Area medica
Quando lo stato sbaglia. Casi, storie e proposte al Senato
Conferenza stampa, Martedì 16 febbraio 2010,alle ore 11, a Roma presso la Sala conferenze stampa del Senato della Repubblica.
Alcune volte, gli errori dello Stato, ancorché pochi, forse fisiologici, forse comunque troppi, lasciano le vittime ad invocare verità, giustizia, risposte. Si parlerà, tra gli altri, anche di casi di presunta malasanità in psichiatria accaduti a Trieste.
Da parte di chi, se non da parte dello Stato stesso?
Lo Stato possiede gli anticorpi per prevenire, riconoscere e intervenire qualora le persone che agiscono in suo nome incorrano in errori? O tali anticorpi possono essere migliorati, resi più efficienti, se non alcune volte addirittura creati?
Sono domande che non possono non interrogare profondamente la politica, rivolte in questa occasione, insieme all'associazione radicale il Detenuto Ignoto, da parte delle famiglie coinvolte nelle tremende, sospette storie di:
Riccardo Rasman, 34 anni, muore il 27 ottobre 2006, nel suo appartamento a Trieste: ammanettato a terra, prono, con le caviglie legate da un fil di ferro, ha un arresto respiratorio. La polizia era intervenuta a seguito della segnalazione di alcuni vicini perché Riccardo teneva il volume della musica troppo alto e aveva lanciato due petardi nella corte interna dello stabile;
Giulio Comuzzi, 24 anni, muore suicida il 28 febbraio 2007 in un Centro di riabilitazione mentale di Trieste. Secondo il padre, parte di responsabilità per il gesto del figlio sarebbero imputabili ai medici che lo avevano in cura per un problema psichiatrico;
<!--break-->
Manuel Eliantonio, 22 anni, muore il 25 luglio 2008, nel carcere Marassi di Genova, coperto di lividi e di segni di violenze, ufficialmente dopo aver inalato del gas butano. Stava scontando una condanna a 5 mesi per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. La sua pena avrebbe dovuto terminare il 4 settembre;
Marcello Lonzi, 29 anni, muore l’11 luglio 2003 nel carcere di Livorno: sarebbe deceduto per collasso cardiaco, dopo essere caduto battendo la testa. La madre non crede a questa ricostruzione e sospetta si sia trattato di un omicidio, anche perché il corpo del figlio era coperto di lividi;
Stefano Cucchi, 31 anni, muore il 22 ottobre 2009 nel reparto detentivo dell’Ospedale “Sandro Pertini” di Roma, dopo essere passato per il Tribunale, il carcere di Regina Coeli e l’Ospedale Fatebenefratelli. Otto giorni fatali durante i quali la famiglia ha tentato invano di mettersi in contatto con il proprio caro e con i medici che lo avevano in cura;
Aldo Bianzino, 44 anni, muore il 14 ottobre 2007, nel carcere “Capanne” di Perugia, dove era detenuto da meno di 48 ore. L’autopsia fa risalire le cause della morte a un aneurisma cerebrale. Incensurato, pacifista, di professione falegname, lascia la moglie, anch'essa imputata e che morirà di lì a poco, e un figlio, Rudra, ora diciassettenne, senza più una famiglia;
Gabriele Sandri, 28 anni, muore l’11 novembre 2007 in un Autogrill dell’autostrada A1, dove, dopo un accenno di rissa tra tifoserie opposte, la polizia stradale interviene e un agente spara due colpi di pistola a grande distanza colpendo Gabriele al collo mentre si trova all’interno di un’auto;
Stefano Frapporti, 50 anni muore suicida il 21 luglio 2009 nel carcere di Rovereto (TN). Era un muratore provetto e stimato. Con la legge non aveva mai avuto problemi, fino a quando una pattuglia di Carabinieri lo ferma, contestandogli una manovra errata in bicicletta. Gli perquisiscono la casa, dove gli trovano dell’hashish e lo arrestano. Il giorno stesso viene rinvenuto morto, impiccato in cella;
Simone La Penna, 32 anni, muore il 25 novembre 2009 nel carcere di Regina Coeli (Rm). Era in carcere per reati legati alla droga e soffriva di un’anoressia nervosa che gli aveva fatto perdere oltre 20 chili di peso in due mesi. A Regina Coeli, dove non poteva essere curato, era arrivato dal reparto medico per detenuti dell’ospedale “Belcolle” di Viterbo;
Katiuscia Favero, 30 anni, il 16 novembre 2005 viene ritrovata impiccata con un lenzuolo ad una recinzione, nel giardino interno dell’Opg di Castiglione delle Stiviere (Mn): è un suicidio, secondo gli investigatori, la madre però non crede a questa versione: “Voglio sapere cosa hanno fatto a mia figlia. Io non credo che si sia suicidata, sospetto che sia stata uccisa”;
Aldo Scardella, 24 anni, muore suicida il 2 luglio 1986 nel carcere Buoncammino di Cagliari. Era stato arrestato il 29 dicembre 1985, dopo una rapina in un market nel corso della quale perse la vita il titolare del negozio. Dieci anni dopo la sua morte, nel 1996, altre persone sono state condannate per quella rapina e quell’omicidio. Aldo era stato arrestato sulla base di sospetti infondati e messo in isolamento dove si è tolto la vita prima di essere processato. A tutt'oggi la famiglia attende di avere spiegazioni su alcune circostanze misteriose legate alla sua morte, e di un pronunciamento postumo di innocenza.
Giuliano Dragutinovic, 24 anni, muore il 7 marzo 2009 nel carcere di Velletri (Rm). Sembra si sia ucciso impiccandosi, ma tante sarebbero le incongruenze che portano i suoi famigliari a dubitare di una tale ricostruzione;
Riccardo Boccaletti, 38 anni, muore il 24 luglio 2007 nel carcere di Velletri. Era detenuto in attesa di giudizio per reati legati alla droga. Dopo il suo ingresso in carcere ha cominciato ad accusare inappetenza, vomito, astenia e progressivo peggioramento anoressico, arrivando a perdere oltre 30 chili di peso in pochi mesi. Nonostante le sue scadenti e precarie condizioni di salute, nei suoi confronti non sono state approntati tutti quegli interventi specialistici che il grave e disperato quadro clinico avrebbe richiesto.
Partecipano:
Emma Bonino, Vice Presidente del Senato;
Rita Bernardini, Deputata, membro della Commissione Giustizia alla Camera dei Derputati;
Ignazio Marino, Senatore e Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Servizio sanitario nazionale che ha aperto una indagine sul caso Cucchi;
Donatella Poretti, Senatrice e segretaria della Commissione Igiene e Sanità al Senato;
Ornella Favero, presidente di Ristretti Orizzonti;
Laura Bacaro, Criminologa.
Moderano:
Irene Testa (Segretaria dell'Associazione radicale Il Detenuto Ignoto) e l'Avv. Alessandro Gerardi.
I sig.ri giornalisti sono pregati di accreditarsi presso l’Ufficio stampa del Senato, telefonando al numero 06 6706 2698, oppure mandando un fax al numero 06 6706 2947 o una mail a uff.stampa@senato.it
Fonte: http://www.radicali.it/Mencacci: «Legge 180, rivoluzionaria ma superata»
A trent'anni dalla scomparsa di Franco Basaglia la legge 180, di cui fu l'artefice, è ancora molto discussa. Alla luce del grande successo avuto dalla recente fiction Rai, che ha riportato di attualità il tema, abbiamo chiesto un commento a Claudio Mencacci, vice presidente della Società italiana di psichiatria. «Il messaggio forte di quella legge" - sottolinea Mencacci, vice presidente della Società italiana di psichiatria - «è stato quello della chiusura degli ospedali psichiatrici per favorire l'ingresso della malattia psichiatrica nell'ospedale "generale", con una maggiore apertura al territorio e alla comunità. L'assistenza psichiatrica è trasferita alle Regioni e tramite esse alle Usl, si è arrivati così al concetto di rete sul territorio nazionale. Un concetto allora rivoluzionario, ma oggi in parte superato». Che cosa intende per superato? «Per cominciare le problematiche sono cresciute e l'articolazione ospedale - territorio - comunità, cardine della 180, va rivisitata anche attraverso un progetto nazionale che tenga conto della specificità delle Regioni. Poi ci sono patologie nuove per cui non si può parlare di un unico malato mentale. Un quadro più ampio che richiede centri di riferimento specifici». E che cosa risponde a chi come di recente lo studioso americano Irving Kirsch mette in discussione il ruolo dei farmaci antidepressivi? «Non sono d'accordo. Nelle depressioni lievi la terapia comportamentale può essere più efficace di quella farmacologica. Ma nelle depressioni medie e gravi i risultati migliori si ottengono ricorrendo ai farmaci, con esiti ancora migliori se combinati con la terapia comportamentale». (M.M.)
Fonte: DoctornewsGarattini: "Occorre il coraggio di battere nuove vie di ricerca"
"Il movimento che si era creato intorno a Basaglia fu assolutamente necessario perché i manicomi erano diventati delle carceri", osserva Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano. «Il cambiamento fu favorito dallo sviluppo dei farmaci in grado di controllare molti dei sintomi psichiatrici più gravi, specie le psicosi. Probabilmente - prosegue - sono mancati alcuni aspetti realizzativi delle idee di Basaglia. Vale a dire la costruzione di un sistema che consentisse ai pazienti di vivere fuori del manicomio. Oggi purtroppo il peso di molti dei malati grava sulle loro famiglie». Un altro aspetto da non sottovalutare è legato all'accantonamento della ricerca scientifica e dell'idea stessa di cura psichiatrica operato dalla "cultura basagliana". «La ricerca nel campo delle malattie mentali - nota Garattini - è tra quelle che hanno fatto meno progressi.
Per una questione di complessità delle patologie, anche l'industria farmaceutica investe poco in nuovi medicinali o per studiare più a fondo il problema. E le istituzioni preferiscono finanziare altri campi dove i risultati sono più evidenti.
C'è di sicuro una carenza di ricerca di base che dipende sia dalle scarse risorse, sia da un'impostazione culturale che "nega" la patologia e affonda le proprie radici nel movimento legato a Basaglia. Mentre ciò di cui oggi si sente il bisogno è il coraggio di battere nuove vie di ricerca. Lavorando soprattutto sulla prevenzione di depressione e psicosi, sempre più diffuse tra i giovani».
Fonte: "La Sinistra che sbasaglia", Left, 12 febbraio 2010Sbatti il mito in prima pagina
Fin dai tempi di Gorizia un gran clamore mediatico attorno allo psichiatra veneziano. Ma i giornali si fermano ai fatti, non indagando il retroterra teorico. Oggi lo si esalta ancora accomunando i malati di mente ai migranti dei Cie. di Donatella Coccoli, per Left
copertina0610b.jpg“Lo sguardo che manca", il titolo in prima pagina de l'Unità martedì 9 febbraio accanto alla grande foto di Franco Basaglia, è significativo. Dedicare la copertina del quotidiano alla fiction televisiva C'era una volta la città dei matti, è un esempio del consenso mediatico che ha circondato e circonda tuttora Franco Basaglia. Se lo psichiatra veneziano è diventato un mito intoccabile, il merito è anche del mondo dell'informazione.
Sempre sfogliando le pagine recenti dei quotidiani, scopriamo che il manifesto venne coinvolto direttamente in iniziative antimanicomiali attraverso corsi di scrittura per i malati e il quindicinale Nautilus, per i centri di salute mentale. Leggiamo anche che Ida Dominijanni si lancia in ardite similitudini tra i folli di Gorizia e i migranti rinchiusi nei Cie, lo stesso filo che segue anche il direttore de l'Unità Concita De Gregorio accomunando il destino dei matti di allora con i neri di Rosarno e i bambini stranieri di oggi. La Repubblica invece, affida il compito di parlare di Basaglia al filosofo Umberto Galimberti, il quale, senza nessuna novità, sposa in toto il pensiero sulla "follia dentro di noi". Meno esaltati invece i commenti del Corriere della Sera, attraverso il cultore del Prozac Giovan Battista Cassano da anni presente nelle pagine del quotidiano milanese, la cui giornalista Serena Zoli, d'altro canto, scrisse assieme a lui il libro E liberaci dal male oscuro. Da destra, infine, Marcello Veneziani su Il Giornale ricorda un anticipatore di Basaglia, lo sconosciuto don Pasquale Uva, evidenziando, nel tipo di assistenza ai malati psichici, il continuum tra il prete meridionale degli anni Cinquanta e l'opera di Basaglia.
Andando a ritroso, singolare è stata la celebrazione dei trent'anni della legge 180. Due anni fa sui giornali non si trovò traccia del nome del relatore del provvedimento, il democristiano Bruno Orsini. Soltanto Giovanni Jervis (che a fine 2008 avrebbe pubblicato il libro scritto con Gilberto Corbellini La razionalità negata, molto critico nei confronti di Basaglia e dell'antipisichiatria), lo nominò in una trasmissione di Radio Tre.
E soltanto left, a onor del vero, pubblicò un'intervista allo stesso Orsini, cercando di fare luce sulle origini della legge che poi, pare a opera di Indro Montanelli, venne attribuita a Basaglia, dando il via alla vulgata. Che ci fosse allora tutto un movimento internazionale antistituzionale, che altri psichiatri in Italia avessero fatto singole esperienze di abbattimento dei muri, che la legge Mariotti del '68 andasse in questa direzione, ai media non interessa. Non parliamo poi di analizzare, dati alla mano, se il "modello Trieste" funzioni veramente nella frammentata realtà delle regioni italiane.
La costruzione dell'immagine pubblica di Basaglia, tuttavia, parte da lontano. È lo stesso psichiatra che stabilisce un rapporto stretto con i giornalisti, come racconta Nico Pitrelli nel saggio L'uomo che restituì la parola ai matti, edito da l'Unità. Il primo a entrare (ricordato anche nella fiction) nella primavera del '67 al manicomio di Gorizia fu Sergio Zavoli che vi girò I giardini diAbele, un documentario che sconvolse l'Italietta del boom. Un anno dopo, nel giugno '68, l'inchiesta intitolata "Il mondo degli esclusi" nella rivista Rocca della Pro civitate christiana presenta un Basaglia convinto nell'analogia tra malati mentali e «altre frange che la società si scrolla di dosso: le donne, i bambini deficienti, i subnormali, i carcerati, i vecchi», come viene riportato in un saggio della rivista Il sogno della farfalla (n. 3, 2008).
Basaglia teorizza l'importanza della comunicazione. Il risultato è che, a Gorizia prima e a Trieste dopo, si verifica una processione di giornalisti e di cameraman e anche di grandi fotografi, come Uliano Lucas, Carla Cerati e Gianni Berengo Gardini (che realizzarono il libro Morire di classe). Nel '75 il film Matti da slegare di Agosti, Bellocchio, Rulli e Petraglia, consacrò al cinema la vita dei derelitti.
Oggi, a distanza di tanti decenni, è certo che i mass media hanno raccontato le esperienze goriziana e triestina fermandosi al racconto del fatto, la chiusura, giustissima, dei manicomi, magari esaltando episodi simbolici come la costruzione di Marco Cavallo. Ma hanno trascurato, ancora una volta, di parlare della ricerca tout court in psichiatria, sia durante che dopo Basaglia. E questo è un altro problema, che riguarda la deontologia professionale di tutta l'informazione italiana, scientifica e non.
Fonte: "La Sinistra che sbasaglia", Left, 12 febbraio 2010Intervista a Gianni Sarnelli, uno psichiatra in "prima linea" che ha attuato la 180
Faccio parte della generazione di psichiatri che la 180 l'hanno attesa, preparata col lavoro negli ospedali psichiatrici e nelle prime sortite sul territorio e poi attuata nei servizi territoriali e nei reparti per acuti.
Come tale ritengo di aver titolo a poterne discutere.
La legge aveva come difetto di origine quello di interpretare un’esigenza culturale di carattere ideologico e fortemente orientata in senso antimanicomiale e antimedico.
Le ragioni di tale impostazione, allora condivisibile nel senso che recepiva la necessità di una inversione di tendenza,nel tempo hanno perso di validità per l'evoluzione culturale che nel frattempo si andava realizzando nella società sui temi della follia.
Nella legge è rimasta però definito un iter relativo ai trattamenti coatti che voleva essere garantista nei confronti degli ammalati,ma che in realtà è risultato soltanto farraginoso ed ha poi progressivamente indotto in molti addetti ai lavori un atteggiamento di falso "rispetto" verso la presunta libertà di chi è affetto da psicosi. Si è dimenticato così quanto avevamo appreso sulla mancanza di coscienza di malattia patognomonica della psicosi e sulla necessità di chi cura (non il Sindaco) di dover a volte prendere decisioni terapeutiche non condivise dall'ammalato ed a volte imporle per la sua tutela.
Inoltre alcuni settori fortemente ideologizzati della psichiatria hanno confuso la regressione istituzionale, sulla quale per tanti anni avevamo lavorato,con l'esistenza stessa della psicosi:ci si aspettava che scomparso il manicomio scomparisse anche la cronicità.Così si sono voluti chiudere gli occhi sullo svilupparsi delle nuove forme di cronicità territoriale. Questa popolazione è venuta pertanto crescendo in una sorta di area di omissione, rispetto alla quale aveva senso parlare solo di riabilitazione e di lavoro (temi di cui lo scrivente pure si è attivamente occupato) ma mai di medio-lungo degenza come problema dei servizi territoriali e delle strutture residenziali a essi collegati.
Essa ha fatto parte di un rimosso del territorio con il quale molti psichiatri hanno avuto un rapporto fondato su profondi sensi di colpa che raramente hanno consentito di formulare una seria riflessione sui problemi che l'attuale normativa e/o la sua parziale attuazione lasciavano privi di risposte.
Grazie a queste scotomizzazioni la nuova (ormai non più tanto) cronicità conduce un’esistenza virtuale, lontana dagli sguardi colpevoli degli psichiatri: essa ha trovato parziale accoglienza nel privato convenzionato ma mai in un piano di programmazione gestionaleche non fosse sull'emergenza ma di medio-lungo termine e di respiro nazionale.
E' a parere mio a causa di questi due difetti di natura ideologico-culturale (la confusa decisionalità sulle cure e la negazione della cronicizzazione) che si è creato questo vuoto assistenziale cui fa riferimento il Prof.Maj e che così gravemente pesa sugli psicotici e sulle loro famiglie.
Auguriamoci che diventi possibile ora una revisione fondata su posizioni sostenute da esperienze concrete e non sulle negazioni di cui sopra!
dott.Gianni Sarnelli<!--break-->
Fonte: AipsiMed
L'assistenza psichiatrica in Italia vista dalla stampa estera
Riportiamo l'inchiesta sull'assistenza psichiatrica in Italia e una intervista al presidente dell'AipsiMed, apparsa sulla rivista olandese "Skipr", dal titolo "La rivoluzione italiana in materia di salute mentale è ancora incerta dopo trent'anni". L'Olanda è anche il Paese con il migliore sistema sanitario in Europa, secondo l'ultimo "Euro Health Consumer Index", mentre l'Italia si posiziona solo al 15° posto in Europa. Segue il testo dell'inchiesta (in allegato l'articolo originale):
Italiaanse revolutie in ggz hapert al dertig jaar
Ze was de trats van Italie en een voorbeeld voor heel de wereld: 'La 180'. Deze wet verklaarde in 1978 de traditionele psychiatrische inrichtingen taboe. Ruim drie decennia later heerst er grote onvrede in de Italiaanse ggz. Door Eelco van der Linden
"De eerste keer dat ik als student medicijnen in een gevangenis kwam, was toen ik tegen het fascisme vocht. De geur was vreselijk; de geur van de dood. Dertien jaar later ben ik directeur geworden van een psychiatriscbe inrichting. Toen ik daar voor het eerst binnenkwam, bekroop me exact datzelfde gevoel."
Franco Basaglia had genoeg persoonlijke redenen om de strijd aan te gaan met de gesloten psychiatrischce inrichting. In 1978, twee jaar voor zijn dood, mocht hij de wet verwelkomen die in zijn geest was opgesteld. De 'gckkenhuizen' moesten dicht en de tachtigduizend patienten zouden worden opgenomen door de maatschappij. Die moest met lokale hulpcentra permanente zorg en liefst ook preventie garanderen.
'Een grote stap in onze beschaving', heet het steevast als in ltalie La 180 wordt herdacht. Want na eeuwen van misbandeling en gevangenschap werd 'de gek' tot mens verheven. Hij kreeg rechten, zoals het weigeren van medische behandelingen. Hij werd niet langer afgezonderd, maar mocht onder 'normale mensen' leven. Individueel herstel zou zo een kans krijgen.
In Italie begon een revolutie die wereldwijd navolging zou krijgen. De WHO roemt vandaag nog steeds La 180, net als bet groenboek over geeste-Jijke gezondheid dat de Europese Unie in 2005 publiceerde. En in Italie zelf? "Een revolutionaire wet, maar hier nooit ecbt toegepast en nu niet meer van deze tijd", zegt psychiater Nicola Gianmarco Ponsillo, hoofd mentale gezondheid van het eerste medische district (ASL) van Napels en voorzitter van dc Italiaanse Vereniging Psychiaters AipsiMed.
Sleutelen
Bet is moeilijk in Italie iemand te vinden die tevreden is over La 180. Iedereen wil eraan sleutelen. De regering Berlusconi wil 'correcties', die veel psychiaters interpreteren als bet opnieuw willen openen van inrichtingen. De regering beeft veiligheid tot speerpunt verheven en daar hoort het opsluiten bij van gevaarlijke personen met psychische problemen. Familiedrama's zijn aan de orde van de dag en dan wordt beschuldigend gewezen naar La 180, en de aan hun lot overgelaten patienten die hun familie tot wanhoop drijven.
Ponsillo zucht. "El' zijn veel schrijnende situaties in bet hele land. Iedereen klaagt. Er liggen zeven voorstellen voor een wetswijziging in het parlement van zowel rechts als links. De aandacht is positief, want onverschillighcid is onze grootse vijand. Eindelijk wordt onderkend dat de situatie niet houdbaar is en dat we na drie decenni a heel erg behoefte hebben aan een update."
Basis van het probleem is dat La 180 nog steeds een kaderwet is met algemene principes die zijn verwerkt in slechts elf artikelen. Men koos voor snelheid om een referendum voor te zijn dat vroeg om afschaffìng van de oude wet op de psychiatrie. ltalie was in de greep van geweld en terrorisme en de kans leek groot dat de Italianen zich uit veiligheidsoverwegingen zouden hebben uitgesproken tegen sluiting van de inrichtingen. De twintig regio's die in Italie verantwoordelijk zijn voor de publieke gezondheidszorg, kregen de taak La 180 uit te werken en dat leidde tot totaal verschillende resultaten. Op de ene plaats kwam niets van de grond en werd getreuzeld met de sluiting van de inrichtingen (de laatste ging in 2000 dicht), op de andere plaats ontstond wel alternatieve zorg.<!--break-->
Negatieve balans
Duidelijk is inmiddels wel dat de balans negatief is. Van de tachtigduizend patienten zijn er naar schatting vijftigduizend uit zicht geraakt. Een deel zit in inadequate structuren zoals goedkope pensions zonder enige psychiatrische hulp, een deelloopt over straat en zeker tienduizend zitten er in de gevangenis. "Toeval of niet: tegelijk met de sluiting van honderd instellingen zijn bijna honderd nieuwe gevangenissen gebouwd", aldus Ponsillo. De Napolitaanse psychiater hekelt de chaos op wetgevend gebied. "Elk modern westers land heeft een duidelijke en gedetailleerde nationale wet die telkens wordt aangepast en verbeterd. Wij moeten het blijven doen met enkele algemeenheden die vooral de psychiaters in paradoxale situaties brengen."
Volgens het wetboek van strafrecht moeten psychiaters ervoor zorgen dat de patient zichzelf en zijn omgeving geen kwaad doet. Maar volgens La 180 heeft de psychiater alleen therapeutische taken die bovendien door de patient geweigerd mogen worden. "Dit heeft ertoe geleid dat zware gevallen volstrekt aan zichzelf worden overgelaten, maar ook dat psychiaters worden veroordeeld omdat een patient een delict heeft gepleegd."
Meer geld
Ponsillo en zijn vereniging ijveren ervoor de patient en de familie weer centra al te stellen. Behalve meer aandacht moet de ggz vooral ook meer geld krijgen. "La 180 is voor velen een mooie manier geweest om te bezuinigen. Nu geeft Italie officieel vijf procent van het budget voor gezondheidszorg uit aan ggz, maar op lokaal niveau loopt dat terug tot drie of nauwelijks één procent. Het Europees gemiddelde bedraagt 7,5 procent."
De patient en familie zijn het kind van de rekening. Volgens een rapport van de Vereniging van Epidemiologische Psychiatrie uit 2008 wordt 69 procent van de patienten gemiddeld maar negen keer per jaar bezocht door een arts of hulpverlener. Zeventig procent van psychotische patienten krijgt helemaal geen professionele hulp. De familie wordt vergeten: 62 procent krijgt minder dan vijf keer per jaar enige vorm van assistentie. Italie is van gidsland veranderd in een land met enorme achterstand op het gebied van de geestelijke gezondheidszorg. Ponsillo pleit voor een grate schoonmaak, ook op ideologisch terrein. "Medicijnen hebben hier nog steeds een vieze smaak, maar we moeten ons realiseren dat de kern van de 180, het plaatsen van patienten in het eigen gezin of alternatieve structuren, alleen mogelijk was dankzij de ontwikkeling van de psychofarmaca."
Inhumaan
Ook het zo bewieraokte begrip vrijheid is volgens Ponsillo toe aan herziening. "Ik geloof niet dat wie ernstig psychisch lijdt geholpen is met totale vrijheid. Het principe van behandeling moet altijd, met elk middel en voor onbeperkte tijd kunnen worden opgelegd. Al was het maar voor de familie, die werkelijk alle vrijheid verliest als bijvoorbeeld een schizofreen lid weigert zich te laten behandelen."
De slotconclusie van Ponsillo is hard. "Ik heb altijd van La 180 gehouden en blijf haar uit plichtsbesef respecteren. Zoals de wet nu is, is het de meest inhumane van alle therapeutische opties die je een patient en zijn familie kunt bieden."
Fonte: Skipr AllegatoDimensione skipr.pdf207.24 KBLa sinistra che sbasaglia
La tv, i giornali e i convegni lo celebrano, ma qual è l’eredità di Franco Basaglia? Un pensiero filosofico intessuto di Heidegger e Foucault e la prassi senza teoria. Parlano, tra gli altri, il farmacologo Silvio Garattini. Intanto la salute mentale è la Cenerentola del sistema sanitario. In edicola dal 12 febbraio 2010
"E il peso delle cure ricade sulle famiglie", di Mario Maj
"Celebrare e difendere la legge 180 è giusto e importante, ma non è sufficiente. La tutela della salute mentale nel nostro Paese richiede oggi idee chiare e azioni concrete. L’Italia è oggi in ritardo rispetto ai Paesi europei più evoluti per quanto riguarda vari aspetti della tutela della salute mentale"
mario maj.jpgIntervista al prof. Mario Maj, Presidente della Società Mondiale di Psichiatria
«La legge 180 è stata un’importante conquista di civiltà, riconosciuta come tale a livello internazionale. Il principio che i disturbi mentali vanno affrontati quando possibile nella comunità, riservando l’ospedalizzazione ai casi acuti e attuandola in reparti degli ospedali generali, è oggi accettato in tutto il mondo. Di questo, e del fatto che i servizi di salute mentale coprono oggi l’intero territorio nazionale, l’Italia può essere orgogliosa». Ma non è sufficiente. Mario Maj, presidente della Società italiana di psicopatologia (Sopsi) e della Società mondiale di psichiatria (Wpa), sta preparando il 14° congresso che la Sopsi terrà a Roma dal 16 al 20 febbraio. Il congresso ha come titolo «No health without mental health» («Non c’è salute senza salute mentale»).
Il pensiero di Maj sull’applicazione della legge 180 è chiaro: «Non è il caso di riposare sugli allori. I luoghi in cui viene praticata l’assistenza psichiatrica sono importanti, ma ancora più importanti sono i contenuti dell’assistenza. L’Italia è oggi in ritardo rispetto ai Paesi europei più evoluti per quanto riguarda vari aspetti della tutela della salute mentale. Tra essi, la gestione di tutta la gamma dei disturbi mentali non psicotici (dalle depressioni ai disturbi del comportamento alimentare); la pratica delle psicoterapie la cui efficacia è documentata dalla ricerca; la tutela della salute mentale nei bambini e negli adolescenti; l’intervento nell’ospedale generale per i problemi di salute mentale delle persone ricoverate nei reparti di medicina e chirurgia; gli interventi di sostegno per le famiglie delle persone con patologie mentali gravi».
Molto spesso i familiari sono abbandonati a loro stessi nel gestire il congiunto malato. Con gravi rischi perché certi disturbi a volte nascono proprio nell’ambiente familiare. La psicoterapia dovrebbe coinvolgere di più i parenti e, in caso di emergenza, rapida dovrebbe essere una risposta anche domiciliare. Non sempre in Italia questo sembra accadere, soprattutto nei giorni festivi. «Dipende da zona a zona, ma a volte ci si dimentica delle famiglie proprio per quanto riguarda gli interventi di sostegno». Continua Maj: «Inoltre, in quelle regioni di altri Paesi in cui c’è stata la chiusura completa degli ospedali psichiatrici (ad esempio, nello stato del Victoria in Australia), sono state previste delle strutture riabilitative ad assistenza continuativa ( continuing care units), con caratteristiche ben definite.
In Italia queste strutture esistono, ma non sono adeguatamente regolamentate né sottoposte a un efficace controllo di qualità». E aggiunge: «Celebrare e difendere la legge 180 è giusto e importante, ma non è sufficiente. La tutela della salute mentale nel nostro Paese richiede oggi idee chiare e azioni concrete ». E riguardo al congresso di Roma, perché quel titolo «Non c'è salute senza salute mentale»)? Risponde Maj: «Perché numerose evidenze scientifiche dimostrano che la presenza di un disturbo mentale (in particolare, di una condizione depressiva) aumenta il rischio di insorgenza di varie patologie fisiche (ad esempio, delle cardiopatie coronariche e del diabete), ne rende più frequenti le complicanze e ne aumenta la mortalità. Insomma, almeno un terzo di tutti i sintomi fisici che arrivano all'osservazione medica è riconducibile a un disturbo mentale».<!--break-->
Fonte: Il Corriere della Sera del 13/02/10Società Italiana di Psicopatologia a congresso
Si svolgerà a Roma dal 16 al 20 febbraio 2010 presso il Park Hotel Marriott il 14° Congresso della Società Italiana di Psicopatologia (SOPSI).
Si legge nel programma della manifestazione congressuale: "La psichiatria è oggi una moderna specialità medica, che nei paesi più evoluti interagisce attivamente con le altre branche della medicina, a livello dell'ospedale generale e dei distretti sanitari. Uno psichiatra di valore, oggi, non può che essere un ottimo medico. Gli atti medici tradizionali dell'anamnesi, dell'osservazione clinica e dell'ascolto del paziente sono per lui ancora più essenziali che per i suoi colleghi delle altre discipline mediche, in mancanza di riscontri laboratoristici e strumentali. Inoltre, l'interazione tra disturbi fisici e mentali rappresenta per lui un'osservazione quotidiana. Almeno un terzo di tutti i sintomi somatici che arrivano all'osservazione medica non è riconducibile ad una patologia fisica di base, pur causando una sofferenza significativa. D'altro canto, in diversi disturbi mentali la dimensione somatica non è meno importante di quella psichica e rappresenta parte integrante del nucleo della patologia. La presenza di una patologia mentale aumenta il rischio di insorgenza di una varietà di malattie fisiche e ne peggiora la prognosi. Viceversa, la presenza di alcune malattie fisiche aumenta il rischio di comparsa di vari disturbi mentali. La concomitanza di un disturbo mentale influenza negativamente l'accesso alle cure per le malattie fisiche e l'aderenza a tali cure. Inoltre, la qualità delle cure per le malattie fisiche è mediamente peggiore nelle persone con patologie mentali, la qual cosa solleva il problema della discriminazione di tali persone da parte della classe medica. Alcune terapie che vengono usate per i disturbi mentali aumentano il rischio di insorgenza di alcune patologie fisiche. D'altro canto, alcune terapie che vengono usate per le patologie fisiche aumentano il rischio di insorgenza di alcuni disturbi mentali. A livello della ricerca, l'esplorazione dei meccanismi biologici, psicologici e sociali responsabili delle suddette interazioni tra patologie mentali e fisiche è oggi molto attiva nei paesi più avanzati. Inoltre, la ricerca moderna pone lo psichiatra in contatto con specialisti come il genetista, il neuroradiologo e l'epidemiologo, il cui contributo è spesso essenziale non soltanto nella raccolta, ma anche nell'interpretazione dei dati. Infine, la questione dei rapporti tra “mente” e “corpo” è oggi centrale nella riflessione e nella ricerca nell'ambito della filosofia della medicina così come della psicopatologia. Il Congresso SOPSI dell'anno 2010 svilupperà tutti i temi suddetti, con la partecipazione dei ricercatori italiani e stranieri che hanno fornito i contributi più importanti e innovativi in questo settore, ma anche di tutti i clinici italiani interessati e attenti a queste problematiche".
Fonte: Ufficio stampa SOPSI 2010, Yahoo HealthNell'inferno della sanità psichiatrica
Rifiuti. Degrado. Pazienti maltrattati. I risultati-choc dell'ispezione in due cliniche psichiatriche a Chieti
di Daniela Minerva. Materassi in gommapiuma luridi e macchiati di sangue. Vomito sulle pareti. Un tanfo indelebile. Uno spaccato di abbandono. Di incuria ancora più colpevole perché registrata in cliniche dove hanno trovato rifugio malati psichiatrici e anziani, i più deboli e senza voce. Ma non solo. Quella che si è aperta a Chieti davanti ai senatori della commissione di Controllo sul Servizio sanitario nazionale in visita a due cliniche psichiatriche accreditate del gruppo Angelini è una finestra che sarà molto difficile da chiudere. Perché rivela da un lato il degrado in cui versano molte strutture del Servizio sanitario nazionale, in molte zone del Paese, e dall'altro che, in quell'Italia, la sanità pubblica è spesso così impegnata a districarsi dall'incuria e a sanare gli enormi deficit lasciati da amministrazioni incapaci e rapaci che la cura, la terapia, la medicina finiscono per passare in secondo piano. Come se non si potesse più, oltre al ricovero e alla cura dell'emergenza, garantire anche la migliore medicina possibile.<!--break-->
È vero questa di Chieti può sembrare una vicenda a lieto fine, perché l'intervento della Commissione di Controllo ha obbligato gli amministratori della Asl a trasferire quei pazienti maltrattati, ma per apprezzare davvero il lato amaro della storia che essa racconta bisogna fare un passo indietro.
È il 15 gennaio quando gli stessi senatori arrivano a sorpresa col loro codazzo di Nas e funzionari in un ospedaletto che già a prima vista rivela l'incongruo di molte cliniche accreditate che della struttura sanitaria non hanno proprio nulla. Lo chiamano ex Paoletti ed è una delle strutture del Gruppo Villa Pini di proprietà di Vincenzo Angelini, l'uomo che ha accusato Ottaviano Del Turco di aver incassato milioni di tangenti per garantire al suo gruppo la convenzione col Ssn. Tre piani di cemento scrostato affacciati sulla piana teatina per ospitare, sulla carta, 87 malati psichiatrici: di fatto la maggioranza dei pazienti non sono propriamente psichiatrici, ma molti sono anziani affetti da disturbi neurologici, come l'Alzheimer ad esempio. E già questo rivela come la malattia mentale abbia perso, nel degrado del Ssn abruzzese, la sua specificità. Per dirla molto brutalmente: un anziano demente o un uomo di mezza età con l'Alzheimer sono vittime di una patologia degenerativa contro la quale la medicina può poco o nulla; il Ssn deve garantire loro una serena degenerazione qualunque cosa succeda nella loro mente, deve curare il loro corpo al meglio, e non può che attendere.
Ma un malato psichiatrico è un'altra cosa: la letteratura medica ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che per lui o lei c'è molto da fare e che spesso li si può recuperare quasi interamente, se si fanno le cose per bene. Se li si abbandona in un letto o davanti a una televisione su una sedia arrugginita, invece, no.
Ma all'ex Paoletti i senatori si trovano davanti a una scena disgustosa che fa dimenticare loro le questioni della medicina: vomito e sangue alle pareti, camere minuscole con quattro letti ficcati dentro, nessuna distinzione tra reparti maschili e femminili, bagni sporchi e troppo piccoli per gestire malati disabili. Un ascensore, l'unico, così piccolo da non poter contenere una barella: morti o malati devono essere spostati in piedi. E un unico defibrillatore (di stanza al piano terra), con le batterie scariche: sul display si legge chiaramente lo stato del dispositivo medico salvavita, ma se lo fate notare al povero medico di guardia lui sfodera il più disarmante degli sguardi impotenti.
L'ex Paoletti fa parte del gruppo Villa Pini, di proprietà, appunto, di Vincenzo Angelini. Un gruppo nell'occhio del ciclone per la faccenda Del Turco, ma che non paga gli stipendi da mesi e per questo si è visto togliere l'accreditamento di molte strutture. Non solo: l'ufficio urbanistico del Comune di Chieti ha chiesto al sindaco di chiudere tutti, una decina, i centri destinati ai malati psichici del Gruppo perché privi dei cosiddetti requisiti. Tra questi c'è anche un complesso abusivo, che sorge a ridosso della clinica Villa Pini eponima, le cosiddette Villette, con i loro 84 malati psichiatrici. Ci vuole un certo cinismo per chiamare Villette questi hangar dai tetti spioventi, bassi, bui, spogli, che qualcuno ha voluto dipingere di un incongruo giallo solare. I senatori arrivano anche qui. Ed è qui che presidente della commissione Ignazio Marino in una sua visita qualche mese prima aveva perso le staffe: «Tanfo di urina,» dichiarava, «e pavimenti così luridi che si appiccicano le scarpe». Oggi, le finestre aperte da giorni per dare aria e fiumi di varechina versati non riescono ancora a coprire quel tanfo, che ha impregnato tutto. Resta, base olfattiva, a cui si sovrappongono gli acidi dei solventi usati per pulire, senza riuscirci, stanzoni bui. E oggi vuoti. Medici e infermieri non prendono lo stipendio da mesi. E fa una certa impressione vederli stretti attorno al padrone, Vincenzo Angelini, arrivato anche lui, con l'immancabile jeans sdrucito, a far quadrato coi lavoratori. Tutti contro la casta. Angelini recita il suo sermone: «Era tutto pronto per la ristrutturazione. Avevamo già fatto le richieste per l'ascensore dell'ex Paoletti e altre migliorie. Ho già comprato suppellettili nuove...».
Nella sceneggiata chietina i buoni sono i sanitari che "si sono spesi con dedizione per i malati" senza prendere lo stipendio uniti al vecchio padrone che, affogato in deficit da 800 milioni di euro, sta mandando tutti a casa, e i cattivi sono quelli venuti da Roma a pretendere materassi puliti e defibrillatori che funzionano. Ma ciò che stupisce non è tanto l'inedita parte di Angelini stretto ai lavoratori che non paga, quanto il fatto che nessuno si chiede come venivano curati i malati, se mai lo erano. E non se lo chiedono nemmeno i senatori spiazzati dal degrado e preoccupati di trasferire i pazienti in condizioni igieniche adeguate. Già perché se alle Villette di certo i pazienti non potevano stare, è anche vero che nessuno è stato trasferito in quelle strutture che la medicina sa possono curare i malati di mente. Sono sparsi qua e là, come quelli dell'ex Paoletti: qualcuno all'ospedale di Chieti, i più in diverse residenze assistite (Rsa) della zone. Come la San Giovanni, dove la commissione va a verificare che i pazienti non siano caduti dalla padella nella brace. E ne esce soddisfatta.
Un posto decoroso, camere a due letti pulite e spaziose, una bella vista sulla vallata e il defibrillatore ben funzionante. Una giovane geriatra col camice non proprio immacolato, ma con un bel piglio racconta dei suoi malati, dei loro piani terapeutici, dei loro farmaci. Su un letto dietro di lei un signore anziano giace. Aspetta raggomitolato nelle lenzuola pulite che Dio lo chiami a sé. Di certo la giovane geriatra gli dà i farmaci quando deve, e magari pranzo e cena non sono male. I senatori sono soddisfatti. L'obiettivo era togliere i malati dal degrado. E molti dei ricoverati dell'ex Paoletti non sono malati psichiatrici, ma anziani con forme di demenza di vario tipo; una Rsa è il posto adeguato per loro. Ma gli altri? I matti? Oltre a farli stare puliti, non bisognerebbe anche curarli?
(10 febbraio 2010)
Fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/nellinferno-della-sanita/2120660//0Aspettando il DSM-V...
La prima versione del DSM (Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorders - Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) venne redatta nel 1952 dall' American Psychiatric Association - APA. La seconda nel '68, la terza nel 1980 revisionata nell'87, la quarta nel '94 revisionata nel 2000... versione che oggi si usa nella clinica.
Il DSM-V vedrà la luce intorno al maggio 2013 e in piena epoca 2.0, mentre già si parla di web 3.0 e realtà aumentata non più sperimentale ma quotidiana, nasce un sito che ci conduce per mano alla uscita del manuale di psichiatria per eccellenza.
Il sito lo trovate al seguente indirizzo:
http://www.dsm5.org/Pages/Default.aspx
Il sito è ovviamente in lingua inglese ed è ricco di anticipazioni e di informazioni che ci possono far riflettere sul lavoro compiuto dalla Task Force che si occupa della redazione del manuale.
...non vi anticipo nulla... il sito è davvero interessante e merita di essere spulciato a dovere.
...solo un piccolo assaggio:
DSM-5 Overview: The Future Manual
The process for revising Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) began with a brief discussion between Steven Hyman, M.D., (then-director of the National Institute of Mental Health [NIMH]), Steven M. Mirin, M.D. (then-medical director of the American Psychiatric Association [APA]), and David J. Kupfer, M.D., (then-chair of the American Psychiatric Association Committee on Psychiatric Diagnosis and Assessment) at the NIMH in 1999. They believed it was important for the APA and NIMH to work together on an agenda to expand the scientific basis for psychiatric diagnosis and classification.
Under the joint sponsorship of the two organizations, an initial DSM-5 Research Planning Conference was convened in 1999 to set research priorities. Participants included experts in family and twin studies, molecular genetics, basic and clinical neuroscience, cognitive and behavioral science, development throughout the life-span, and disability. To encourage thinking beyond the current DSM-IV framework, many participants closely involved in the development of DSM-IV were not included at this conference. Through this process, participants recognized the need for a series of white papers that could guide future research and promote further discussion, covering over-arching topic areas that cut across many psychiatric disorders. Planning work groups were created, including groups covering developmental issues, gaps in the current system, disability and impairment, neuroscience, nomenclature, and cross-cultural issues.
In early 2000, Darrel A. Regier, M.D., M.P.H., was recruited from the NIMH to serve as the research director for the APA and to coordinate the development of DSM-5. Additional conferences were held later in July and October of 2000 to set the DSM-5 research agenda, propose planning the work groups’ membership, and to hold the first face-to-face meetings. These groups, which included liaisons from the National Institutes of Health (NIH) and the international psychiatric community, developed the series of white papers, published in “A Research Agenda for DSM-5” (2002, APA). A second series of cross-cutting white papers, entitled “Age and Gender Considerations in Psychiatric Diagnosis,” was subsequently commissioned and published by APA in 2007.
Leaders from the APA, the World Health Organization (WHO), and the World Psychiatric Association (WPA) determined that additional information and research planning was needed for specific diagnostic areas. Hence, in 2002, the American Psychiatric Institute for Research and Education (APIRE), with Executive Director Darrel A. Regier, M.D., M.P.H., as the Principal Investigator, applied for a grant from the NIMH to implement a series of research planning conferences that would focus on the scientific evidence for revisions of specific diagnostic areas. A $1.1 million cooperative agreement grant was approved with support provided by NIMH, the National Institute on Drug Abuse (NIDA), and the National Institute on Alcoholism and Alcohol Abuse (NIAAA).
Under the guidance of a steering committee comprised of representatives from APIRE, the three NIH institutes, and the WHO, 13 conferences were held from 2004 to 2008. Expertise represented at these conferences spanned the globe: each conference had co-chairs from both the U.S. and another nation, and approximately half of the 397 participants were from outside the U.S. In each conference, participants wrote papers addressing specific diagnostic questions, based on a review of the literature, and from these papers and the conference proceedings, a research agenda was developed on the topic. The results of seven of these conferences have been published to date in peer-reviewed journals or American Psychiatric Publishing, Inc. (APPI) monographs, with the remainder of the publications anticipated in 2010 and 2011. Findings from all 13 conferences are available to serve as a substantial contribution to the research base for the DSM-5 Task Force and Work Groups and for the WHO as it develops revisions of the International Classification of Diseases.
In 2006, APA President Dr. Steven Sharfstein announced Dr. Kupfer as chair and Dr. Regier as vice-chair of the task force to oversee the development of DSM-5. They, along with other leaders at the APA, nominated additional members to the task force, which includes the chairs of the diagnostic work groups that will review the research and literature base to form the content for DSM-5. These task force nominees were reviewed for potential conflicts of interest, approved by the APA Board of Trustees, and announced in 2007. In turn, the work group chairs, together with the task force chair and vice-chair, recommended to the successive APA Presidents, Drs. Pedro Ruiz and Carolyn Robinowitz, nominees widely viewed as leading experts in their field, who were then formally nominated as members of the work groups. All work group members were also reviewed for potential conflicts of interest, approved by the APA Board, and were announced in 2008.
Since late 2007, each work group has met regularly, in person and on conference calls. They began by reviewing DSM-IV’s strengths and problems, from which research questions and hypotheses were developed, followed by thorough investigations of literature reviews and analyses of existing data. Based on their comprehensive review of scientific advancements, targeted research analyses, and clinical expertise, the work groups have developed draft DSM-5 diagnostic criteria. The release of the final, approved DSM-5 is expected in May 2013.
Malati mentali o disabili ?
Quando in Puglia furono chiusi i manicomi
<!--break-->
di Piero De Giacomo *
La visione della fiction su Franco Basaglia ha suscitato in me e in tanti miei collaboratori una ondata di nostalgia, in riferimento a quanto accadde nella Clinica psichiatrica dell'Università di Bari di cui ero allora un trentacinquenne giovane direttore.
L'atteggiamento generale mio e dei miei collaboratori era favorevole alle idee di Franco Basaglia, di un collegamento fra contraddizioni sociali ed insorgenza e sviluppo di malattie mentali. Certamente il manicomio era un luogo di eliminazione sociale dei cosiddetti malati mentali (attualmente non si parla più di malattie mentali a di disturbi mentali, come insegna il manuale diagnostico Dsm 4 adoperato dagli psichiatri. Infatti il termine malattia è improprio non essendo detti disturbi paragonabili ad es. a una polmonite ).
LA RIFORMA BASAGLIA In effetti io stesso avevo esperienza di manicomi avendo iniziato la mia carriera di psichiatra in una di quelle strutture, che erano luoghi di grande rigidità con scarse possibilità terapeutiche. Ricordo che quando seppi che dovevo dirigere la Clinica psichiatrica dell'Università di Bari mi premurai di andare in Inghilterra a visitare le istituzioni più avanzate, quali reparti psichiatrici negli ospedali generali ed il famoso ospedale psichiatrico di Dingleton, che in qualche maniera aveva ispirato Franco Basaglia. Uno dei cardini del funzionamento di queste istituzioni era una sorta di regime assembleare ( come si vede nella fiction della Rai ) basato su riunioni quotidiane sia dello staff ( medici e infermieri ) sia congiunto dello staff e dei pazienti. Noi a Bari applicammo in clinica questa metodologia comunicativa che venne affiancata ad interventi più tecnici ( farmaci, psicoterapie).
L'elettroshok fu abbandonato completamente e per sempre. Quando uscì la famosa legge 180, che chiudeva i manicomi (in Puglia ve ne erano tre: uno pubblico a Lecce e due privati a Bisceglie ed a Foggia ), la Regione prese contatto con me, quale direttore della Clinica, chiedendo aiuto in questa situazione difficilissima. Anche il presidente della Provincia (allora la gestione dell'assistenza psichiatrica era provinciale) prese contatto con me per sondare la possibilità di nominarmi direttore del Centro di igiene mentale. In quell'occasione ci fu un invito a cena da parte del presidente della Provincia a Franco Basaglia ed al sottoscritto.
Partecipò a quella cena anche una giornalista del settimanale L'Espresso che poi su quell'evento pubblicò un articolo. In quella cena con Basaglia vi fu una piena concordanza di idee sulla chiusura dei manicomi ma anche un conflitto per quel che riguardava la ricerca, considerata da me fondamentale in assoluto mentre da Basaglia solo se utilizzabile nel sociale. Questa differenza fu rimarcata poi su l'Espresso. Comunque per la mia nomina a direttore del Centro di igiene mentale ci fu l'imprimatur di Franco Basaglia che in alternativa a me avrebbe proposto - cosa che poi non accadde - un collega campano.
DISPONIBILITA' DELLE FAMIGLIE C'era il problema urgente di costituire i nuclei psichiatrici territoriali, in quanto il cardine della nuova legge era proprio lo spostamento dell'assistenza psichiatrica dai manicomi al territorio. Come fare? Gli unici che mostrarono una disponibilità a lasciare la clinica psichiatrica per organizzare i primi nuclei territoriali furono gli specializzandi di psichiatria di quell'epoca. Essi costituirono la maggior parte dei dirigenti responsabili. Fu un atto di grande coraggio, di eroismo di cui va dato atto. Un altro elemento che giocò a favore della Puglia fu la grande disponibilità delle famiglie pugliesi ad accogliere i loro membri in difficoltà.
Per questo motivo demmo un grande spazio alla terapia familiare. Io stesso andai dal più grande terapista familiare del mondo, Salvador Minuchin a Filadelfia per adottare il suo metodo di intervenire sulla famiglia e superare le difficoltà, da cui poi originavano certi disturbi mentali. Ad un certo punto fu svolta una ricerca di confronto sul consumo di psicofarmaci antidepressivi in varie regioni d'Italia e risultò il dato entusiasmante che la Puglia aveva un consumo sette volte inferiore a quello della Toscana.
Oggi, nell'epoca dei computer, di Google, e dell'intelligenza artificiale, stiamo lavorando ad un modello della mente (Mpe) che consenta una lettura originale delle relazioni umane e del loro cambiamento allo scopo di aumentare le potenzialità di conscenza dell'organizzazione della mente e di come modificarne gli aspetti disfunzionali. A questo proposito l'anno scorso a Bari si è tenuto un congresso promosso dall'Università dal titolo «Mente, Scienza e Creatività» che ha trattato di queste nuove ottiche e che è stato oggetto della pubblicazione di un libro negli Stati Uniti ( Editore Nova Publisher ). Il progresso continua.
* Ordinario di psichiatria, Università di Bari
10 Febbraio 2010
http://www.youtube.com/watch?v=aUCT8PGY_HU
Fonte: http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_le_analisi_NOTIZIA.php?IDNoti...
Antidepressivo utile dopo l'ictus
Sono stati riscontrati benefici per le capacità cognitive in pazienti che avevano avuto un ictus ed erano stati trattati con escitalopram dopo l'evento. La terapia con l'antidepressivo, avviata entro tre mesi dall'ictus, è stata confrontata in un campione di 129 pazienti senza sintomi depressivi, con un placebo e con un programma di problem solving therapy. Dopo 12 mesi, nel braccio escitalopram sono stati registrati miglioramenti più marcati della funzionalità cognitiva generale e in particolare nell'uso della parola e della memoria visiva. Nel punteggio calcolato nella scala RBANS (Repeatable Battery for the Assessment of Neuropsychological Status) il gruppo trattato raggiungeva 10, gli altri due gruppi 3,1. Non sono invece stati riscontrati effetti in altri parametri neuropsicologici. "A differenza delle terapie anticoagulanti, che devono essere somministrate entro poche ore dall'evento - spiega Ricardo Jorge, autore dello studio - gli antidepressivi hanno una finestra terapeutica più ampia". Il vantaggio ottenuto con escitalopram era indipendente dal suo effetto sulla depressione (S.Z.).
Arch Gen Psychiatry, Feb 2010; 67: 187 - 196
Fonte: DoctornewsOpportunità inglesi per i medici italiani
Fioccano le opportunità per i medici italiani interessati a fare un'esperienza lavorativa all'estero. Stavolta, a caccia di specialisti c'è la Gran Bretagna. Tante le figure richieste. A segnalare le offerte di lavoro è la Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), che ha pubblicato sul suo sito web i link con tutte le informazioni dettagliate a riguardo. Si richiedono, in particolare, medici specialisti in radiologia ed ematologia, ma anche dermatologi (3 posti, Central England), ortopedici (5 posti, East Midlands), psichiatri (5 posti, Manchester), pediatri (10 posti, Manchester e Devon), anestesisti (10 posti, Londra, Manchester ed East Midlands), medici pronto soccorso (20 posti, Manchester, Londra, Devon, East Midlands e Scozia) che saranno inseriti con la qualifica di 'specialty doctor grade'.
Fonte: DoctornewsA margine della fiction televisiva “Cera una volta la città dei matti”
Non vi è dubbio che in Italia si aggirano in circa 10 milioni di sofferenti di malattie psichiche, dalla depressione, primo disordine funzionale della persona, alla schizofrenia grave.
Bisogna considerare che il servizio pubblico televisivo, nella libertà di comunicazione sancito dall’art.15 della Costituzione, significa una serie di obblighi e di doveri nell’interesse della collettività.
Molto spesso il delicato argomento della disabilità in genere, particolarmente quella riferente ai malati mentali, viene “ripreso” nella ampiezza della descrizione di quei posti della sofferenza psichica, come la fiction “Cera una volta la città dei matti” andata in onda il 7 febbraio e conclusa ieri 8 febbraio, nel prospettare la problematica di come sono ubicati i malati psichici in Italia, una ripetizione di una cronica situazione risaputa e vecchia di molti anni che ha “determinato” il passaggio dal concetto custodialistico a quello terapeutico.
Altri “classici della liturgia cinematografica della follia”, come “Psyco” “Il buio oltre la siepe” “Il silenzio degli innocenti” ecc. hanno identificato il cammino che la tematica del folle compie in una via stretta piena di sanguigni dibattiti soprattutto al tempo della discussa legge Basaglia nel 1978 e la chiusura dei lager per malati mentali.
Ma la cruda realtà del disturbo psichico ha oltrepassato il muro del buon senso, del silenzio e del disinteresse da parte di tutti, Istituzioni soprattutto, perché continua quella filosofia della, pur giusta chiusura dei manicomi, ma con la restituzione alle famiglie ed alla società dei “malati” mettendo in pericolo la sicurezza dei cittadini.
Quando vediamo nella strade della n/s città o dei n/s paesi “matti” in libera uscita, non valutiamo e non vogliamo capire la priorità di una urgente soluzione di questo problema !.
“Scaraventare” centinaia di migliaia nella disperazione e nell’angoscia costringendole a vivere giorno e notte direttamente il rischio ed il dramma conseguente con la presenza in esse di un malato mentale, come viene descritta nella fiction di “Cera una volta la città dei matti” ; “costringere”le famiglie ad accollarsi onerosi costi di ricovero; “inserire” i residui manicomiali in strutture intermedie private o convenzionate scandalosamente ancora aperte (vedi es.Genova-Quarto ) in una parola alterando la vivibilità di questi esseri umani, è un rimedio peggiore del male.
Allora poco è servito chiudere i manicomi per dare queste risposte al disagio mentale !
Amareggia e sconforta le famiglie di questi “desaparecido della nostra civiltà” per la mancanza, ripeto, di adeguate informazioni su una situazione così delicata e continua a meravigliare la latitanza fin qui perseguita dalla TV di Stato, oltre quella cronica delle Istituzioni.
Non desidero proseguire nella disanima della trasmissione, considerando che i tempi televisivi non consentono di soffermarsi su dettagli e precisazioni varie altrettanto meritevoli di un più attento esame che sono necessari, ma incentrare l’attenzione sugli effetti che produce questa malattia e non ricercare le cause che questa produce sul sociale, è una tematica che sarebbe stato molto utile ed informativa “sentire” nella mancata “chiarificazione” che potevano fornire i due psichiatri presenti il primo giorno nella presentazione della fiction in questione.
Non sono le parole, le trasmissioni od i casi eclatanti che possono modificare questa “situazione”, è il Parlamento che deve intervenire!
Occorre ammettere che la legge 180 non ha funzionato o quanto meno sono passati 32 anni tra chiacchiere, burocrazia e non si è provveduto e non si provvede tutt’ora adeguatamente alla soluzione di questo “problema” tanto da trovarci ancora impreparati frastornati, occorre che questa situazione non venga vista in maniera teorica, ma venga valutata in modo pratico con una legge-quadro da me auspicata nelle Petizioni, affinché le Regioni possono legiferare per un trattamento corretto ed omogeneo e per Servizi uguali in tutto il n/s Paese.
Anche se il disagio mentale è stato qualche volta affrontato, ripeto, questo è avvenuto in maniera evasiva e superficiale, mentre l’Azienda Pubblica, a nostro modesto avviso, dovrebbe svolgere una serie di doveri ed obblighi che devono rispettare l’interesse e le necessità della collettività, mai dimenticando di evidenziare le priorità assolute come quella della sicurezza dei cittadini minacciata quasi quotidianamente da soggetti psicopatici.
Ed aggiungo per concludere : se l’Ente Televisivo di Stato vuole essere incisivo e concreto, non si deve limitare a sole e semplici parole o accenni accorati, ma essere più presente e pressante a trattare un “argomento” che si tira fuori di tanto in tanto ed in particolari circostanze come quella della affannosa pubblicità della fiction di cui sopra!
Vorrei terminare non con una “battuta” da film, ma con una frase di Leonardo da Vinci : “Siccome il ferro senza esercizio s’arrugginisce, così l’ingegno senza esercizio si guasta”.
Previte
La fiction su Basaglia che divide gli psichiatri
«Lo beatifica». «No, è bella e fa piangere»
ROMA — «Per carità. Ho resistito due minuti. Poi ho spento. Dopo Qualcuno volò sul nido del cuculo non c’è più niente da aggiungere. Resta un film imbattibile, pur avendo purtroppo compiuto un disastro. Da allora la psichiatria viene guardata con sospetto». Era scontato che tra i critici favorevoli a «C’era una volta la città dei matti», minifiction sulla vita di Franco Basaglia, in onda domenica e ieri sera su Raiuno, non ci sarebbe stato Giovan Battista Cassano. Il neuroscienziato ha sempre rimarcato i limiti culturali del riformatore veneziano, che cominciò a Gorizia la battaglia contro i manicomi. «Non ho seguito le puntate per due motivi — li elenca —. È una storia che riguarda il passato mentre la psichiatria ha problemi attuali molto gravi. Mi sarebbe piaciuto vederli rappresentati. E poi che intendono dirci? Che la follia non è una malattia? Certo, errori ne abbiamo commessi, ma da qui ad affermare che tutto dipenda dall’umanità, dall’assistenza e non dalla cura ce ne passa. Insomma, raccontare la rivoluzione in toni trionfalistici non è corretto».
La miniserie del regista Marco Turco ha profondamente emozionato gli ex allievi dell’uomo che lottò per l’abolizione degli istituti manicomiali, introdotta nel 1978 dalla legge 180. Ha pianto davanti allo schermo Giuseppe Dell’Acqua, consulente della miniserie. Nel ’71 si unì alla «colonia» di Basaglia raggiungendolo a Trieste per lavorare al suo fianco. «Una commozione indescrivibile — trattiene le lacrime —. Vedere in un film imatti che cominciano a parlare e lui che li ascolta è un’emozione».Marcello Veneziani, sul Giornale, ha criticato la «lirica epopea» che ha «santificato Basaglia come un liberatore». Banalità, secondo Dell’Acqua, organizzatore di un convegno-raduno sulla salute mentale, oggi a Trieste: «Il racconto si muove attraverso situazioni anche contraddittorie. Non è una beatificazione, non volevamo fare Padre Pio nè gridare evviva come sono belli i pazzi. Franco era esattamente come lo ha interpretato Fabrizio Gifuni. Uno scienziato che praticava. Mi è sembrato di rivederlo lo sguardo basagliano». Si è ritrovato in quelle scene Tommaso Losavio, un altro dei giovani della colonia triestina: «Ci voleva una fiction perché si tornasse a parlare di assistenza ai malati psichiatrici. Dopo tanti anni di silenzio e l’indifferenza dei governi, di destra e sinistra, si alza il sipario». In Commissione Affari sociali partirà l’ esame di un disegno di legge definito «la controriforma», primo firmatario Carlo Ciccioli, Pdl.
Fonte: Il Corriere della SeraDepressione: alle donne fa più paura del tumore al seno
(ASCA) - Roma, 8 feb - Sei donne su dieci hanno vissuto uno stato depressivo o conosciuto donne che ne stanno soffrendo. E il 54% teme questo ''male oscuro'' perche' lo ritiene incurabile, addirittura piu' del tumore al seno (considerato incurabile solo dal 24,2% delle donne). Ma se si va nello specifico delle terapie, la quota di ''sfiduciate'' sale al 78% tra le giovani dai 30 ai 39 anni fino all'80,1% delle donne tra i 40 e 49 anni. Dopo questa eta' la percentuale si abbassa restando pur sempre alta: circa 70%. L'uso di farmaci convenzionali (complessivamente efficaci per il 60%, ma molto efficaci solo per il 16%) viene solo dopo terapia psicologica e gruppi di mutuo-aiuto, considerate le pratiche piu' efficaci rispettivamente nell'83% e nel 75% dei casi. Sono questi i dati emersi da un'indagine condotta su oltre 100 donne presentata oggi a Milano dall'Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da). Dallo studio emerge inoltre che le donne ritengono che i farmaci attualmente disponibili abbiano solo effetti limitati nel tempo, senza risolvere le cause principali della depressione. E proprio chi conosce la malattia assegna un giudizio piu' basso rispetto a chi non l'ha mai incontrata. La conoscenza dei sintomi, invece, e' buona, ma puo' ancora essere migliorata: il 40,3% li sa riconoscere e sa quant'e' importante agire tempestivamente. Il punto di riferimento rimane il medico di famiglia (29% delle donne) seguito da familiari (23%), psicologo (15%) e psichiatra (13%).
Fonte: AscaContro l'Omeopatia singolare protesta collettiva
Una clamorosa manifestazione di piazza contro l’Omeopatia si è svolta in contemporanea in alcune città britanniche, australiane, neozelandesi, canadesi e statunitensi. Alle 10:23 del 30 gennaio centinaia di volontari hanno ingerito ciascuno circa 80 pillole omeopatiche tutte insieme. Effetti collaterali? Nessuno. Effetti qualsiasi? Nessuno. Ci racconta la singolare iniziativa la rivista specializzata New Scientist.
La singolare iniziativa – denominata 10:23 Campaign - aveva lo scopo di dimostrare che i rimedi omeopatici sono privi di qualsiasi efficacia non essendo costituiti da principi attivi a causa della infinita diluizione che è la base dell’Omeopatia. “Nessuno ha lamentato malori di nessun genere, e nessuno è stato curato da nessuna patologia”, dichiara Martin Robbins, portavoce della 10:23 Campaign. Un portavoce della catena di farmacie britannica Boots, che vende anche rimedi omeopatici al pubblico, ha commentato: “Sappiamo che tante persone credono nei benefici dell’Omeopatia, e noi cerchiamo di offrire ai consumatori i prodotti che loro vogliono acquistare”. Jayney Goddard della Complementary Medical Association risponde così alla provocazione: “Si tratta di una bravata, semplicemente. Una stupida e irresponsabile bravata senza nessuna comprensione dei veri principi dell’Omeopatia”.
Fonte: Coghlan A. Mass drug overdose – none dead. New Scientist 03/02/2010.
david frati
Fonte: http://it.health.yahoo.net/p_news.asp?id=27374Le città dei matti nascosti
Molto tempo or sono, nei momenti caldi delle polemiche accese sulla legge 180 che ha “ordinato” la chiusura dei “manicomi”, uscì, dal titolo “Matti da slegare”, un film non ultimo della serie, che era provocatorio e le cui immagini erano il simbolo di una realtà drammatica.
Accanto alla struttura dell’ospedale psichiatrico si vedeva un cimitero.
Quelle immagini erano una metafora di una morte civile che ghermiva gli “abitanti” al di là del muro
“Cera una volta la città dei matti” questo è il titolo della fiction della quale si è parlato ieri 7 febbraio nella trasmissione “Domenica in” dove sono stati presentati gli attori e proiettati alcune scene la cui valenza dal punto di vista cinematografico-televisivo non è in discussione.
La tematica della malattia mentale è stata affrontata da due psichiatri in maniera molto succinta come si conviene ad una trasmissione televisiva .
Purtroppo questi “eventi”, non certamente frequenti nella TV di Stato, non portano alcun contributo al problema reale, dato che le Istituzioni preposte sono ben lontane dall’acquisire conoscenza e stimoli.
Sarebbe opportuno, anche se trattasi di una trasmissione di evasione, che insieme alla pubblicità del film unire la presenza di qualche “politico che conta” in modo che presa visione della situazione in oggetto possa attivarsi nella sede opportuna e naturale, cioè il Parlamento, affinché queste situazioni proiettate nella fiction abbiano concrete e risolutive risposte attese da ben 32 anni.
Non si può non ricordare che il giusto obiettivo del Basaglia- padre della legge 180- era quello di annullare l’istituzione manicomiale, ma anche di curare e non segregare il “malato” , “cosa” che è rimasta quasi inalterata.
La società italiana è molto preoccupata per la mancanza di interventi di natura legislativa, finanziaria e sanitaria dei servizi pubblici inerenti la salute ed in particolare il disagio mentale.
I dati statistici che a volte vengono citati dai mass media, anche se possono sollevare dubbi o perplessità sulla loro autenticità, non possono farci disconoscere che una buona nonché vasta percentuale di malati psichici gravanti sulle famiglie costituiscono una verità, una fondamentale dimostrazione di questo grave disagio sociale che ci deve e deve richiamare alla realtà.
I malati mentali si aggirano intorno ai 10 milioni, nascosti nelle n/s città e nei n/s paesi con differenti gradi di gravità, ma le tragedie quasi quotidiane che ci fornisce la cronaca traggono le loro origini da una precisa sintesi di disagio interno e di un equilibrio mentale inesistente o quanto meno molto carente, che nessuna fiction potrà mai chiarire nella sua integrità quelle dolorose vicende in cui si intrecciano episodi di vita e di morte.
Di fronte a questa tematica, si tratta di considerare il problema su due fronti cioè : l’educazione e la riforma, per raggiungere un posto dignitoso del malato nella mappa della sanità come nella società civile.
Per l’educazione è necessario che il “diverso” non sia emarginato, trattandosi di persona bisognosa di una maggiore considerazione, di comprensione, di stima e di molta pazienza.
Per le riforme è necessario un provvedimento legislativo, una legge-quadro in maniera che le Regioni, ormai titolari della sanità, creino ambienti che diventino centri di salute, dove si coltiva la dignità della persona, il rispetto dell’individuo instaurando un cammino di vera solidarietà
Quanto sopra non vuol essere una critica tanto meno una polemica, ma una semplice considerazione che vuole nel contempo richiamare l’attenzione, ripeto, su un vecchio ed annoso problema, che forse una fiction cerca di evidenziare.
Morale : non si può continuare ad ignorare nel silenzio e nel disinteresse !
Previte
Se la comunità non risponde
I fatti degli anni più recenti e anche di questi giorni del 2010 denotano un periodo nuovamente accelerato per delineare e porre disposizione per l'assistenza psichiatrica o di peso terapeutico per la salute mentale in Italia.
La realtà di "chiusura dei manicomi" e "chiusura con la legge speciale dei primi del '900" è una parte dell'idealità e della lettera della legge 180: il complemento è dato in primis dalle norme che stabiliscono il "sistema di cura" e un "sistema di garanzie".
Nei fatti il pensiero di ispirazione basagliana, quello che oggi definirei un post-basaglianesimo di seconda generazione, sembra che esprima una sopraffazione del sistema di cura su argomentazioni di sistemi di garanzie.
In questo pensiero vedo infine chiarirsi il "sistema di cura" nella comunità sociale: è in qualche modo la società tutta che si dovrebbe far carico dei problemi psichici.
Ne sono prova espressioni usate come "cittadinanza sociale" (nella prima metà di questi anni 2000 un termine simile era sviluppato anche come possibile legislazione in armonia con la riforma sull'assistenza sociale L.328/2000), "utenti responsabilizzati" (oltre al minor peso del disagio psichico si delineano forme di lavoro di persone con disagi psichici da reimmettere nel sistema terapeutico stesso), "UFE" (utenti familiari esperti), "auto-aiuto in tendenza separatista" (attività di gruppo aprioristicamente prive di operatori).
La degenza nella sede più importante del SPDC si andrebbe a diminuire (es. il rapporto Regionale SSR 2007 del Friuli Venezia Giulia rileva una degenza media per il SPDC del DSM di Trieste pari a 0,8 giorni per un periodo di alcuni anni recenti) in favore di sedi di più bassa soglia terapeutica; mentre operatori "minori" sono presenti dai ricoveri per anziani, ai gruppi appartamento, alle case famiglia per adulti o minori sottratti a famiglie.
Nel 2004, dichiaratamente in linea con la legge 180, viene approvata la riforma vòlta a liberare dallo status di interdetto o inabilitato il soggetto adulto introducendo la figura dell'amministratore di sostegno che sarebbe pure "del corpo sociale", ma infine sarà a rischio di indebita interposizione di professionisti nelle famiglie (in giugno 2009 un articolo de Il Piccolo di Trieste titolerà "In 700 amministrano anziani", mentre le domande pervenute da privati o dai servizi per l'avviamento di tale prassi risulta dal database del Tribunale di Trieste pari a 219 nei primi sei mesi del 2009).
La salute comunitaria presupporrebbe un interessamento attivo sociale, ma la realtà pare smentire questa aspirazione.
C'è stato un periodo recente in cui mi pareva di osservare persone con disagio psichico come combattenti e lavoratori: interessati in prima persona in una sorta di farsi carico di realizzazioni della "psichiatria di comunità" (quella realtà del territorio che prevederebbe equipe multiprofessionali operare per i vari aspetti della salute della persona..biologico, psichico, sociale,..): determinate realtà di "soggiorno autogestito" andavano decisamente a coprire le singole province di una Regione.
Ultimamente mi pare si parli di più di inclusione sociale, come possibilità di lavoro ed indipendenza di chi ha disagi psichici.
Ma il "circuito" è questo: la realtà sociale si prende cura di chi ha crisi psichica, la quale è appunto una crisi che deve modificare l'esistente per richiamare un attivismo solidale e un' economia di gratuità e di reciprocità in cui ogni cittadino concorre a questa azione per la salute.
La realtà dei fatti è che la nostra società in corsa e degli scambi di mercato male riesce a sopportare i tempi e i modi di una tale idealità: tanto è vero che "la pasticca" diviene forse qualcosa di più di quello che realmente produce; diviene metodo veloce di cura, diviene privacy tascabile,..
Tanto è vero che nel corso degli anni associazionismo più variegato (familiari, professionisti, ecc) ha sempre mostrato una conflittualita tale da provocare in letteratura espressioni più colorite - come le "lotte fratricide" di un volume di vari anni fa -.
Sono anche questi conflitti e questa domanda di "erogazione di servizio" reale e garante che fa sì che la nostra società vada presa come "liberale", con aspetti individualistici e lucrativi (aspetti lucrativi importanti sono stati evidenziati per case famiglia per minori, mentre la legge 149/2001 che ne dava impulso era più nobilmente idealistica).
L'aspirazione del post-basaglianesimo di seconda generazione ad un metaforico trattenimento del respiro al dare più peso a chi sta male non sviluppando anche servizi importanti e correndo per dimostrare che si può "fare da soli" (utenti, familiari, piccoli operatori, strutture a bassa soglia terapeutica) rischia ora di occupare anni di vita di persone in circuiti esclusivi per la salute mentale, affiancati da figure professionali invadenti che rivelano loro inefficacia ed aspecificità per la salute in molteplici occasioni..
L'aspirazione ad una salute mentale comunitaria diviene sovraccarico, impoverimento del ventaglio di offerta sanitaria, rischio di qualsiasi paradosso "salvatore che diviene persecutore", "autoritarismo di strutture pubbliche": il tentativo di convocazione e mobilitazione del corpo sociale (inoltre laicista) ha per lo più un carattere autoritario, ma quanto di deleterio possa esserci in questo grava nel caso in esame su parti più indebolite della società.
Per cui è sicuramente il caso di parlare del "sistema di garanzie", che dovrà entrare in gioco quando la società sarà rispettata ed esaudita nella realtà delle proprie possibilità ed aspirazioni.
Ciò non significa che si debba eliminare una serie di aspetti di un'identità clinico-culturale, ma non si può chiedere troppo ai cittadini.








