La depressione

Come lo stress, la depressione è entrata a far parte dei luoghi comuni: si dice son depresso per dire sono triste e via di questo passo. Esattamente come quando si dice che si è stressati quando, magari, semplicemente non si sa che pesci prendere. Però la realtà è ben diversa. La depressione (vera) è collocata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità al quarto posto tra i maggiori problemi sanitari, ed è ovviamente la malattia psichiatrica più spesso diagnosticata. Non solo, sempre secondo l’OMS, negli Stati Uniti e in Europa se la prima causa di invalidità sono le malattie cardiovascolari, subito dopo arriva la depressione.

Quanti casi di umore nero
Poiché la diagnosi presenta comunque delle difficoltà, soprattutto quando avviene fuori da un contesto specialistico, è difficile dare stime puntuali alla virgola, comunque tra i dati meno opinabili c’è che nella popolazione generale il rischio di andare incontro a un episodio depressivo maggiore è del 17%, e il 50-70% di chi ha questo primo “attacco” è destinato a sperimentarne altri. Il dato diviene preoccupante se si tiene presente che l’età media alla quale si sperimenta il primo episodio di depressione si sta abbassando. 
Ovviamente il numero di persone colpite varia se si esaminano gruppi specifici di popolazione. Per esempio, negli anziani indagini statunitensi ritengono che il 15% degli anziani presenti sintomi depressivi, ma la percentuale sale al 25% tra gli anziani ricoverati negli ospizi. Anche alcuni portatori di malattie croniche sono più spesso soggetti a questo disturbo, per esempio i diabetici, soprattutto se già accusano la retinopatia e, quindi, una diminuzione della vista.
Anche tra bambini e adolescenti le stime fanno pensare a un problema emergente: dal 2 al 5% sperimenta la malattia e la quota sale tra i cosiddetti bambini difficili già in carico allo psicologo. Quadro ancora peggiore tra gli adolescenti (almeno quelli statunitensi): il 20% sperimenta almeno un episodio entro i 18 anni, mentre addirittura il 65% presenta sintomi simili o assimilabili alla depressione, sia pure di entità non grave. Certamente queste cifre vanno sempre prese con qualche cautela, tenendo presente anche la vocazione americana a medicalizzare tutti i fatti della vita. Uno degli studi più recenti pubblicati sulla situazione italiana (condotto su un campione statisticamente rappresentativo di oltre 3.500 persone) ha stimato una prevalenza (numero di persone colpite negli ultimi sei mesi precedenti l’indagine) pari all’8% per la depressione maggiore e al 2,9% per la depressione minore. Per quanto riguarda la depressione maggiore la fascia d’età più colpita era quella compresa tra 30 e 49 anni, la meno colpita quella degli ultrasessantenni (4,1%), dati che per inciso corrispondono alla tendenza europea.

Pesa di più sulle donne
Un dato, comunque, sembra incontestabile: la depressione colpisce più frequentemente le donne. In linea generale, nella popolazione femminile il disturbo è da 1,5 a 3 volte più frequente (secondo l’indagine italiana citata prima, la depressione minore è 1,6 volte più frequente nelle italiane che negli italiani, quella maggiore 1,3 volte). Alcuni grandi studi epidemiologici (ancora una volta, statunitensi) riportano una frequenza media del 20% tra le donne e del 10 per cento tra gli uomini.
Il perché, secondo gli studiosi, può essere cercato in tre direzioni diverse:
a) L’ipotesi dell’artefatto. In realtà le donne non sarebbero più esposte o colpite degli uomini, ma soltanto più inclini a parlare di questo tipo di disturbi col proprio medico. Si tratterebbe dunque di un cosiddetto “artefatto diagnostico”, cioè di un effetto dovuto alle modalità con cui si procede alla diagnosi.
b) L’ipotesi biologica. Le donne sarebbero maggiormente vulnerabili in funzione delle variazioni ormonali legate al ciclo riproduttivo: il menarca (inizio delle mestruazioni), la gravidanza, la menopausa, sono tutte situazioni che comportano sensibili cambiamenti nella fisiologica della donna.
c) L’ipotesi socioculturale. In questo caso sarebbe il contesto di relazioni sociali in cui è inserita la donna a determinare la maggiore frequenza con cui si manifesta la depressione. Infatti, malgrado gli innegabili cambiamenti avvenuti negli ultimi 30 anni, è innegabile che la donna risenta ancora di una condizione socioeconomica sfavorevole e che più spesso sia la parte debole anche nelle relazioni famigliari (rapporto padre-figlia, marito-moglie). 

In effetti l’ipotesi socioculturale rende conto di alcuni dati epidemiologici altrimenti più difficilmente spiegabili. Per esempio il fatto che tra gli studenti universitari dei campus la depressione colpisce i due sessi nella stessa misura. Va anche detto, poi, che gli eventi sociali possono contribuire a rafforzare le cause biologiche. Gli stress ripetuti, infatti, è ormai dimostrato che agiscono anche alterando l’equilibrio ormonale.
Insomma, la scienza confermerebbe quanto scritto da John Lennon: “Woman is the nigger of the world” e cioè “la donna è il negro – la minoranza oppressa – dell’umanità”.

Maurizio Imperiali

Fonti
Women’s Mental Health: an evidence based review. Mental Health Determinants and Populations
Department of Mental Health and Substance Dependence. World Health Organization. Geneva 2000
Dubini A, Mannheimer R, Pancheri P.Depression in the community: results of the first Italian survey. Int Clin Psychopharmacol 2001 Jan;16(1):49-53
Hiral D. Desai, Michael W. Jann. Major Depression in Women: A Review of the Literature. J Am Pharm Assoc 40(4):525-537, 2000. 
Miller MD. Recognizing and Treating Depression in the Elderly. Medscape Mental Health 2(3), 1997. 
Kessler RC, McGonagle KA, Zhao S, et al. Lifetime and 12-month prevalence of DSM-III-R psychiatric disorders in the United States. Results from the National Comorbidity survey. Arch Gen Psychiatry. 1994;51:8-19.
Murray CJL, Lopez AD. Evidence-based health policy – lessons from the Global Burden of Disease Study. Science. 1996;274:740-741. 
Klerman GL, Weissman MM. Increasing rates of depression. JAMA. 1989;261:2229-2235. 
Ustun TB.Cross-national epidemiology of depression and gender. J Gend Specif Med 2000 Mar-Apr;3(2):54-8
Breslau N, Chilcoat H, Schultz LR. Anxiety disorders and the emergence of sex differences in major depression. J Gend Specif Med 1998 Dec;1(3):33-9
Stein MB, Fuetsch M, Muller N, Hofler M, Lieb R, Wittchen HU Social anxiety disorder and the risk of depression: a prospective community study of adolescents and young adults. Arch Gen Psychiatry 2001 Mar;58(3):251-6

DSM IV

Il (DSM) rappresenta la classificazione delle malattie mentali pubblicata per la prima volta nel 1952, negli Stati Uniti, da parte del Comitato sulla Nomenclatura e la Statistica dell’American Psychiatric Association. La IV edizione, pubblicata nel 1994, è la più recente e aggiornata. È correlata alla decima edizione dell’ dell’OMS, pubblicata nel 1992. I sistemi diagnostici usati negli Stati Uniti devono essere compatibili con l’ICD per assicurare l’uniformità delle statistiche nazionali e internazionali. Il DSM ha un approccio ateorico nei confronti delle cause dei disturbi, adottando un criterio prevalentemente descrittivo sulle manifestazioni cliniche dei disturbi psichici. Per ciascun specifico disturbo mentale vengono forniti specifici criteri diagnostici. Tali criteri comprendono un elenco di caratteristiche cliniche che devono essere presenti per poter porre una determinata diagnosi. Inoltre, il DSM descrive in modo sistematico i caratteri clinici associati a ciascun disturbo quali, ad esempio, l’età di esordio, gli aspetti culturali e il sesso, la prevalenza, l’incidenza e i fattori di rischio, il decorso, le complicazioni, i fattori predisponenti, la presenza di familiarità e la diagnosi differenziale. Il DSM non riporta le teorie eziopatogenetiche né il trattamento dei vari disturbi. Infine, il manuale fornisce anche esplicite regole da utilizzare quando non esistono sufficienti informazioni oppure quando il quadro clinico non corrisponde del tutto ai criteri di una determinata categoria (ad es., disturbo atipico, residuo o non altrimenti specificato). Il DSM-IV è strutturato su un sistema multiassiale che permette di valutare il paziente sotto molti aspetti. I 5 assi considerati riguardano i disturbi clinici (asse I), i disturbi di personalità (asse II), i disturbi fisici o condizioni mediche generali che possono essere associati al disturbo mentale e possono esserne la causa o la conseguenza (asse III), i problemi psicosociali e ambientali che contribuiscono significativamente allo sviluppo o all’aggravamento della malattia in atto (asse IV) e infine la valutazione del funzionamento globale (sociale, lavorativo e psicologico) del paziente durante un determinato periodo di tempo (asse V). Il DSM-IV permette, inoltre, al medico che non desidera usare il formato multiassiale di elencare la diagnosi in modo seriato, indicando per prima la diagnosi principale. La gravità di un disturbo può essere classificata in lieve, moderata o grave e il disturbo può essere definito in remissione parziale o completa. Quando un paziente ha più di un disturbo sull’asse I, la diagnosi principale viene indicata per prima. I rimanenti disturbi devono essere elencati secondo un ordine basato sull’importanza clinica e terapeutica. Il piano strutturale del DSM-IV prevede una serie di sezioni comprendenti i vari disturbi. Le prime 4 sono rappresentate da “Disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza”, “Disturbi cognitivi (delirium, demenza, disturbi amnestici, ecc.)”, “Disturbi mentali dovuti a una condizione medica generale” e “Disturbi correlati a sostanze”. Queste sezioni sono poste prima dei rimanenti disturbi trattati nel manuale per la loro priorità nella diagnosi differenziale. Il principio su cui si basa l’organizzazione di tutte le rimanenti sezioni (esclusa quella dei disturbi di adattamento) è di raggruppare i disturbi sulla base dei caratteri fenomenologici comuni, in modo da facilitare la diagnosi differenziale. Infine, il DSM-IV comprende una sezione relativa alle altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica.

DROPERIDOLO

È un neurolettico ( ) della famiglia dei butirrofenoni, che dimostra un’elevata attività antidopaminergica, determinata dal blocco dei recettori dopaminergici di tipo D2 e in misura minore dei D1, associata a un’attività di blocco dei recettori adrenergici di tipo alfa1. Il droperidolo presenta invece scarsa attività istaminica e muscarinica. La risposta clinica, dopo una singola iniezione intramuscolare o endovenosa di droperidolo, si manifesta 3-10 minuti dopo la somministrazione, sebbene il picco di azione possa dimostrarsi intorno ai 30 minuti. La durata dell’effetto sedativo è compreso fra 2 e 4 ore, sebbene alterazioni dello stato di vigilanza possano persistere per 12 ore circa. Il farmaco viene utilizzato sia come antipsicotico, sfruttandone l’azione neurolettica e sedativa, sia, più frequentemente, in ambito anestesiologico nella cosiddetta . La posologia è in relazione alle indicazioni cliniche e alla risposta individuale, variando, in ambito psichiatrico di urgenza, dai 5 ai 20 mg/die, iniziando con basse dosi frazionate in 2-3 somministrazioni giornaliere e, successivamente, in una dose unica serale. Gli effetti collaterali, le controindicazioni, le interazioni farmacologiche sono quelle dei neurolettici di tipo .

DROP ATTACK

Il termine definisce una caduta improvvisa, che si verifica cioè inaspettatamente con conservazione dello stato di coscienza. Questi pazienti (in genere anziani e prevalentemente donne) cadono improvvisamente a terra mentre stanno camminando o sono in piedi, avvertendo “una sorta di brusco cedimento della muscolatura degli arti inferiori”. L’evento si verifica molto rapidamente senza l’accompagnamento di vertigine o di perdita di coscienza e altrettanto rapidamente svanisce, non lasciando reliquati che non siano gli esiti di traumatismi eventualmente conseguiti alla caduta; può associarsi disartria per disturbo circolatorio vertebrobasilare oppure carotideo. Tale fenomeno è considerato conseguenza di un attacco ischemico transitorio (TIA; ) e, come tale, può ripetersi varie volte entro poche settimane oppure non ripresentarsi più. Il quadro clinico non si associa ad alterazioni strumentalmente rilevabili: l’EEG, ad esempio, è normale. L’eziopatogenesi non è definita, anche se comunemente si ritiene che la causa sia un’ischemia transitoria del tronco encefalico (ischemia transitoria vertebrobasilare). In genere, non si instaura un trattamento specifico.

DRAMATIC CLUSTER

Gruppo B (melodrammatico, imprevedibile, emotivo, sgargiante) dei nella classificazione del DSM-IV. Comprende 4 disturbi di personalità, che si differenziano notevolmente per origine e sono caratterizzati da atteggiamenti drammatici e teatrali con frequente discontrollo degli impulsi: , , e .

DOWN, sindrome di

Quadro definito dalla trisomia del cromosoma 21, che colpisce 1 su 600/700 nati. Rappresenta il 10% di tutte le insufficienze mentali. Il 96% dei casi ha un cromosoma 21 extra libero e l’anomalia è legata a una non disgiunzione verificatasi nella meiosi paterna o materna (nel 64% dei casi nella prima divisione meiotica materna). L’unico elemento eziologico certo è costituito dall’età della madre. Il rischio di avere un figlio con s. di Down è 0,5/1000 per una madre <30 anni e 20/1000 dopo i 45 anni. Nel 4% dei casi il cariotipo risulta apparentemente normale dal punto di vista numerico con presenza di 46 cromosomi, per la fusione del 21 extra con un altro elemento (trisomia 21 con traslocazione). In tali casi, l’anomalia cromosomica era già presente nel cariotipo parentale e viene trasmessa ereditariamente da genitore a figlio. Il 5% dei soggetti Down presenta il fenomeno del , ossia presenza di due o più cloni cellulari con diverso corredo cromosomico provenienti dallo stesso zigote. Alcune cellule avranno quindi un corredo cromosomico euploide e il quadro sarà incompleto con maggior conservazione dell’intelligenza. La diagnosi presumibile dall’osservazione clinica è confermata dall’analisi del cariotipo. Dal punto di vista somatico, i soggetti presentano numerosi dismorfismi: il cranio è piccolo con occipite piatto, fronte bombata, zigomi sporgenti, rima palpebrale obliqua con plica palpebrale sovrannumeraria ( ), lingua voluminosa, ipotonica, sporgente e con aspetto , orecchie piccole e basse, mani tozze e spesse con dita piccole e corte e malformazione della seconda falange del 5° dito. Segno pressoché patognomonico sono le (macchie biancastre nella zona mediana dell’iride). La muscolatura è ipotrofica, le articolazioni iperflessibili, la statura bassa, lo sviluppo puberale spesso incompleto. Nel 48% dei casi sono presenti cardiopatie congenite. Lo sviluppo psicomotorio risulta ritardato, pur seguendo le tappe presenti nel soggetto normale; ma, mentre la coordinazione motoria e il comportamento affettivo e sociale si sviluppano con un ritardo accettabile, altre funzioni, come quella del linguaggio e quella relativa all’attività mentale, appaiono del tutto insufficienti. Basso risulta il rendimento nelle attività di discriminazione percettiva e nella risoluzione di problemi, con scarsa memoria e capacità di astrazione e QI che si colloca tra il 50% e il 70%. Sul piano affettivo, sono bambini generalmente docili, allegri e collaborativi con buon inserimento familiare, scolastico e lavorativo. Il 70% dei bambini supera i 5 anni di vita e il 50% raggiunge la mezza età. Oltre alle numerose patologie a cui i soggetti possono andare incontro con maggior frequenza dei loro coetanei, quali le infezioni broncopolmonari e del tratto urinario, embolie e ascessi cerebrali in conseguenza delle cardiopatie di cui spesso sono portatori, leucemia linfoblastica, i soggetti con più di 35 anni sviluppano con notevole frequenza quadri di demenza pre-senile o senile; la s. di Down infatti viene considerata un modello patogenetico della demenza di Alzheimer per la precoce comparsa di depositi preamiloidi (placche diffuse, presenti anche in aree dove normalmente non si riscontrano placche di morfologia classica, come lo striato e lo strato molecolare della corteccia cerebellare, e che mancano di depositi di amiloide compatta), che pare precedano la formazione delle placche classiche. È stato inoltre evidenziato che parenti di pazienti con demenza di Alzheimer possono avere un’aumentata frequenza di s. di Down e i pazienti con m. di Alzheimer possono avere un’aumentata incidenza di modelli di impronte digitali comunemente trovati nella s. di Down. Non sono state riscontrate anormali replicazioni del cromosoma 21 in casi familiari o sporadici di demenza di Alzheimer. La prognosi quoad vitam risulta legata alle possibilità di inserimento sociale che vengono offerte a individui con ritardo mentale e difficoltà di inserimento ambientale, che si rendono sempre più evidenti con la crescita del soggetto.