PSICOLOGIA DEL LAVORO

(ingl. occupational psychology; ted. Arbeitpsychologie; fr. psychologie du travail)

Campo della psicologia applicata, avente come oggetto di ricerca le attività lavorative dell’uomo, con riferimento all’ambiente in cui vengono messe in atto e alle relazioni interindividuali o umane implicate. La finalità intrinseca di quest’ambito della psicologia dovrebbe essere l’ottimizzazione della prestazione del lavoratore e al contempo della sua gratificazione; invece, a seconda della concezione abbracciata, si pone in una prospettiva produttivistica, fondata sull’organizzazione del lavoro, ovvero in una prospettiva particolarmente attenta all’adattamento e all’evoluzione del soggetto e quindi al suo atteggiamento verso la propria attività lavorativa.

Nel 1905, il primo obiettivo che la psicologia del lavoro si prepone è lo studio e la prevenzione della fatica: in Germania, Kraepelin usa per primo il metodo sperimentale nello studio dell’attività lavorativa e nel tentativo di misurarne lo sforzo. La nascita della psicologia del lavoro, però, si deve a Munsterberg (1913), la cui attività è finalizzata alla creazione di una nuova scienza che fa da ponte tra la psicologia di laboratorio e l’economia politica, e a Lahy che, al contempo in Francia, conduce importanti ricerche sulle condizioni di lavoro di talune categorie professionali, adottando un metodo antitaylorista. Durante la Prima Guerra Mondiale, l’attività preponderante degli psicologi del lavoro è rivolta alla selezione del personale militare, mentre è occupata dai problemi connessi alla selezione professionale, in cui si avvale dei metodi della psicologia differenziale, essenzialmente quello dei test, alla fine degli anni Trenta. Dal dopoguerra a oggi, l’ampliamento e la diversificazione del raggio di azione della psicologia del lavoro possono essere sintetizzati da quattro diversi interventi (selezione, formazione, orientamento professionale, ergonomia) che rappresentano la via di accesso della psicologia all’ambiente lavorativo, costituiscono una serie di conoscenze tecniche e pratiche di cui attualmente si servono diverse altre discipline e rispondono alle problematiche concrete inoltrate dalle organizzazioni.

La selezione. La selezione del personale riguarda l’ammissione o il rifiuto di individui alla ricerca di lavoro o una loro migliore collocazione all’interno dell’organizzazione lavorativa. Ciò viene effettuato attraverso colloqui, questionari biografici, test psicometrici, tarati per consentire la classificazione e il confronto di individui di una certa popolazione, tra i quali si possono distinguere:

  • il test di idoneità di L.J. Cronbach, finalizzato all’individuazione dell’insieme delle qualità psichiche utili a rivestire un certo incarico, nonché alla rilevazione dell’interesse, all’origine dell’incremento della motivazione nell’individuo che vede i propri interessi investiti da una seria considerazione nel suo ambiente lavorativo;

  • il Pauli-Test di R. Pauli, atto a misurare dell’attività lavorativa la qualità della concentrazione, della costanza, del rendimento, dell’affaticamento e dell’attenzione;

  • il Giese-Test-System, elaborato da F. Giese per vagliare il livello qualitativo di taluni parametri, come la capacità tecnica e direttiva, l’intelligenza pratica e l’abilità manuale.

La formazione. La formazione è intesa come il momento di acquisizione e trasmissione di conoscenze tecniche professionali per il soddisfacimento di un efficace funzionamento organizzativo, capace di garantire a tutti i soggetti il reale svolgimento delle proprie funzioni e compiti assegnati, oltre a una presenza attiva ed efficace. Essa va quindi al di là del generico programma di “umanizzazione del lavoro”; infatti, la correlazione tra variabili umane, organizzative e tecnologiche evidenzia quello che è lo spazio specifico della formazione: favorire lo sviluppo delle abilità professionali e sociali, correlate con le domande provenienti dal ruolo realmente svolto nel proprio contesto lavorativo. Le fonti per definire gli obiettivi dell’attività formativa non sono individuabili solo nel committente o nell’utente, bensì nella puntuale indagine sui compiti e sui ruoli lavorativi, oltre che sull’organizzazione. Gli obiettivi possono così essere nuovamente delineati in termini di prestazioni comportamentali attese e misurabili, in seguito all’attività formativa, e un nuovo percorso razionale definito. Esso comprende l’analisi delle risorse disponibili, la formulazione dei programmi operativi, la preparazione di strumenti e tecniche maggiormente idonei, la selezione dei tempi di revisione dell’apprendimento, nel corso e al termine della formazione. La validità delle metodologie e delle tecniche formative viene assicurata dalla consonanza tra obiettivi e risultati, scelti quindi in base all’ipotesi formativa elaborata e non in relazione alle preferenze degli operatori o all’esito conseguito in attività antecedenti.

Orientamento professionale. È una ricerca che si articola in un lungo e complesso processo interattivo tra le risorse individuali e la struttura sociale, tenendo conto che una buona affermazione in campo lavorativo è l’espressione del raggiungimento dello status adulto e della maturità emotiva, psicosessuale e sociale. Nella valutazione della personalità si possono individuare diversi criteri:

  • psicometrico, volto a cogliere le abilità innate del soggetto, oltre ai suoi interessi e ai tratti della sua personalità, che lo rendono maggiormente adatto a un certo tipo di occupazione. Buona parte delle caratteristiche individuate dai test sono correlate al contesto socio-culturale del soggetto, che rappresenta l’elemento di maggior incidenza sull’orientamento, influenzandone le aspirazioni e le scelte;

  • dinamico, attento alla personalità dell’individuo, in particolare al modo in cui si sviluppa e alle relazioni cognitive e affettive sulle quali si erige: l’aspetto evolutivo si coniuga con quello psicosociale. È in questo settore teorico che si sviluppano le procedure di counseling , finalizzate ad appoggiare le decisioni del soggetto.

Da tali considerazioni emerge la modalità di scelta che vaglia:

  • la vocazione, che consiste nella rappresentazione di uno schema anticipatorio di una condizione operativa, capace di preventivarne la messa in atto;

  • la scelta, che impone di considerare il principio di realtà, ossia la situazione oggettiva del mercato del lavoro, e il raffronto tra il grado di aspirazione e le reali abilità soggettive.

Qualora si verificasse un profondo divario tra queste due istanze ci si troverebbe di fronte a quelle forme tipiche di irrealismo, che vanno dall’incapacità al disadattamento.

Ergonomia. L’ergonomia si propone di adeguare le condizioni lavorative allo stato fisico-psicologico del soggetto. In particolare, comprende le modalità di regolazione del rapporto uomo-macchina-ambiente e di riprogettazione, considerando le diverse necessità del lavoratore in merito alla sicurezza e alla gratificazione, integrate ovviamente all’efficienza. Le conoscenze sulle quali si basa l’approccio ergonomico vengono applicate alla progettazione di macchine, posti e sistemi di lavoro; alla prevenzione degli infortuni; al controllo delle condizioni ambientali; alla riconsiderazione dei servizi o dei beni prodotti. Tutti questi obiettivi hanno uno scopo comune: umanizzare il lavoro da un punto di vista scientifico, ottimizzando lo stato di salute e la gratificazione del lavoratore.

PSICOLOGIA DEL PROFONDO

Termine riconducibile a quell’insieme di psicologie che si avvale di un metodo di indagine che correla l’Io con gli strati psichici non attinenti all’Io medesimo, pur non essendo riferibili esclusivamente a quell’unica istanza che è l’inconscio. Tale designazione, grazie alla quale si è ampliato lo spettro d’azione della psicologia accademica e razionale (vedi Psicologia filosofica) a tal punto da comprendere le motivazioni, le dimensioni e la fenomenologia di S. Freud, viene attribuita a Bleuler. Talvolta, quando viene fatto riferimento ai contributi retrospettivi di coloro che hanno descritto o analizzato i fenomeni inconsci prima della nascita della psicoanalisi o al di fuori dei suoi confini, i concetti di “psicologia del profondo” e di “psicologia dinamica” vengono impiegati interscambiabilmente. Oltre alla psicoanalisi , definita anche psicoanalisi classica, fanno parte della psicologia del profondo il neofreudismo, costituito da quei movimenti sviluppatisi sulla scia della psicoanalisi, e da altri nati invece dal dissenso con essa che hanno dato origine a differenti scuole.

La psicoanalisi classica. È costituita dalle teorie di S. Freud (vedi Psicoanalisi) e di taluni suoi contemporanei, fondatori della psicoanalisi, rimasti fondamentalmente sulla stessa scia del maestro. La nascita della psicologia del profondo è fissata infatti nel 1896, quando una serie di nuovi sviluppi prende l’avvio nell’ambito della teoria e della pratica psicologica, tra i quali si possono annoverare la pubblicazione della Etiologia dell’isteria (1896) e la classificazione delle nevrosi da parte di Freud e l’iniziativa volta a ridurre l’attenzione dallo svelamento di ricordi rimossi, a favore dell’esplorazione del materiale inconscio da parte dello stesso Freud e di alcuni suoi colleghi. Le diverse fasi di consolidamento istituzionale della psicoanalisi sono rappresentate dal Congresso Internazionale di psicoanalisi di Salisburgo avvenuto nel 1908, nel quale vengono sancite le proprietà peculiari della psicoanalisi, differenziandola così dalla “psicoanalisi selvaggia”; dalla fondazione della Società psicoanalitica di Vienna a opera di S. Freud e della Società psicoanalitica di Berlino a opera di K. Abraham; dalla creazione dell’Associazione psicoanalitica americana nel 1911 da parte di E. Jones e della Società psicoanalitica di Budapest nel 1913 da parte di S. Ferenczi; dall’istituzione della più importante rivista del movimento psicoanalitico, la Internationale Zeitschrift für Psychoanalyse. A causa dell’opposizione nazista, tale movimento è costretto a sciogliersi per poi rinascere alla fine della guerra come movimento psicoanalitico internazionale, le cui diramazione sono individuate nelle differenti società nazionali.

Il neofreudismo. È costituito da quegli orientamenti che, pur partendo dalle basi epistemologiche e metodologiche ideate da Freud, ne hanno approfondito e talvolta cambiato taluni importanti aspetti.

In Inghilterra, tre sono le correnti venutesi a creare: quella inaugurata da Anna Freud (vedi Psicoanalisi infantile), che sottolinea l’importanza della psicologia dell’Io e che viene sviluppata da E. Kris, H. Hartmann e M. Loewenstein; quella di Melanie Klein (vedi Kleiniana, teoria, Psicoanalisi infantile), definita scuola inglese, i cui apporti teorici e clinici sono alquanto innovativi; quella delle relazioni oggettuali (vedi Oggetto) il cui massimo esponente è D. Winnicott.

Negli Stati Uniti, il movimento neofreudiano viene influenzato dal comportamentismo e dall’antropologia culturale, che sottolineano la rilevanza dei valori ambientali nello sviluppo della personalità. I maggiori esponenti sono: H.S. Sullivan, che formulando una teoria basata sul concetto di “campo relazionale” opera uno spostamento nell’analisi della personalità dai rapporti e conflitti intrapsichici a quelli interpersonali; K. Horney, che attribuisce la massima importanza ai fattori socioculturali nella progressiva formazione della personalità; E. Fromm (vedi Psicologia sociale), il cui interesse è rivolto alla definizione di una nuova “scienza dell’uomo”, in grado di orientare la formazione di una personalità stabile nel disordine culturale, nella violenza e nella solitudine della società capitalista.

In Francia, importantissimo è stato il contributo offerto da J. Lacan (vedi Lacaniana, teoria) alla scuola freudiana per quanto riguarda il lavoro di soggettivizzazione dei dati culturali e del deposito metaindividuale di simboli contenuto essenzialmente nella lingua, per quanto attiene alle ricerche sulla linguistica, in cui sostiene che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, ma non coincide con esso.

In Italia, i massimi esponenti del neofreudismo sono C. Musatti, E. Servadio e F. Fornari.

Le divergenze. Rispetto alla psicoanalisi, molteplici sono gli orientamenti divergenti che hanno dato origine a scuole autonome: la psicologia analitica di C.G. Jung, la psicologia individuale di A. Adler, l’analisi transizionale di E. Berne, la teoria di W. Reich, sfociata nella teoria bioenergetica di A. Lowen e la psicosomatica sviluppatasi grazie al contributo di F. Alexander. Anche all’interno di queste stesse scuole si sono sviluppate correnti divergenti, frutto dell’influenza di altri movimenti o della loro propensione verso talune tematiche.

PSICOLOGIA DELL’ETÀ EVOLUTIVA

Settore della psicologia, anche definito psicologia genetica, che si occupa del progressivo sviluppo delle strutture psichiche dell’individuo e della loro organizzazione, dalla nascita sino alla soglia dell’età adulta, stabilita convenzionalmente a 25 anni. Dal suo esordio nella seconda metà dell’Ottocento, in seguito a un articolo di Darwin (1877) relativo all’osservazione diretta di un bambino, sino a oggi, in cui è divenuta la scienza dello sviluppo psichico, il campo di azione della psicologia dell’età evolutiva si estende a diversi ambiti, dallo studio delle caratteristiche che assimilano e di quelle che distinguono il bambino dall’adulto, all’individuazione dei fattori ereditari rispetto a quelli ambientali responsabili dello sviluppo psichico, oltre all’analisi dell’evoluzione delle strutture psichiche più semplici in strutture psichiche più complesse.

La teoria dello sviluppo cognitivo. Occorre attendere sino agli anni Venti per assistere all’esplosione della psicologia genetica, il cui massimo contributo a livello europeo viene dato da J. Piaget, attraverso la pubblicazione de Il linguaggio e il pensiero del bambino (1923) e tramite la creazione, insieme ad alcuni collaboratori, del più attivo centro mondiale di ricerca sullo sviluppo psichico, divenuto in seguito il Centro Internazionale di epistemologia genetica. Dopo aver elaborato una metodologia alquanto originale, Piaget mostra, oltre alla differenza qualitativa tra pensiero infantile e pensiero adulto, l’esistenza di diversi stadi dello sviluppo cognitivo, soltanto intuiti da ricerche precedenti alla sua, ma non evidenziati dall’uso di reattivi mentali, quali le scale di Binet. Quella di Piaget, definita la teoria dello sviluppo cognitivo, è la teoria stadiale più autorevole della psicologia dello sviluppo. Attraverso stadi invarianti, egli definisce i cambiamenti che si verificano nel corso dell’acquisizione della conoscenza del mondo da parte dei bambini (epistemologia genetica).Tali cambiamenti comportano modificazioni nella struttura del pensiero, che diviene sempre più organizzato costituendosi sulle strutture dello stadio precedente. La causa del passaggio attraverso gli stadi è individuata in differenti fattori, tra cui l’esperienza che attraverso due fondamentali processi, l’assimilazione e l’accomodamento, favorisce il progresso cognitivo. I bambini sono perciò visti da Piaget come organismi attivi, in grado di autoregolarsi, i cui cambiamenti qualitativi e quantitativi sono indotti da fattori innati e ambientali: l’essenza dello sviluppo cognitivo è quindi rappresentata dal cambiamento di tipo strutturale.

La teoria psicoanalitica. I maggiori contributi alla psicologia dell’età evolutiva sono offerti dalla psicoanalisi nelle sue molteplici varianti e, in specifico, occorre ricordare la psicoanalisi infantile dal momento della sua nascita, attraverso l’opera di M. Klein e di A. Freud, della quale non si deve dimenticare il fondamentale testo L’Io e i meccanismi di difesa (1936), ed essenzialmente, per quanto riguarda l’interpretazione dello sviluppo affettivo e psicosessuale, l’enorme apporto fornito da S. Freud, che “probabilmente fu il primo psicologo teorico a sottolineare l’importanza decisiva degli anni dell’infanzia per formare la struttura fondamentale del carattere”. La personalità di base, secondo Freud (1914), si costituisce nei primi 5 anni di vita attraverso i tentativi del bambino di far fronte a una sequenza invariante di conflitti, ciascuno dei quali coinvolge un diverso dominio: orale, anale, fallico e genitale (1905, 1923). La modalità con cui il bambino appaga le pulsioni di ogni stadio costituisce la base della personalità, ma, essendo lo sviluppo diretto da forti pulsioni sessuali, l’espressione di tali forze inconsce stimola lo sviluppo dell’Io e del Super-Io, che operano anch’essi per gran parte in modo inconscio. Freud propone, inoltre, al pari di Piaget, una teoria dello sviluppo basata sulle difficoltà, nel senso che ritiene che i disturbi o le fonti di conflitto del sistema inducano l’evoluzione del soggetto, la cui finalità è riportare lo stato di equilibrio nel sistema. Egli ha quindi fornito differenti e duraturi contributi, empirici e teorici, alla psicologia dell’età evolutiva, stimolando ricerche attive tutt’oggi nelle aree della tipizzazione sessuale, dell’attaccamento, della relazione genitore-figlio, dell’aggressività e dell’identificazione.

La teoria vygotskijana-contestualista. Le radici del contestualismo sono molteplici, ma l’essenziale forza storica di tale approccio nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva è rappresentata da Vygotskij (1926, 1934). Notevole è l’incidenza che oggi tale teoria ha sulla psicologia dello sviluppo, essenzialmente nell’area dello sviluppo cognitivo. La sua attenzione è fondamentalmente incentrata sull’integrazione delle acquisizioni quotidiane nello sviluppo, sulla sensibilità alla varietà nel percorso evolutivo, nonché sul contesto socio-culturale dell’evoluzione. In merito a quest’ultimo punto, a differenza della stragrande maggioranza degli approcci, il contestualismo è focalizzato sul “bambino attivo in un contesto”, anziché sul singolo soggetto, di cui individua le funzioni mentali più alte in quelle sociali. Esso ritiene che i minori usino gli strumenti culturali come sistemi simbolici, per far fronte ai problemi nei loro continui tentativi di raggiungere obiettivi nell’ambito di una realtà sociale e che gli ambienti sociali, le convinzioni culturali, i valori e le conoscenze influenzino le situazioni nelle quali i bambini sono incoraggiati a entrare. Vygotskij propone, quindi, a differenza di Piaget, un tentativo coerente di esplicare le origini sociali del linguaggio e del pensiero (1934) ed evidenzia nel processo di transizione dal piano interindividuale a quello intraindividuale la legge cardine dell’evoluzione della conoscenza. Rientra in tale area di studio la “zona di sviluppo prossimale”, distanza tra quanto il bambino può fare con o senza aiuto, in cui l’osservazione diretta del cambiamento verificatosi in ciascun attimo di un dato periodo consente di comprendere l’evoluzione del soggetto e la sua intelligenza, non definibile con quanto egli sa, bensì con ciò che acquisisce con l’ausilio altrui. Peculiari sono le ricerche vygotskijane-costruttiviste sulla partecipazione guidata nelle zone di sviluppo prossimale, sul linguaggio egocentrico, sullo sviluppo dei concetti, nonché sugli studi cross-culturali.

La teoria etologica. Un’importante sintesi tra i concetti psicoanalitici e gli assunti etologici viene compiuta da M. Ainsworth (1985) e da J. Bowlby (1969-1980). È di quest’ultimo l’importantissima teoria dell’attaccamento, che oltre ad ampliare modifica la teoria freudiana, relativamente alla parziale irreversibilità delle esperienze precoci, relativizzando l’incidenza dei controlli motivazionali di tipo libidico e acuendo il significato evoluzionistico dell’attaccamento che unisce madre e bambino. Sono emersi inoltre dati in favore dell’ipotesi che vi sia una predisposizione per cui il neonato e l’adulto interreagiscono reciprocamente (Lorenz 1949), tanto da estendere le ricerche sugli effetti della separazione dalla madre, sulla madre stessa, quale base per l’esplorazione, e sul ruolo del padre. Oltre all’attaccamento, le aree di ricerca individuate come rilevanti dalla psicologia dell’età evolutiva sono quelle relative alla comunicazione non verbale, alle gerarchie di dominanza e alla risoluzione di problemi.

La teoria dello sviluppo percettivo. E.J. Gibson, il massimo esponente della teoria dello sviluppo percettivo, con Principles of perceptual learning and development (1968) elabora uno dei testi di psicologia dello sviluppo più influenti nella storia della psicologia dell’età evolutiva, occupandosi dello sviluppo e dell’apprendimento percettivo che nasce dall’incremento dell’efficienza percettiva, quale risultato dell’esperienza. Un’importanza cruciale riveste, in tale ambito, il contesto ecologico, in quanto il bambino impara a percepire le informazioni di cui si serve per adattarsi all’ambiente e, in talune situazioni, guidarne la raccolta è lo scopo, la finalità del bambino. Un recente saggio della Gibson (1988) evidenzia che si giunge alla conoscenza del mondo attraverso la percezione diretta dall’esplorazione attiva e che è tale conoscenza a guidare ciascuna nostra attività.

La teoria cognitiva. Spiega lo sviluppo cognitivo in termini di funzioni della crescita delle abilità di base, quali l’attenzione, la velocità di elaborazione delle informazioni e la memoria, prendendo come modello il sistema informatico. Gli psicologi cognitivisti dello sviluppo dagli anni Ottanta si sono occupati della soluzione razionale di problemi, con l’obiettivo di studiare le modalità con cui il pensiero diviene sempre più organizzato e oggettivo, e hanno contribuito allo sviluppo di un nuovo approccio, interattivo-cognitivista, secondo cui le precoci interazioni sociali influenzano in maniera determinante gran parte dello sviluppo cognitivo e linguistico successivo del bambino. In base a tale approccio, si tende da una parte a spiegare la condotta sociale in termini cognitivi, social cognition (vedi Psicologia sociale), dall’altra a cogliere le possibili determinanti sociali dello sviluppo cognitivo.

PSICOLOGIA DELL’IO

(ingl. ego psychology; ted. Ichpsychologie)

All’interno delle teorie psicoanalitiche è un indirizzo che integra il modello intrapsichico freudiano, fondato sul rapporto fra le pulsioni, i bisogni e le fantasie inconsce e la realtà, e un modello che privilegia i problemi di adattamento della parte cosciente a un mondo esterno.

Prima del 1922, Freud aveva usato il termine “io” facendo riferimento all’insieme di idee consce, largamente dominanti, dalle quali si scinde il rimosso. Nel 1922, in L’Io e l’Es cominciò a usare la parola Io per definire una delle tre istanze psichiche fondamentali della mente (accanto all’Es e al Super Io) . Le funzioni principali dell’Io consistevano nel rappresentare la realtà e, attraverso la costruzione di difese (vedi Difesa, meccanismi di), nell’incanalare e controllare le spinte pulsionali interne di fronte alla realtà.

I temi importanti sui quali si sono interrogati gli psicologi dell’Io riguardano l’esistenza di una capacità progressiva di realizzare i compiti difensivi dell’Io, se questa progressione è un processo determinato dall’interno oppure se i fattori ambientali possono facilitarne o inibirne lo sviluppo; l’influenza sull’io del contatto e dell’interiorizzazione delle prime persone che si prendono cura del bambino; il rapporto fra le pulsioni libidiche e aggressive e lo sviluppo iniziale dell’Io.

Lo spostamento dell’asse psicoanalitico dai conflitti Es-Io-Super Io alle relazioni con il mondo esterno era già stato operato da Anna Freud, che nell’opera L’Io e i meccanismi di difesa considerava l’Io come una struttura psichica che tende a organizzare e a rendere permanenti e funzionali le difese, opponendosi alla destrutturazione delle barriere che ha interposto alle richieste pulsionali. I meccanismi di difesa sono messi in moto contro tre tipi di angoscia che colpiscono l’Io di fronte alla morale, alla realtà e alle pulsioni.

Partendo da queste premesse, l’autore che maggiormente contribuì a teorizzare la psicologia dell’Io fu Heinz Hartmann (1894-1970). Hartmann, applicando il concetto darwiniano dell’evoluzione della specie all’Io, considerava il progressivo sviluppo non solo di un Sé fisico, ma anche di un Sé psicologico. Egli non immaginava un bambino che fluttua in un mondo di sogno e viene bruscamente costretto ad adattarsi a una realtà che improvvisamente gli viene addosso, quanto piuttosto un bambino che arriva nel mondo con le potenzialità dell’Io già presenti dentro di sé, in attesa che le condizioni ambientali “medie prevedibili” ne inneschino la crescita.

Anziché formarsi nel conflitto e nella frustrazione, alcune capacità dell’Io “libere da conflitti” sono considerate potenzialmente intrinseche, parte della dotazione che ciascun individuo possiede dalla nascita, funzioni che emergono naturalmente in un ambiente adeguato, permettendo a ciascuno di inserirsi nel mondo che lo circonda: tali capacità comprendono il linguaggio, la percezione, la comprensione dell’oggetto e il pensiero.

Hartmann condusse un’indagine, riportata nel suo testo Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento (1937), sullo sviluppo adattativo non conflittuale: ad esempio, la difesa dell’intellettualizzazione, che impiega il pensiero astratto nel tentativo di impedire che le emozioni conflittuali giungano alla consapevolezza, è spesso la difesa dominante delle persone molto intelligenti, la cui capacità di pensiero astratto può essere usata in modo significativamente adattativo. Per l’analista, interpretare soltanto l’aspetto difensivo (“lei intellettualizza, invece di sentire”) significa rischiare di lasciare il paziente con la sensazione che ci sia qualcosa che non va nella sua capacità di pensare.

La particolarità del pensiero di Hartmann consiste nell’individuare nello psichico “zone libere da conflitti”, in cui i processi razionali avvengono senza l’interferenza dei moti pulsionali. Ciò garantisce l’autonomia primaria dell’Io, che può dunque gestire le modificazioni verso l’interno e verso l’esterno attraverso cui ridurre le tensioni che si presentano.

Alla psicologia evolutiva dell’Io si rifanno autori quali R. Spitz, M. Mahaler e E.H. Erikson (vedi Psicologia dell’età evolutiva).

PSICOLOGIA DELLA MASSA

(ingl. mass psychology; ted. Massenpsychologie; fr. psychologie de la masse)

Studio della condotta di gruppi non organizzati, nei quali le azioni degli individui sono affini, pur senza che essi abbiano relazioni tra loro. Referenti della prima ricerca compiuta in tale ambito sono le azioni distruttive delle folle rivoluzionarie francesi, che inducono G. Le Bon (1895) a sostenere che l’uniformità dei comportamenti dei singoli rilevabile nelle masse sia il risultato non tanto della vicinanza fisica o della concomitante presenza di più persone nel medesimo luogo, bensì di un cambiamento nei soggetti che induce al prevalere di istinti immediati e incontrollabili, rispetto alla condotta razionale. Secondo Le Bon, gli individui sembrano “cambiati” in massa e contraddistinti da condotte, atteggiamenti e idee nei quali singolarmente non si identificano. Essi paiono impotenti, privati della loro individualità da un’“anima collettiva”, capace di uniformarne, oltre che di plagiarne, il comportamento: nell’eccitazione generata dalla folla, la fusione degli individui in un sentimento comune cancella le differenze di personalità e di status, ottunde le facoltà psichiche, spingendo la massa a condotte talvolta eroiche, più spesso distruttive.

Le tesi di Le Bon vengono riprese e ampliate da G. Tarde (1890, 1902), fondatore della psicologia della massa, al centro del cui interesse vi sono le folle artificiali e organizzate, di cui esercito, Chiesa e partiti politici ne sono prototipi. Nel suo modello, le folle vengono individuate come capaci di creatività – elemento totalmente assente in Le Bon – in quanto, attraverso l’imitazione, le scoperte e i progressi compiuti dal capo, forza propulsiva del sistema, divengono la fonte dello sviluppo dell’umanità. È infatti la “legge dell’imitazione”, meccanismo essenziale per la riproduzione e il cambiamento della società e della sua cultura, che garantisce l’uniformità cognitiva e affettiva della massa e la sua sottomissione al capo: il reale fine del mondo è quindi la “ripetizione generativa o imitativa”. “ Lo stato sociale, come lo stato ipnotico, non è che una forma del sogno, un sogno su comando e un sogno in azione. Non avere che idee suggerite e crederle spontanee: tale è l’illusione propria del sonnambulo, così come dell’uomo sociale. (…) Il rapporto da modello a copia, da padrone a suddito, da apostolo a neofita, prima di divenire reciproco o alternativo ha dovuto necessariamente cominciare con l’essere all’origine unilaterale e irreversibile”. In linea con quanto affermato da Tarde, J. Ortega y Gasset individua nello sviluppo tecnico e produttivo l’origine degli agglomerati sociali e delle folle, caratterizzati dall’uniformità della vita. Egli sostiene però che il processo di massificazione sia gratificante per gli individui, purché favorisca un alto soddisfacimento dei bisogni sociali, rispettando però la naturale tendenza dei soggetti a un atteggiamento sociale passivo.

Al concetto di massa ha fatto largo riferimento anche la psicologia del profondo, cercando di individuare, nelle diverse esperienze dell’individuo nel corso dell’infanzia, le motivazioni della sua identificazione con la massa. In tale ambito, S. Freud (1921) è il primo a occuparsene e, anche se non condivide la tesi di Le Bon, secondo cui un soggetto cosciente sottostà a un istinto collettivo irrazionale nei momenti di aggregazione, ne accetta sostanzialmente la fenomenologia del comportamento collettivo. Freud, pur definendo le masse che hanno un capo come l’“unione di singoli che hanno inserito nel loro Super-Io la medesima persona e si sono identificati fra loro nel proprio Io in base a questo elemento comune”, ritiene le caratteristiche che l’individuo manifesta nella folla come “peculiarmente sue” e la regressione a stadi più primitivi caratteristici della condizione di massa quale causa dell’indebolimento della rimozione. “Le caratteristiche apparentemente nuove che egli (l’individuo) ora esibisce sono infatti manifestazioni dell’inconscio in cui tutto ciò che vi è di male nella mente umana è contenuto come predisposizione. “Non ci è affatto difficile comprendere la sparizione della coscienza morale o del senso di responsabilità in queste circostanze”. La massa è per Freud il momento nel quale il soggetto può liberare il suo inconscio ed esprimere tutta una serie di pulsioni sessuali irrisolte o inibite, attraverso la partecipazione emotiva, il comportamento irrazionale, la suggestione, l’identificazione con un modello di capo emergente: essa ha, in tal senso, una valenza positiva, in quanto sbocco della libido repressa e affrancamento delle pulsioni psichiche. Freud all’interno della psicologia della massa formula il concetto di identificazione, quale sviluppo della teoria di Tarde sull’imitazione, inteso come differenziazione della psiche attraverso l’interiorizzazione di ideali sociali, autorità esterne e modelli, indicativo del provvisorio superamento del narcisismo e dell’apertura nell’alterità.

La Scuola di Francoforte, con T.W. Adorno (1966), M. Horkeimer (1947) e H. Marcuse (1964), sostiene che le masse, pur mostrandosi socialmente e culturalmente evolute, sottostanno in verità a un alto grado di alienazione connessa alla persuasione occulta messa in atto dai detentori del potere economico e politico, attraverso i mezzi di comunicazione di massa. E. Fromm (1955) ritiene sia indispensabile restituire al soggetto il senso del proprio valore, riconducendolo alla priorità dell’essere sulla condotta maggiormente livellante dell’avere.

PSICOLOGIA DELLA MUSICA

Settore della psicologia applicata che si occupa dello studio dell’evento musicale nei suoi differenti aspetti neuropsicologici, psicoterapici e psicologici, nel tentativo di cogliere le reazioni e i comportamenti che caratterizzano gli individui durante l’ascolto di brani musicali, le strutture del processo creativo che sono le basi della produzione musicale, la relazione tra il simbolismo al quale la musica rimanda e l’elemento emotivo.

Neuropsicologia. L’attività neuropsicologica indotta dalla musica è assai complessa: essa coinvolge infatti ambedue i lobi temporali, il destro nel riconoscimento e nell’esecuzione delle melodie, il sinistro nell’elaborazione del linguaggio e nella composizione. In ambito sperimentale, talune ricerche hanno rilevato la predominanza dell’orecchio sinistro-emisfero destro per i messaggi melodici, la predominanza dell’orecchio destro-emisfero sinistro per i messaggi verbali.

La compromissione di una delle diverse capacità implicate nel riconoscimento della musica, come quelle di distinguere tra singoli toni, melodie o ritmi, viene indicata con il termine amusia.

Psicoterapia. La psicoterapia si avvale della musica da un lato per la sua funzione catartica (vedi Catarsi), dall’altro per la sua funzione espressiva, particolarmente adatta a esternare quei vissuti pressoché intraducibili nel linguaggio verbale. Utilizzata come terapia esclusiva o insieme ad altre, la terapia con la musica consente all’effetto primario della musica di emergere, facendo cioè in modo che il soggetto colga un’atmosfera psicologica nella quale i legami con gli aspetti consci della personalità paiano più labili e siano invece favorite le condizioni affinché i contenuti più profondi vengano vissuti in modo intenso. Gli effetti secondari, quali la diminuzione della tensione nervosa, l’induzione di riflessi condizionati, l’aumento o la diminuzione di meccanismi difensivi, si accompagnano ad altre manifestazioni che, se debitamente verificate, possono essere utilizzate con finalità terapeutiche. Inoltre, grande importanza riveste la possibilità del paziente di cogliere la musica come un intermediario non pericoloso tra lui e il terapeuta. La musica, inoltre, come elemento suscettibile di esperienze relazionali, viene utilizzata in ambito psicoterapeutico con pazienti assai regrediti, soprattutto affetti da autismo infantile e da psicosi schizofreniche coartate, che rispondono ai tradizionali metodi di intervento in modo carente.

Psicoanalisi. La psicoanalisi valuta le risposte affettive date alla musica, che sono in funzione, oltre che dei contenuti dell’opera, dell’identità sonoro-musicale dell’individuo. A quest’ultimo elemento fa riferimento “il fenomeno sonoro e di movimento interno che riassume i nostri archetipi sonori, il nostro vissuto sonoro intrauterino e il nostro vissuto sonoro della nascita, dell’infanzia fino alla nostra età attuale”. F. Fornari (1984b) ha condotto uno studio approfondito sul significato profondo della musica, correlandolo anch’esso al recupero dell’esperienza uterina.