Il primo a descrivere un quadro molto simile a quello dell’attacco di panico fu un medico militare, DaCosta. Nel 1871, durante la guerra civile americana, DaCosta curò un gruppo di soldati che lamentavano palpitazioni, dolore e oppressione toracica e definì questo insieme di sintomi come “Sindrome del cuore irritabile”. Negli stessi anni, in Europa, il francese Legrand du Salle e il tedesco Westphal dettagliarono una situazione clinica che definirono “agorafobia”. L’Agorafobia è la paura provata nei confronti dei luoghi aperti come le piazze, ed è molto spesso collegata all’attacco di panico. Dal 1871 ad oggi si è arrivati ad avere una classificazione più chiara in base alla quale collochiamo l’attacco di panico all’interno di una categoria di patologie più ampia ossia quella dei Disturbi d’ansia. L’elemento che accomuna questi disturbi è l’ansia, un’emozione che si prova comunemente in vari momenti e circostanze della vita umana. L’ansia è quel senso d’inquietudine o di paura che nasce di fronte ad una situazione pericolosa. Può essere considerata come un segnale della presenza di una minaccia incombente (un’aggressione camminando in un vicolo buio),oppure come un meccanismo di difesa che scatta in situazioni obbiettivamente difficili o inusuali (un colloquio di lavoro). In questi termini l’ansia consente l’attivazione di comportamenti utili all’adattamento ossia a fuggire dalla condizione di pericolo o risolvere il problema che si sta ponendo. Al contrario è considerata patologica quando disturba, in maniera più o meno intensa, il vivere quotidiano e l’equilibrio psichico dell’individuo che non riesce a mettere in atto quelle manovre d’adattamento utili a superare la minaccia e la difficoltà. L’ansia, in questo caso, può insorgere senza apparenti cause esterne, in situazioni che normalmente non costituiscono fonte di pericolo ma che sono vissute come tali. Si parla di angoscia quando, oltre ad un senso di panico soffocante, compaiono manifestazioni neurovegetative come sudorazione abbondante, aumento della frequenza cardiaca e respiratoria, diarrea.
L’attacco di panico trova la sua origine nell’ansia alla quale si aggiunge una sintomatologia precisa. Viene descritto come un episodio di durata variabile, da pochi minuti a mezz’ora, in cui l’individuo sperimenta una sensazione di catastrofe e morte imminente, ha paura di perdere il controllo, di impazzire o morire. Queste emozioni sono accompagnate da sintomi somatici come dispnea (difficoltà a respirare), palpitazioni, dolore o fastidio al petto, sudorazione, senso di soffocamento, vertigini, tremore, nausea. E’ frequente che il soggetto si rechi al Pronto soccorso per il senso di morte imminente e per il timore di avere una grave patologia. L’attacco di panico può insorgere in qualsiasi momento della giornata, in condizioni di presunta tranquillità, durante il sonno. Oltre al terrore patito nel singolo episodio, siccome gli attacchi di panico sono spesso ricorrenti, l’individuo tende a sviluppare una forma secondaria di ansia anticipatoria. E’ la paura di avere paura che attanaglia questi soggetti, l’incubo che un nuovo attacco si presenti anche in uno stato di completo benessere. L’individuo vive nel timore e nell’attesa che “succeda ancora” e che il nuovo episodio sia peggiore, diverso, insopportabile. Nessuno deve affrontare questa situazione da solo, molte figure (medici, infermieri, familiari) possono accompagnare chi soffre di attacchi di panico e aiutarlo a riportare l’ansia ad un livello fisiologico e sopportabile. A partire dal Pronto soccorso il compito del medico è quello di fare una diagnosi differenziale cioè capire se i sintomi che l’individuo presenta abbiano una natura organica. Una volta escluse cause fisiche sottostanti inizia un percorso diverso da soggetto a soggetto. Un consiglio universale è quello di affidarsi ad un medico specialista in psichiatria che saprà come aiutare il suo nuovo paziente servendosi di psicoterapia e/o trattamento farmacologico in base alle necessità.
“Di regola, ciò che non si vede disturba la mente degli uomini assai più profondamente di ciò che essi vedono” (Giulio Cesare).
Alice Cervetti

