Sentenza storica: lo straordinario del dirigente medico va pagato

Lo straordinario effettuato dal dirigente medico per coprire le carenze di organico, e non legato al raggiungimento degli obiettivi concordati, è sanzionato con il riconoscimento del compenso orario. Lo ha stabilito il tribunale di Bergamo, accogliendo i ricorsi di alcuni medici contro l’azienda ospedaliera Bolognini di Seriate. I camici bianchi, in anni di servizio presso i reparti di pediatria e patologia neonatale, avevano accumulato straordinari ben al di là di quanto contrattualmente previsto (in alcuni casi superando anche le duemila ore) che la direzione aziendale non voleva pagare.
La sentenza di primo grado dà ora ragione ai camici bianchi. Per il giudice l’eccessiva quantità di ore lavorate in eccesso è verosimilmente servita all’azienda per sopperire a carenze di organico e non per raggiungere gli obiettivi concordati con i medici per aumentare qualitativamente i servizi, come il contratto nazionale prescrive. Ai camici bianchi è stato riconosciuto il diritto al pagamento solo delle ore maturate negli ultimi cinque anni d’incarico, poiché dopo tale periodo il diritto alla retribuzione è decaduto.
«La vicenda delle colleghe dell’Ospedale di Seriate – dichiara Sonia Ribera, segretaria regionale della Fp-Cgil Medici Lombardia – mette in luce la situazione insostenibile di molti operatori della sanità lombarda che, per garantire l’erogazione delle prestazioni necessarie ai cittadini, sono costrette a lavorare ben oltre l’orario di lavoro contrattuale». Per Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp-Cgil Medici, «questa sentenza ha valore per l’intero Paese proprio mentre si parla di ulteriori tagli alla sanità. La politica dei tagli riduce i servizi e le prestazioni ai cittadini, obbligando i medici a operare e aumentando i rischi clinici. Il caso di Bergamo purtroppo non è isolato. Nelle Regioni sottoposte a piani di rientro la situazione è perfino più drammatica».
Fonte: www.sanita.ilsole24ore.com

Una sentenza storica del tribunale di Bergamo ha destato scalpore tra i camici bianchi e soprattutto tra gli amministratori di aziende sanitarie. Secondo i magistrati, lo straordinario effettuato dal dirigente medico per coprire le carenze di organico, e non legato al raggiungimento degli obiettivi concordati, dev’essere sanzionato con il riconoscimento del compenso orario non riconosciuto. Un risultato raggiunto grazie alla Fp-Cgil Medici di Bergamo che ha sostenuto i ricorsi di alcuni medici dell’Azienda Ospedaliera Bolognini di Seriate.
Dopo che per anni hanno prestato servizio presso i reparti di Pediatria e Patologia Neonatale accumulando ore di lavoro straordinario al di là di quanto contrattualmente previsto (in alcuni casi superando anche le duemila). Nel marzo 2009 l’Ufficio Vertenze della Fp-Cgil di Bergamo ha aperto le procedure per il ricorso legale dopo il diniego alla corresponsione economica da parte della direzione aziendale. Ora la sentenza favorevole di primo grado. Per il giudice la eccessiva quantità di ore utilizzate è verosimilmente servita all’azienda per sopperire a carenze di organico e non per raggiungere gli obiettivi concordati con i medici per aumentare qualitativamente i servizi, come il contratto nazionale prescrive. E’ stato riconosciuto il diritto al pagamento solo delle ore maturate negli ultimi 5 anni di incarico, decadendo dopo tale periodo il diritto alla retribuzione. Anche per questo gli uffici vertenze della CGIL suggeriscono di aprire i contenziosi tempestivamente. “La vicenda delle colleghe dell’Ospedale di Seriate – dichiara Sonia Ribera, segretaria regionale della Fp-Cgil Medici Lombardia – mette in luce la situazione insostenibile di molti operatori della sanità lombarda che, per garantire l’erogazione delle prestazioni necessarie ai cittadini, sono costrette a lavorare ben oltre l’orario di lavoro contrattuale”. Per Massimo Cozza, segretario nazionale della Fp-Cgil Medici, “questa sentenza ha valore per l’intero Paese proprio mentre si parla di ulteriori tagli alla sanità. La politica dei tagli riduce i servizi e le prestazioni ai cittadini, obbligando i medici ad operare aumentando i rischi clinici. Il caso di Bergamo purtroppo non è isolato. Nelle regioni sottoposte a piani di rientro la situazione è perfino più drammatica”.
Fondi per l’Intramoenia e nuove norme
Sulla Gazzetta Ufficiale n. 132 dell’8 giugno, è stata pubblicata la delibera del Cipe che sblocca 30,15 mln di euro, a valere sul riparto del FSN 2011, del Fondo vincolato per l’esclusività del rapporto del personale dirigente del ruolo sanitari (articolo 72, comma 6, della legge 23 dicembre 1998, n. 448). Le somme saranno ripartite tra le Regioni, sulla base del numero dei dirigenti del ruolo sanitario che hanno optato per la libera professione intramuraria (107.005). Sono ammessi ai benefici del fondo i medesimi dirigenti a condizione che abbiano rinunciato alla facoltà di svolgere la libera professione extramuraria e qualsiasi altra attività sanitaria resa a titolo non gratuito.Intanto per l’intramoenia allargata c’è tempo fino al 30 giugno 2012, scadenza in cui le Regioni devono completare il programma finalizzato la realizzazione all’interno delle strutture degli spazi per l’esercizio della libera professione. Secondo la bozza di legge, entro ottobre le Regioni dovranno impegnarsi ad una ricognizione straordinaria degli spazi disponibili per la libera professione e, dove ve ne sia necessità e disponibilità di risorse, acquistare, affittare o stipulare convenzioni con altri enti pubblici per avere a disposizione altri ambulatori esterni, aziendali e multidisciplinari, per l’esercizio dell’attività istituzionale o della libera professione intramuraria ordinaria. Le aziende dove non risultino comunque disponibili spazi per la libera professione possono autorizzare, in via sperimentale, un programma che preveda lo svolgimento dell’intramoenia presso studi collegati all’azienda attraverso una rete informatica. Il collegamento dovrà essere attivato entro e non oltre il 30 aprile 2013. Fino a quella data, l’attività degli studi privati già autorizzati potrà proseguire come allo stato attuale.Quindi, dopo il 30 giugno “chi ha saputo seguire l’indicazione legislativa per realizzare l’attività professionale secondo la legge, andrà a regime, mentre per chi per varie ragioni è rimasto indietro, la scelta è dargli una ‘finestra’. Ma – ha precisato il ministro – non una finestra di proroga”. Si tratterà, piuttosto, di una “sperimentazione”, “a condizione che si metta in rete, che ci sia tracciabilità e trasparenza, e con sanzioni adeguate”. Tuttavia sono prevedibili nuove modifiche dopo il confronto con le Regioni sulla materia. Balduzzi ha anche assicurato che il testo sarà poi presentato in tempi brevi ai professionisti della sanità.
FONTE: dottnet.it

Polizza obbligatoria anche per i camici bianchi

La riforma degli Ordini professionali, da attuare entro il prossimo 13 agosto, obbliga gli iscritti alla copertura assicurativa per i rischi che derivano da attività professionale. Molte ancora le incertezze per le stipule delle convenzioni quadro. Poiché spesso i medici sono chiamati a rispondere dei presunti danni riferiti a prestazioni erogate in un passato anche remoto, sono consigliabili polizze con una retroattività di almeno cinque anni e che coprano anche le richieste di risarcimento arrivate dopo la cessazione dell’attività.
Importante valutare tutte le esclusioni contrattuali, per esempio in caso di mancata compilazione della cartella clinica o di mancata acquisizione del consenso informato. Sempre meglio scegliere contratti che garantiscono la tutela legale. Il medico di famiglia deve controllare che la polizza preveda la garanzia per il sostituto e verificare che il sostituto sia assicurato. Il massimale non dovrebbe essere inferiore al milione di euro. Il costo medio, a fine 2009, dei sinistri protocollati nel 2004 è di 43.300 euro, il doppio rispetto agli anni precedenti.
«La maggior parte dei medici è già assicurata e quasi tutti hanno convenzioni con le compagnie di assicurazione – fa notare Roberto Manzato, direttore Vita e danni non auto di Ania – ci sono broker specializzati sulla Rc medica anche per i dipendenti che hanno bisogno di coperture a secondo rischio, cioè per colpa grave e non per colpa lieve di cui già risponde la struttura sanitaria da cui dipendono».
Fonti: Il Sole 24 Ore, pag. 27, 28. edott.it

Dimesso da psichiatria uccide la madre, Medici assolti

Il fatto: Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro ha pronunciato sentenza di non luogo a procedere nei confronti di due medici imputati di concorso in omissione in atti del proprio ufficio, per avere, l’uno, quale dirigente di servizio di diagnosi e cura e, l’altro, quale dirigente medico della struttura ospedaliera, indebitamente rifiutato un atto del proprio ufficio – relativo a ragioni di sicurezza pubblica, igiene e sanità – consistito nel non aver prolungato il ricovero di un paziente psichiatrico nonostante le sollecitazioni dei genitori.
I congiunti dell’uomo ne segnalarono la pericolosità e informarono i sanitari che a distanza di pochi giorni lo stesso sarebbe stato ricoverato in struttura specialistica residenziale.
Dopo le dimissioni il paziente ha ucciso la madre.

La sentenza di non luogo a procedere è stata impugnata perché ritenuta ingiusta

Il diritto: Il rifiuto dei medici a prolungare il ricovero non ritenuto più necessario poiché la situazione clinica era stata giudicata non tale da disporre un TSO, avendo il paziente recuperato una condizione di compenso – è stato manifestato come non adesione dei sanitari imputati al parere contrario alla dimissione espressa dai genitori.
La Suprema Corte ha osservato che i medici non avrebbero potuto più trattenere il paziente in ospedale contro la sua volontà non ricorrendo le condizioni per la protrazione del ricovero e i presupposti per disporre un TSO. Inoltre, anche il riferito ricovero in una comunità terapeutica, contrariamente a quanto affermato dai genitori, non sarebbe avvenuto nel giro di pochi giorni, poiché l’uomo aveva opposto anche in quel caso il deciso rifiuto a trasferirsi in comunità.
Esito del giudizio: Il ricorso è stato respinto con conferma della pronuncia assolutoria.
FONTE: 29/05/2012 Corte di Cassazione – Penale – (mancato prolungamento del ricovero: esclusa la responsabilità penale dei medici) dirittosanitario.net

Cassazione, no allo scaricabarile

Ogni medico «deve fare tutto quello che è nella sua capacità per la salvaguardia dell’integrità del paziente». Il monito arriva dalla sentenza n. 13547/2012 depositata dalla quarta sezione penale della Cassazione. I liberi professionisti e gli specialisti che operano nel privato, se impossibilitati a intervenire, hanno comunque l’obbligo di visitare il paziente e informare adeguatamente i colleghi ospedalieri che dovranno prendere in carico il malato.

Nel caso specifico sono coinvolti cinque sanitari calabresi colpevoli di non aver evitato il decesso di un 19enne di Lagonegro, avvenuto per grave shock settico e stasi ematica acuta, conseguenze di un ascesso non curato. Il ragazzo, affetto da due giorni da un ascesso dentario che non rispondeva agli antibiotici prescritti dal medico di famiglia, si era rivolto al pronto soccorso, ma il dottore in servizio lo aveva dimesso senza eseguire o far eseguire dal chirurgo di turno un’incisione. Il dentista, contattato di domenica, si era limitato a raccomandargli di tornare in ospedale. Al quarto giorno un altro sanitario del Ps lo aveva dimesso di nuovo senza intervenire. Nel pomeriggio uno specialista di una clinica odontostomatologica privata lo aveva rinviato in ospedale. Nella tarda mattinata del giorno dopo, finalmente, il medico che lo aveva visto 24 ore prima lo fa ricoverare, ma in serata la dottoressa di turno lo aveva dimesso ancora, senza praticare alcuna incisione.
Tutti condannati i medici coinvolti, in tutti i gradi di giudizio. Se i medici avessero bloccato l’ascesso, non si sarebbe trasformato in flemmone e non si sarebbe verificata la mediastinite che ha portato al decesso. Anche perché l’evoluzione della malattia della vittima non poteva «considerarsi un evento raro e non prevedibile».
Fonti: edott.it – Sanità del Sole 24 Ore del 24 aprile, (settimanale), pag. 1, 27.

Psichiatria. Salta il voto su proposta testo unificato di riforma

La Commissione Affari Sociali della Camera non ha ancora deciso se adottare o meno il nuovo testo unificato proposto dal relatore Ciccioli in materia di riforma psichiatrica. Il voto avrebbe dovuto esserci questa settimana ma è slittato. Il governo è perplesso e il Pd è contrario

19 APR – La riforma psichiatrica presumibilmente non vedrà la luce in questa legislatura. A 34 anni dall’approvazione della legge 180/78, legge Basaglia, in Commissione Affari Sociali, tra le forze politiche, ci sono diversità di vedute sull’argomento che per il momento, nonostante il clima di collaborazione tra ex maggioranza ed ex opposizione, non sembrano facilmente sanabili. La proposta di adozione di nuovo testo unificato (che riassume le otto depositate) predisposta dal relatore Carlo Ciccioli, Pdl, infatti avrebbe dovuto essere votata questa settimana ma il tema non è stato affrontato.

Le perplessità del governo
Nel corso dell’ultima riunione della Commissione, 28 marzo, in cui si è affrontato il tema della riforma psichiatrica sono emerse forti le divergenze. Il governo, attraverso il sottosegretario Adelfio Elio Cardinale, come premessa ha fatto sapere “che è in corso di elaborazione un Atto di intesa con le regioni per la definizione di linee per l’assistenza sanitaria e sociale delle persone con disturbi mentali, nel rispetto del riparto di competenze tra Stato e regioni”.

Quindi entrando nel merito della proposta di testo unificato Cardinale ha osservato che “per quanto riguarda gli accertamenti sanitari obbligatori (Aso) e i trattamenti sanitari obbligatori (Tso) per malattie psichiatriche – articolo 4 del testo – a legislazione vigente, il Tso è un intervento di restrizione della libertà individuale che può essere imposto solo dalla Amministrazione sanitaria pubblica ad un paziente contro il suo consenso, a tutela della salute del paziente stesso e della collettività, quindi solo come misura eccezionale. Data questa sua natura, nutre perplessità in ordine al trattamento necessario extraospedaliero prolungato, di cui al successivo articolo 5”.

Sempre Cardinale sulla durata del Tso ha detto che deve “essere limitata al tempo occorrente all’efficacia dell’intervento ed al recupero del paziente, per cui non può essere temporalmente predeterminata 15 giorni. Ritiene, inoltre, che tutte le differenze di trattamento proposte, derivanti dalla suddivisione del Tso in diverse tipologie, non hanno ragione di essere”.

Per quanto riguarda invece i rapporti tra Università e Ssn che la proposta di legge prevede all’articolo 7  questi, ha detto il sottosegretario “riguardano una materia rientrante nella sfera di competenza regionale. Per quanto attiene, infine, al contenuto degli articoli 9 e 10 e, in particolare, i rapporti con i familiari dei pazienti, segnala che si tratta di argomenti che devono essere oggetto di documenti quali linee guida, percorsi assistenziali e procedure di consenso professionale; e non di norme di rango primario”.

Le contrarietà del Pd
Anna Margherita Miotto, capogruppo del Pd in Commissione ha espresso la sua contrarietà alla proposta. Innanzitutto, ha spiegato, c’è un una ragione di metodo: “alla fine della legislatura rimangano concretamente sei mesi di attività parlamentare, in una situazione generale in cui le risorse economiche sono assai limitate”. E dunque la Miotto ritiene “poco realistico pensare di addivenire all’approvazione di una legge in materia di assistenza psichiatrica, considerato lo stato dell’iter del provvedimento che, peraltro, comporta rilevanti oneri dal punto di vista finanziario”.

Per quanto riguarda il merito del provvedimento l’esponente del Pd ha fatto notare che “il testo predisposto dal relatore è invasivo delle competenze regionali e, quindi, andrebbe probabilmente incontro al parere negativo delle Commissione affari costituzionali e per le questioni regionali”.
E dunque secondo la Miotto sarebbe preferibile “ricorrere ad altri strumenti, diversi da quello legislativo, quale ad esempio la presentazione di una mozione su questa materia”.
Ipotesi mozione raccolta da Paola Binetti (UdCpTP) “trattandosi di uno strumento di indirizzo che, in quanto tale, lascia ampi margini di libertà rispetto ad una normativa dettagliata”.

In sintesi i punti della riforma

Art. 1.
(Principi generali).
Il Ssn garantisce la promozione e la tutela della salute mentale del cittadino, della famiglia e della collettività attraverso i Dipartimenti di salute mentale (Dsm) istituiti presso le Aziende sanitarie locali. La cura, la prevenzione e la riabilitazione è in capo ai Dsm

Art. 2.
(Attività di prevenzione).
Il Ssn garantisce, mediante i Dsm, le attività di prevenzione dei disturbi mentali in ambito scolastico, lavorativo e in ogni situazione socio-ambientale a rischio psicopatologico.
Alle regioni il compito di adottare appositi protocolli per la prevenzione.

Art. 3.
(Attività di cura).
Il Dsm è il centro dell’attività terapeutica che eroga prestazioni assistenziali e sanitarie in ambito ospedaliero, territoriale, residenziale e semiresidenziale. Il Dsm coordina le proprie attività con quelle degli altri servizi sociali e sanitari presenti sul territorio.
La persona affetta da disturbi mentali può scegliere il medico, l’operatore sanitario e il luogo di cura. Le regioni devono assicurare la presenza di uno spazio operativo h 24 per gli interventi urgenti, le emergenze e le osservazioni psichiatriche. Le regioni istituiscono équipe mobili per le aree metropolitane e per interventi urgenti che sono garantiti h24 sia livello territoriale che domiciliare. In ogni Asl le regioni istituiscono, presso un Dsm, almeno un centro di ascolto e orientamento specialistico, finalizzato alle richieste provenienti dai pazienti. Il Dsm è organizzato in modo da poter svolgere funzioni assistenziali in ambito ospedaliero, domiciliare, territoriale, residenziale e semiresidenziale. Il Dsm assiste il malato in fase acuta e ne garantisce la presa in carico successiva al ricovero.

Art. 4.
(Gli interventi sanitari obbligatori e necessari).
L’intervento sanitario obbligatorio, l’accertamento sanitario obbligatorio (Aso) e il trattamento sanitario obbligatorio, assumono la definizione di trattamento sanitario necessario (Tsn) e sono attivate quando la garanzia della tutela della salute è ritenuta prevalente sul diritto alla libertà individuale del cittadino. L’Aso è proposto sia da un medico del Ssn, sia da un medico del Dsm. I Dsm devono prevedere strutture per l’effettuazione di un’osservazione clinica che non superi le 48 ore di degenza.
Il Tsn dura 15 giorni e può essere interrotto ove il paziente non presenti più le condizioni che lo hanno generato. Qualora tali condizioni permangano, dopo i primi 15 giorni, il Tsn può essere prolungato

Art. 5.
(Trattamento sanitario necessario extra ospedaliero).
Il Tsn extra ospedaliero prolungato dura sei mesi e può essere interrotto o prolungato e comunque non può essere protratto continuativamente oltre un anno. È disposto dal sindaco entro 48 ore dalla comunicazione ed è approvato dal giudice tutelare. Il trattamento necessario extraospedaliero prolungato è finalizzato a vincolare il paziente al rispetto di alcuni principi terapeutici, quali l’accettazione delle cure e la permanenza nelle comunità accreditate o nelle residenze protette, per prevenire le ricadute derivanti dalla mancata adesione ai programmi terapeutico-riabilitativi. Allo scopo di un’uniforme applicazione su tutto il territorio, il ministero della Salute, d’intesa con le regioni elaborale linee guida per l’attuazione degli interventi sanitari necessari.

Art. 6.
(Attività di riabilitazione).
Il Dsm assicura le attività riabilitative attraverso le strutture ambulatoriali, anche con interventi domiciliari; le strutture residenziali; le strutture residenziali o semiresidenziali di natura socio-assistenziale. Al Dsm il compito di attuare il reinserimento del paziente.

Art. 7.
(Rapporti tra DSM e le università).
Le cliniche psichiatriche universitarie sono tenute allo svolgimento di attività assistenziale sanitaria sovrazonale e ad assumere la responsabilità della tutela della salute mentale in un’area territoriale definita.

Art. 8.
(Obbligo del medico psichiatra del servizio pubblico di recarsi al domicilio del paziente).
Il Dsm assicura la visita a domicilio del paziente il prima possibile allo scopo di prevenire l’aggravarsi delle condizioni cliniche. In caso ciò non avvenga il direttore del Dsm deve dare alla direzione sanitaria dell’azienda, per iscritto, adeguate giustificazioni.

Art. 9.
(Obblighi di informazione nei confronti dei familiari).
Lo psichiatra del Dsm deve informare sullo stato di salute mentale del paziente e sulle cure necessarie i familiari o chi si prende cura abitualmente del paziente.

Art. 10.
(Disposizioni per garantire l’incolumità dei familiari).
Se la convivenza con la persona affetta da disturbi mentali può essere pericolosa il Dsm può cercare una soluzione residenziale alternativa.
Art. 11.
(Adempimenti delle regioni).
Le regioni entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge devono individuare le strutture residenziali di riabilitazione dove attuare il Tsn, garantendo almeno un posto per 20 mila abitanti. Se dopo due anni questo non è successo il Governo nomina un commissario ad acta che provvede ad adottare le misure necessarie per garantire l’attuazione della legge.

Art. 12.
(Copertura finanziaria).
Il costo calcolato per la realizzazione della proposta di legge è di 300 milioni annui.

(FONTE: http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=8521)

Responsabilità del medico: medicina difensiva, costi, proposte

(Video del dott. Carlo Nordio, Procuratore della Repubblica, Venezia) L’aumento dei procedimenti contro i medici ha provocato negli ultimi anni un ricorso sempre più frequente alla cosiddetta medicina difensiva, che può condizionare il medico nelle sue scelte cliniche. Le possibili soluzioni riguardano modifiche del diritto penale, di tipo procedurale e delle tecniche d’indagine.

FONTE: mdwebtv.it