi criminali era stata dettata da quelle teorie, e sono rimasti immutati dalla data della loro istituzione, essendo cambiata la conoscenza scientifica e la teoria, devono modificarsi.

Lo stesso concetto può anche essere espresso affermando che, se ha avuto un senso il cambiamento di manicomi provinciali, tenuto conto della diversa lettura e trattamento della follia,non possono rimanere immutati quelli della giustizia che non sono altro che manicomi, in cui entra una follia che ha commesso dei reati.

In pratica la storia dei manicomi provinciali ha toccato indirettamente e ha influenzato anche quelli giudiziari.

Non in maniera legislativa o diretta, ma ha riportato il clima culturale che si era mosso attorno alla riforma, o meglio alla rivoluzione che ne aveva fatto sancire la chiusura.

Un effetto di due tipi: il primo costituito dalla diminuzione della popolazione. Il secondo effetto si è espresso sulla conduzione che sempre più ha perso il rigore della custodia per aprirsi a veri e propri interventi di terapia riabilitativa, con una ristrutturazione dei luoghi e l’invenzione di “terapie” che si erano imposte anche nella psichiatria che si era nel frattempo chiamata territoriale. Esistono iniziative di terapia occupazionale, di arte terapia, di interventi di gruppo.

Insomma se gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono stati al di fuori della riforma legislativa, non sono stati esclusi da iniziative di rinnovamento, proprio perché a dirigerli c’erano degli psichiatri e quindi una cultura che cambiava esattamente come quella di chi lavorava nella nuova psichiatria.

Si farebbe un errore e una ingiustizia verso coloro che operano in queste strutture se si volesse affermare che sono rimaste immobili, come se nulla fosse accaduto nella psichiatria in generale e non solo in quella italiana. Di fatto sono cambiati i medici psichiatri e gli stessi agenti di polizia penitenziaria sono più attenti ai bisogni del malato. E già questo termine malato, che si è imposto su delinquente, è un segnale del cambiamento.

Vale la pena di porci una domanda e cioè se sarebbe stato possibile immettere i manicomi giudiziari sullo stesso binario o su un binario parallelo a quello seguito dai manicomi ordinari. Una domanda che non è solo pleonastica, una sorta di gioco dei possibili percorsi della storia, quando è ben stabilito che ne ha seguito uno e soltanto uno, quello che si è imposto. È una domanda che serve tuttavia a focalizzare il problema specifico che esisteva allora e che si pone anche oggi.

Per chiarezza vogliamo dire che a nostro avviso non era possibile e sarebbe stato un errore accomunarli allo stesso destino.

La legge 180 ha cambiato la definizione di folle: non più “chi è pericoloso a sé e agli altri o è di pubblico scandalo”, definizione della legge del 1904, ma ora, con la legge 180/1978, la definizione del “disturbo psichico” è esclusivamente medica e nella legge non si fa mai riferimento alla parola “pericolosità”, ritenendola estranea al malato psichico o quantomeno non specifica e che comunque la violenza, la pericolosità non sia un sintomo psichiatrico e non possa interessare lo psichiatra, ma riguardare le forze dell’ordine se mai si fosse manifestata.

Si era effettivamente messo in luce, e ciò risulta vero anche oggi, che i malati di mente non danno un contributo alla violenza superiore a quello della popolazione in generale e che la violenza non può pertanto diventare la misura della follia e del suo gradiente di gravità.

Il malato psichico era, per quella legge, un malato che andava curato dove vanno tutti gli altri malati, gli ospedali civili, e da medici che dovevano svolgere una attività sanitaria secondo i criteri della medicina in generale con la sola preparazione scientifica e la deontologia medica. Tutto ciò che esorbitava da questo scenario era compito d’altri, incluso il controllo della violenza: se c’era, era un fatto che si aggiungeva alla malattia mentale, ma non era strutturale.

Questi principi, che certo furono discussi allora e lo sono adesso, non si possono applicare al malato di mente sottoposto a misure giudiziarie che si fondano sull’aver egli commesso reato e sulla possibilità che il reato venga reiterato.

Non si può cancellare la violenza che è alla base del reato per il quale si è proceduto.

Una psichiatria che neghi la pericolosità è inconciliabile con l’operare giuridico che valuta proprio la pericolosità e si pone il problema se chi l’ha attuata sia responsabile. Non può cancellare il motivo stesso dell’obbligo dell’azione penale e non può dividere il soggetto incriminato in un malato di mente da dare agli psichiatri della nuova psichiatria e un violento da dare invece alla reclusione.

Comunque si voglia vedere la posizione di chi ha commesso reato, e dunque ha usato violenza, non si potranno cancellare il fatto e la pericolosità, né negare che la pericolosità sia connessa a persona malata di mente. Non la si può negare e separare come ha fatto la Legge 180. Qui esiste il reato, un capo di imputazione, una provata colpevolezza.

Se la legge 180 è compatibile con la cura, non è compatibile con la responsabilità della giustizia che parte da una violenza espressa di cui si deve occupare, anche se è compiuta da chi è affetto da disturbo psichico. Non può consegnare chi ha commesso reato ad uno psichiatra della legge 180 che afferma per principio di non volersi occupare di pericolosità perché “è compito di altri” Se è così,

e su ciò si può eccepire, certo quel malato pericoloso non lo si può né dividere, né darne un pezzo all’organizzazione penitenziaria e un pezzo alla psichiatria del territorio.

La pericolosità è il problema reale anche ai giorni nostri: la psichiatria può negarlo e chiamarsene fuori ma non lo può fare il magistrato per il quale la pericolosità non solo esiste, ma è la preoccupazione stessa della sua funzione prevenirla e ridurla.

A scanso di labirinti di parole che non ci sono congeniali, mentre affermo (e l’ho dimostrato nella mia professione), che la legge 180 e i suoi principi sono in grado di dare risposta ai bisogni del malato psichico e quindi che è da mettere la parola fine ai manicomi controllando ogni nostalgia, affermo allo stesso modo che la pericolosità esiste all’interno della follia, e che il delirio, per esempio, ha un alto rischio di errata interpretazione della realtà e di reazioni violente proprio per interpretazioni inadeguate: si pensi al delirio persecutorio. Sostengo dunque che la pericolosità è parte della psichiatria e che solo una psichiatria che voglia gestire la pericolosità potrà occuparsi anche di chi ha commesso reato e soffra contemporaneamente di disturbi mentali, anzi lo abbia commesse in quanto malato. Fino a che la psichiatria ordinaria, quella della legge 180, non ammette questa possibilità, non sarà possibile cancellare gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, dove si cura la follia che ha commesso delitti e dunque si è espressa in una pericolosità configurata nei reati per i quali esiste l’obbligo dell’azione penale.

Questo andava detto fin da ora, per mostrare che la asimmetria tra legislazione psichiatrica dei malati ordinari e quella del malati con comportamenti criminali è necessaria, in queste condizioni storiche, e non sanabile allo stato presente.

Ciò non significa che le strutture debbano essere quelle odierne, ma certo che alla giustizia servono luoghi che si occupano di disturbati psichici violenti. E non importa se sono tanti o pochi e se la violenza non sia percentualmente più elevata rispetto alla popolazione in generale: ciò che conta è che esistono e che la legge si deve occupare di quelli che ci sono di fatto, anche se al limite, fosse uno solo. L’ammissione di principio, nella situazione attuale, di luoghi per questo tipo di combinazione: disturbo psichiatrico e violenza, che significa, nella mia prospettiva, “disturbo psichiatrico con la violenza come sintomo strutturale”, determina la necessità di una psichiatria che non affermi categoricamente di non volersi occupare di ciò.

Né può giocare sulla affermazione che di fatto se ne occupano i Trattamenti sanitari obbligatori (TSO), poiché è noto che la degenza media anche in questi casi è di pochi giorni, spesso con reingressi ritmici: questo rischio non si ammette nel caso di soggetti che abbiano commesso un delitto, poiché potrebbe reiterarsi ad ogni dimissione.

Una psichiatria che neghi la pericolosità, sostiene, ed anzi sancisce, i manicomi giudiziari e una psichiatria del delinquere.

Ciò a me non piace, ma il punto di osservazione deve centrarsi sulla psichiatria, non sul sistema giudiziario.

I manicomi criminali sono nati quando la psichiatria ufficiale ha sancito, con Lombroso, che il delinquente è un degenerato il quale, se commette un delitto, certamente lo reitera e allora va custodito per sempre.

Se questo non è più vero e vogliamo che il sistema giudiziario dia risposte nuove, in linea con la psichiatria attuale, occorre dare risposta ai casi di chi è malato e violento. Se la psichiatria ufficiale nega la pericolosità, continueranno a vivere i manicomi giudiziari. A tenerli in vita non è la giustizia, ma la psichiatria.

Queste considerazioni servono a mostrare che la nostra ricerca si inserisce in problemi di grande attualità e si interroga sulla modalità migliore per rispondere ai bisogni del malato che oggi si trova all’interno degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e continua ad andarci. Non si tratta di una ricerca accademica, ma centrata su problemi e problemi urgenti, e si pone come uno strumento da dare a chi spetta il compito decisionale, per poter fare valutazioni conformi ai dati.

Fonte VITTORINO ANDREOLI, “Anatomia degli Opg”

  • AP

    Siamo finalmente arrivati al punto! Il 22 novembre 2010 ho scritto cio sul sito del senatore Marino Ignazio che si sta ocupando della chiusura/trasformazione degli OPG.
    “Caro senatore Marino
    si ricordi di essere un MEDICO, gran medico tra l’altro, prima che un politico. Bene che lei si occupi di psichiatria partendo dalle situazioni piu difficili. Bene che lei e la sua collaboratrice abbiate visto quanto difficile sia il lavoro degli pscihiatri in Italia ed in quali condizioni versino determinate strutture che dovrebbero essere invece all’avanguardia (OPG). Bene far uscire i 300 pazienti a bassa pericolosità e poi chiudere gli OPG definitivamente perché carceri e non strutture di cura.
    Attenzione pero perché in Italia una parte della Psichiatria, che é quella che sostiene la chiusura degli OPG, non é all’altezza di questo compito. Prima di tutto perché é autoreferenziale e poi perché dei pazienti gravi non é in grado di occuparsi, tanto che la legge 180 é stata impostata sulla negazione della pericolosità sociale.
    In altri paesi da anni esistono strutture idonee per pazienti pericolosi, e la pericolosità é tenuta in conto rispetto alla necessità di ospedalizzazione. Ad esempio in Francia esisto le UMD, Unita Malati Difficili. Da queste strutture i pazienti possono essere dimessi o meno a seconda dello stato clinico (e della valutazione rispetto alla pericolosità).
    Ricordiamoci che aver commesso un reato violento é il predittore maggiore di ulteriore violenza assieme all’abuso di sostanze. Quindi si chiudano gli OPG, ma tutti siano coscienti che in Italia si dovrà cambiare la legge 180 e gli psichiatri del territorio e dell’università dovranno ricominciare ad occuparsi di periolosità sociale sia a livello di clinica che di ricerca. Altrimenti anche lei senatore avrà contribuito a chiudere qualcosa senza costuire nulla.
    Ci sono gia giudici che non potendo piu inserire i pazienti autori di reato negli OPG e non essedo ancora in tutte le regioni attive strutture idonee minacciano di inviare i pazienti a domicilio affidandoli alla responsabilità dei servizi di salute mentale…….”

    Continuare a dire che non ci occupiamo di pericolosità é prima di tutto falso perché la maggior parte dei TSO sono richiesti per questo (sarebbe interessante prepare un sondaggio sul sito a tal proposito) ed inotre difficile da accettare da parte dell’opinione pubblica. Pensate ad un cardiochirgo che dica l’aneurisma aortico di piu di 4 cm é una bomba ad orologeria, per cui faremo di tutto per tenenrlo sotto controllo, se necessario faremo anche un intervento invasivo, ma i rischi sono comunque elevati e non eliminabili del tutto ed un altro che dice “io dell’aneurisma dell’aorta non mi occupo perché tanto di qualcosa si muore comunque”.

  • http://www.facebook.com/elena.dobici Elena Dobici

    Per favore, qualcuno mi può spiegare dove andrebbero i degenti degli opg in caso di una loro chiusura? Ripetiamo ciò che è accaduto con la 180, ossia chiusura dei manicomi senza alcuna alternativa? Rieduchiamo il pedofilo omicida mandandolo a lavorare come maestro d’asilo per sensibilizzarlo nei confronti dei bambini? Scusate la mia ignoranza e la mia rigidità mentale, ma l’idea della chiusura degli opg non la capisco proprio.

  • http://www.facebook.com/people/Nicola-Bonacci/1287903097 Nicola Bonacci

    non sono andreoli ma sono in perfetta sintonia .il potere degli psichiatri è il limite della psichiatria

  • http://www.facebook.com/people/Nicola-Bonacci/1287903097 Nicola Bonacci

    non è il luogo la cura

  • AALoisi

    “…in Italia una parte della Psichiatria, che é quella che sostiene la chiusura degli OPG, non é all’altezza di questo compito. Prima di tutto perché é autoreferenziale e poi perché dei pazienti gravi non é in grado di occuparsi, tanto che la legge 180 é stata impostata sulla negazione della pericolosità sociale…”

    ESATTO!!

    E’ TUTTO VERISSIMO, purtroppo

    ed è anche scandaloso che la legge 180 sia “stata impostata sulla negazione della pericolosità sociale” V E R G O G N A

  • AAPP

    Ci sono gia giudici che non potendo piu inserire i pazienti autori di reato negli OPG e non essedo ancora in tutte le regioni attive strutture idonee minacciano di inviare i pazienti a domicilio affidandoli alla responsabilità dei servizi di salute mentale…….”

    I pazienti possono finire con il rientrare al proprio domicilio se non ci saranno strutture adeguate, perché i giudici non possono applicare piu la “pena” OPG e quindi saranno seguiti esattamente come tutti gli altri pazienti, vale a dire senza poter tenere in conto la pericolosità sociale e senza aver strumenti, se non lo spuntato TSO o l’esagerata e spesso inefficace INTERDIZIONE LEGALE, per agire e prevenire gli agiti determinati dalla patologia psichiatrica.

  • AAloisi

    ecco qua un bel link, su una spaventosa tragedia, vediamo se fa riflettere

    http://www.corriere.it/cronache/09_agosto_25/livorno_malato_psichico_ruba_pullman_uccide_pedone_58386706-916d-11de-b01b-00144f02aabc.shtml

    neghiamo la pericolosità sociale, mi raccomando

  • FV

    Ma chissenefrega, ormai, se la “modificazione nel 1978 dei manicomi” fu dettata da esigenze scientifiche o da decisioni politiche. In tutti i casi i manicomi rimasero in servizio attivo fino alla fine degli anni 90 per molti degli ammalati che già vi abitavano. In barba alla scienza e alla politica. E buon per loro che per i nuovi malati si rimboccarono e si rimboccano le maniche le famiglie (quelle che la scienza per decenni ha continuato ad additare come il “crogiuolo della schizofrenia”, influenzando negativamente la politica e l’opinione della gente). Familiari che si sono fatti carico anche di parecchi dei compiti prima svolti all’interno degli ospedali psichiatrici. Ad esclusione, certamente, della contenzione fisica che la scienza invece continua a praticare con protocolli ad hoc in moltissimi servizi psichiatrici di diagnosi e cura del Bel Paese. Per quanto riguarda il punto sugli ospedali psichiatrici giudiziari: mi sembra che si proceda palesemente con la tecnica dell’omissione calcolata. Non capisco se per motivi scientifici o politici. L’OPG lombardo di Castiglione delle Stiviere non ha a libro paga nessuna guardia carceraria, mentre i 210 operatori sono dipendenti dell’azienda Ospedaliera Carlo Poma di Mantova e si dedicano a circa 270 ammalati. Castiglione ospita l’unico reparto femminile italiano e quindi le situazioni degli altri 5 gulag riguardano detenuti maschi, controllati da personale che per tre quarti è in divisa di guardia penitenziaria ed è capace di fare solo quello. Come mai Castiglione delle stiviere (che all’estero ci invidiano) anziché essere indicato come una meta da raggiungere dagli altri sedicenti OPG: viene volutamente ignorato e inserito volutamente nel poco nobile gruppo?
    Se è vero, come è vero, che la percentuale di azioni delittuose compiute da persone con problemi di salute mentale non si discosta da quella attribuita alla popolazione in generale: perché la pericolosità dovrebbe diventare il marchio di fabbrica della malattia mentale? E’ vero che tutt’altra percentuale risulterebbe sommando anche chi alla malattia aggiunge sostanze stupefacenti. Trovandosi, poi, a cercare affannosamente e dolosamente dei soldi per procurarsene dell’altra. Ma questa realtà non può condizionare il giudizio sulla stragrande maggioranza dei cittadini sfortunati che devono affrontare quotidianamente il loro problema di salute mentale. Le carceri “normali” sono sature di persone “normali” indotte a delinquere per la droga. La cosa, però, non fa diventare automaticamente spacciatori tutti gli altri “normali” in circolazione.

  • dr.Tito Gattoni-v.Olimpia 5-Desenzano/Garda

    in un ottica di modernizzazione assistenziale e di prevenzione di comportamenti violenti o comunque a rischio avevo auspicato centri psichiatrici riabilitativi costituiti da moduli di venti posti letto, divisi secondo tre gruppi di patologie: Disturbi dello spettro schizofrenico e bipolare, a impronta dissociativa, disturbi dell’umore e dell’alimentazione, disturbi da dipendenze ( pazienti borderline), compresi quelli da devianze sessuali; in sostituzione degli S.P.D.C.( dove attualmente possono essere ricoverati pazienti che non necessitano di riabilitazione come dementi, portatori di handicap o personalità antisociali, non esistendo una specifica normativa).Anche gli O.P.G. sarebbero sostituiti da queste strutture, essendo non lontane dalla residenza del paziente e dai servizi territoriali che il più delle volte ben conoscono il paziente e le sue dinamiche interpersonali. Il progetto riabilitativo in regime di ricovero volontario o obbligatorio, verrebbe sottoposto periodicamente ( come avviene in molti stati) ad una commissione , liberamente nominata dal magistrato di sorveglianza, per garantire al paziente il massimo delle garanzie costituzionali. Questo senza stravolgere le norme di legge esistenti.

  • AaPp

    “Se è vero, come è vero, che la percentuale di azioni delittuose compiute da persone con problemi di salute mentale non si discosta da quella attribuita alla popolazione in generale: perché la pericolosità dovrebbe diventare il marchio di fabbrica della malattia mentale?”

    La pericolosità sociale é sempre stata associata alla malattia mentale. Lo era soprattutto quando non esistevano trattamenti farmacologici e psicosociali adeguati e quindi serviva anche a giustificare lunghe “detenzioni” in ospedali psichiatrici. La percentuale di pazienti veramente pericolosi é minima. Purtroppo pero’ non esistono dati che dimostrino la sua affermazione per quanto a mia conoscenza, li cerco da tempo ma non li trovo in letteratura, anzi gli ultimi studi dicono che per determinate patologie il rischio é di 6 volte superiore, soprattutto se si abisa di alcool e stupefacenti. Inoltre mancano dati italiani affidabili ed anche i dati sono spesso utilizzati per tirare acqua al proprio mulino sia da una parte che dall’altra. In un commento ad un altro articolo ho gia spiegato i problemi, a mio avviso, nell’interpretare i dati. Su Castiglione delle Stiviere ha assolutamente ragione.

  • ilde

    Salve, ma è vero sulla chiusura dell’opg? io ho fratello di un mio amico che è internato ad aversa che fine farà ? visto che in famiglia non può vivere avendo i genitori anziani ed è pericoloso proprio verso loro?