NORMALIZZAZIONE FORZATA

Fenomeno neurofisiologico che avviene in pazienti con epilessia e “caratterizzato dal fatto che, all’occorrenza di stati psicotici, l’EEG diventa più normale o del tutto normale se paragonato ai tracciati EEG precedenti o seguenti” (definizione originale di Landolt, 1950). Successivamente Tellenbach (1965) ampliò il concetto alla sintomatologia clinica (ossia ai pazienti che divengono psicotici quando sono senza crisi e che si normalizzano al riapparire delle crisi), coniando il termine di “psicosi alternante”. In un primo tempo associata alle epilessie parziali, la normalizzazione forzata fu poi anche osservata in caso di epilessie generalizzate. Il fenomeno può essere provocato dalla somministrazione di farmaci. Tra questi, l’etosuccimide (prima osservazione dello stesso Landolt), i barbiturici, le benzodiazepine e il vigabatrin. Sebbene la genesi della normalizzazione forzata sia ignota, è indubbio che possa in qualche maniera aiutare a chiarire i rapporti tra epilessia e psicosi. In particolare, è di notevole interesse speculativo l’antagonismo biologico dei sintomi (crisi e allucinazioni o deliri).

NORTRIPTILINA

La nortriptilina è un antidepressivo della classe dei triciclici (TCA). È un inibitore della ricaptazione della noradrenalina e, in misura inferiore, della serotonina. In cronico induce una down regulation dei recettori b-adrenergici. Presenta minore attività sui recettori a-adrenergici, istaminici e muscarinici rispetto alla molecola madre, l’amitriptilina, di cui rappresenta il principale metabolita demetilato. Il farmaco viene ben assorbito per via orale, con un picco plasmatico entro 2-3 ore dall’assunzione. L’emivita plasmatica della nortriptilina è di 24-48 ore circa. L’indicazione della nortriptilina sono i disturbi depressivi, soprattutto quelli con caratteristiche di tipo inibito o che non necessitano di significativa sedazione. La posologia è variabile a seconda dell’indicazione clinica e della responsività e tollerabilità individuale al farmaco, essendo compresa fra 75-150 mg nella maggior parte dei casi e sino a 200 mg/die quando necessario.

Tale dosaggio deve essere raggiunto con gradualità, partendo da 25-50 mg/die e aumentando di 25 mg ogni 2-3 giorni sino alla dose ritenuta opportuna per il paziente. Nell’anziano e nei soggetti debilitati il farmaco deve essere prescritto a una posologia di circa un terzo-metà della dose indicata per un adulto sano.

La nortriptilina presenta una finestra terapeutica con risposte ottimali associate a concentrazioni plasmatiche comprese fra 50 e 150 ng/ml. Dosaggi più elevati possono determinare minore risposta clinica e maggiori effetti collaterali. Il farmaco può essere routinariamente monitorato a livello plasmatico (vedi Amitriptilina). Nell’anziano sono presenti concentrazioni plasmatiche del metabolita attivo 10-idrossi-nortriptilina più elevate rispetto all’adulto giovane: tale metabolita sembrerebbe essere associato a maggiore attività cardiotossica rispetto alla molecola madre.

Gli effetti collaterali, le controindicazioni e le cautele d’impiego della nortriptilina sono quelli dell’amitriptilina, ma con minore azione ipotensiva, anticolinergica e sedativa, alla luce della minore potenza di blocco sui recettori a-adrenergici, muscarinici e istaminici. Per tale ragione, prima dell’avvento degli antidepressivi di seconda generazione, la desipramina e la nortriptilina sono risultate i farmaci di elezione, fra i triciclici, nei pazienti anziani e in quelli con patologie cardiovascolari.

NUCLEO ROSSO, sindrome del

Sindrome alterna mesencefalica (tegmentale ventrale), distinta in (1) sindrome inferiore (di Claude o di Nothnagel) e (2) sindrome superiore (di Foix, Chiray e Nicolesco o s. di Nielsen). Nella prima sono lesi la parte inferiore del nucleo rosso, il nucleo o la radice del III, il peduncolo cerebellare superiore e talora il IV, con conseguente paralisi dei muscoli oculari innervati dal III, IV, atassia dal lato opposto e lateropulsione dal lato della lesione. Nella seconda sono lesi la parte superiore del nucleo rosso, il peduncolo cerebellare superiore, il nucleo dentato, le fibre rubro-talamiche e il fascio centrale della calotta. La sintomatologia consiste in sintomi cerebellari controlaterali, movimenti involontari, nistagmo.

NUTRIZIONE DELL’INFANZIA E DELLA PRIMA FANCIULLEZZA, disturbo della

Categoria nosografica del DSM-IV relativa a incapacità di alimentarsi adeguatamente, con conseguente difetto di acquisizione del peso atteso oppure significativo calo ponderale durante un periodo di almeno 1 mese. L’anomalia non è dovuta a condizione gastrointestinale associata o ad altra condizione medica generale (ad es., reflusso gastroesofageo), né ad altro disturbo mentale (ad es., ruminazione), né a mancata disponibilità di cibo. L’esordio avviene prima dei 6 anni di età. La maggior parte dei bambini migliora dopo periodi variabili di tempo. I soggetti in età infantile sono spesso irritabili e difficili da accudire durante la denutrizione. Possono essere associati un’inadeguata interazione genitore-bambino anche nell’offrire il cibo, un deficit di neuroregolazione, condizioni psicopatologiche dei genitori, maltrattamento del bambino.

NALOXONE

Antagonista selettivo dei recettori m, d e k degli oppioidi endogeni. Viene utilizzato per controllare le crisi da overdose da sostanze oppioidi, in particolare eroina. È disponibile in fiale da 0,4 mg e non ha alcun effetto in soggetti normali. La sua durata d’azione è breve (20-45 minuti), mentre quella degli oppiacei è di diverse ore; pertanto, al termine dell’azione del naloxone possono ricomparire gli effetti degli oppiacei in circolo, con rischio di apnea secondaria. Vedi anche Oppioidi endogeni, Tossicodipendenza.

NALTREXONE

Antagonista degli oppiacei a lunga emivita proposto, oltre che nel trattamento dell’overdose (vedi anche Naloxone), anche nella cura per la dipendenza da eroina. Tale applicazione si basa sull’ipotesi di Wikler, secondo cui l’oppiaceo è una sostanza che, per i suoi effetti, agisce come agente di rinforzo sul comportamento. Senza tale meccanismo di rinforzo, il comportamento si estingue in modo graduale. Dopo un periodo di induzione di 1 settimana, 3 somministrazioni alla settimana offrono una copertura sicura verso gli effetti di una dose di eroina. Il blocco farmacologico completo indotto dall’antagonista, proprio perché annulla l’effetto degli oppiacei e quindi gli effetti positivi, spinge il soggetto a non assumere più la droga. Tuttavia, tale situazione vanifica la possibilità dell’estinzione del comportamento, non consentendo al soggetto, per il persistere del craving, di legare l’interruzione dell’uso di eroina a una sensazione di benessere. Inoltre, il blocco dei recettori degli oppioidi non è resistente a massicce dosi di sostanza, creando una situazione di forte pericolosità, in quanto la successiva overdose è difficilmente controllabile da ulteriori somministrazioni di antagonisti.