Aiutiamo il Museo della Mente di Roma

Il Museo della Mente di Roma, che raccoglie materiale documentaristico e archivistico di fondamentale importanza, relativo all’ex-ospedale psichiatrico di S. Maria della Pietà, e comprendente anche la biblioteca Cencelli, per difficoltà economiche non può garantire più le visite guidate. Invitiamo tutti a firmare la petizione a suo sostegno che trovate nel link inserito in questo video:

Salute ed inquinamento in Campania

Superate le DIECIMILA visualizzazioni del video “Tumori ed inquinamento in Campania”. Il 12 aprile scorso io ed (dr.ssa Eleonora Capuozzo, psicologa, n.d.r.) il collega Marchese abbiamo organizzato il seminario “Tumori ed inquinamento in Campania” presso La Feltrinelli express di Napoli. Il video pubblicato su youtube della conclusione del seminario è stato pubblicato circa 3 settimane ricevendo un numero di utenze che in questo momento ha superato le DIECIMILA PERSONE. Questo è un segnale che il tema è molto sentito dalle persone e che c’è voglia di riprendere in mano la questione aperta e purtroppo trascurata dalla politica. Bisogna certamente capire, ora, come superare questo aspetto “teorico” della questione, come costringere la politica a cambiare trend e conferire una dimensione concreta all’ecologia. Non bastano fumosi discorsi elettorali sul tema ma è necessaria una politica che porti ad azioni concrete di sostegno all’unica forma di sviluppo possibile per l’occidente: lo sviluppo sostenibile che tutela l’ambiente, che metta sempre in primo piano la tutela dell’ambiente. Non ha senso parlare di promozione e tutela della salute psicologica e fisica dell’uomo senza partire dall’ambiente.

Il terremoto del panico

Panico è quella sensazione vertiginosa di mancanza della terra sotto i propri piedi? Ictus?
Panico è lo scricchiolio orribile prima della caduta di quelle pareti dell’anima, che avrebbero dovuto proteggere il silenzio del nostro bambino interiore e invece quel mutismo lo hanno imposto per sempre. Morte.
Panico è la perdita di tutto quello che contava nella vita, anche di quelle altissime mie creazioni prodotte dalle idee. Sconfitta.
Panico è la possibile, temuta perdita di sé stessi, la scomparsa anche fisica dell’identità, la sconfitta dei valori positivi. De-grado.
Panico è la concreta materializzazione di fantasmi atavici che pensavamo di tenere celati nel buco nero del talamo subcorticale o dell’anima nera (scegliete voi). Angoscia
Panico è quel senso di precarietà che ti fa stare come d’autunno sugli alberi le foglie, anche se è primavera. Ed è subito notte.
Notte fonda. Buio assoluto. Vuoto pneumatico.
Panico è la morte del mio innamoramento di adolescente, per quelle brunette lì, a poche centinaia di metri dacasa. Non c’è più la voglia né la forza. Aridità.
Mai più ci sarà l’amore.
Panico è il mio cambiamento, una trasformazione che nessuno vede più. Cecità.
Panico è mamma che non m’aspetta più, non perché fredda, ma perché assente, assente perché non riesco a sentirla perché ho le mani fredde sulle orecchie calde. Freddo per caldo.
Panico è dov’era la bicicletta per cavalcare l’esistenza, e quelle due ruote se ne staranno buone buone nel soffitto del terzo piano e non riesco a star più su di essa assiso. Fine dei giochi.
Panico è la dignità barattata per un pasto caldo, per un paio di slip puliti laddove son costretto a tastare il mio corpo, a vigilarlo ansioso e a ritastarlo di nuovo. Abominio. Abiezione.

Mio Dio no.

Esser felici si può.

Esser liberi, anche da se stessi, si deve.

Farò qualcosa.
Dott. Enzo Spatuzzi

L’ingenua inesperienza di Basaglia e la furbizia maliziosa dei manager

Legge 180: relazione del dott. Spatuzzi alla Camera dei Deputati
ROMA, 27 Giugno. Si deve con rispetto e stima plaudire ed esser grati in maniera obbligatoria (o necessaria, come il Trattamento Sanitario?) all’on. Carlo Ciccioli per quest’invito di oggi al convegno tenutosi il 27 giugno alla Camera dei Deputati di Roma poiché mi ha dato l’opportunità di assistere al flusso della storia non dalla riva come figurante/comprimario, ma dall’interno delle acque del fiume navigando quindi come attore protagonista.
Perché quel del 27 giugno è stato un gran giorno per l’Italia civile, democratica e positiva.
Mi son trovato infatti a partecipare all’abbattimento di un muro di Berlino ideologico, alla picconatura di una statua di uno Stalin coi baffi, quegli stessi baffi che da Trieste con apologistica arroganza nascondono ancor oggi il ghigno violento del potere ottimistico, antagonista ed irridente al dolore morale dei pazienti affetti da disagio psichico e, forse ancor di più, dei loro congiunti.
La legge quadro n°180, forse più cornice che quadro, sta per uscire dal dogma delle brume medievali. Grazie alle iniziative dell’onorevole Ciccioli il misticismo mistificatorio di una legge quadro di assistenza può e deve oggi trasformarsi, passando dalla simonia laica oramai priva di senso ad una moderna idea nomotetica di legge in linea con i tempi e questo perché pazienti, familiari ed operatori non hanno più indulgenza né pazienza. E dire che quella che ancora vige sul territorio nazionale voleva essere una legge progressistica, umana e democratica che doveva dare ascolto ad una pluralità di idee. Ed invece i suoi pronubi sostenitori tacciano ancora di eresia coloro che, come me, dopo aver sostenuto ingenuamente l’interesse personale di altri, fuorviato com’ero dalle belle parole della libertà terapeutica, si son col tempo resi conto che il Re era Nudo ed i suoi adulatori erano del tutto inesperti in tema di assistenza psichiatrica pubblica, ma manager perfetti del proprio vizio privato, il potere ed il denaro. Essi minacciano scismi e tacciano di retrivismo quegli umili, ma grandi lavoratori impegnati nella improba lotta al male oscuro, sventolando lo slogan oramai outlet e manipolativo della possibile riapertura dei manicomi oramai chiusi da 34 anni. Chiunque avrebbe fatto un reato/peccato mortale di lesa maestà se delle forze emergenti del consesso civile, democratico e colto, come Ciccioli, si fossero chiesti e ci hanno chiesto: ma così come stiamo andando avanti si va bene? Stiamo assistendo al meglio queste sfortunate persone affette da disturbi ad alta sofferenza espressa? E i loro familiari, sino a questo momento gli unici care givers, si sentono sostenuti da leggi sanitarie che hanno sempre preteso da loro che fossero infermieri, medici, persino farmacologi, assistenti sociali, badanti, controllori, vigilanti del loro dolorosi congiunti? Senza contare l’angoscia derivante dal “dopo di noi”. Ma può essere ancora la minaccia della riapertura dei manicomi un deterrente che impedisce qualsiasi seria dialettica e confronto sui differenti pareri e proposte rispetto alle cose concrete da fare per combattere al meglio quel “lupo cattivo” della malattia mentale? Sin qui i dibattiti in tale direzione son sempre stati indetti solo da “compagni d’una merenda mentale”, una sorta di unanimità bulgara, magari senza neppure più credervi, propugnando in maniera solo sedicente che quella ancora oggi vigente è la migliore delle assistenze psichiatriche possibili, sempre invidiata da tutti i paesi civili, ma mai, dico mai, in quei paesi una legge del genere è stata esportata ed applicata. Ed è inutile che da ogni tribuna si faccia la didascalica distinzione tra T.S.Obbligatorio e T.S.Necessario: solo chi non si è mai confrontato con il dolore della follia può affermare che nel termine “obbligatorio” è contenuta una costante negoziazione tra il curante ed il curato e, quindi, il riconoscimento dell’identità e della dignità di chi oppone un rifiuto a qualcosa che non vuole, dimenticando però che se vi sono gli estremi per un trattamento che travalichi la volontà del paziente può solo significare che quel paziente, a motivo della sua grave sofferenza psichica, non è in grado in quello spazio temporale né di accettare le cure né di rifiutarle coscientemente.
Carlo Ciccioli, anche valoroso collega psichiatra, lavora ancora contro la malattia mentale e anche nel suo impegno di parlamentare, ha raccolto il malessere di ammalati e dei loro care givers e si è dovuto chiedere persino le motivazioni che stanno dietro alla lapalissiana evidenza che più l’ammalato è grave e meno riceve in termini di assistenza da questa società.
Farei un’offesa all’intelligenza di ognuno che legga la proposata Ciccioli, oramai pubblica, se mi provassi a spiegare punto per punto da quale esigenza parta un articolo in essa inserito e a quale esigenza vada a rispondere e quali vuoti essa vuole colmare. Per una legge vale lo stesso assioma applicabile alla poesia: se un poeta deve spiegare le sue poesie vuol dire che è un cattivo poeta. Questa proposta di legge è un libro aperto: chiunque sia implicato nei progetti di cura o di assistenza ne può prendere visione immediatamente, ne comprende la sua necessità, il suo fine e quali interventi essa sottenda.
La legge 180 non è la costituzione italiana: può e deve cambiare
Naturalmente Carlo Ciccioli sa che è solo un primo passo e il resto verrà da sé in virtù d’un dibattito serrato per porre sul tavolo idee diverse e ampi consensi.
Ma questo progetto di riforma è già un buon inizio.
Enzo Spatuzzi

Vivere con la depressione, ma il farmaco si paga

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa testimonianza-appello
Salve! Sono anni che lotto con problemi di carattere depressivo dovuti ad un aspetto cronico-fisiologico. Ho provato tutti i tipi di farmaci con risposta negativa sopratutto per i loro effetti collaterali. Da tre mesi uso il Valdoxan. Ottimo!!!! Zero effetti collaterali e una buona risposta terapeutica. L’unico problema è il costo sopratutto perchè la sua efficacia è a 50mg. Due pillole e quindi €120 mensili. Da suicidio per me che non ho un lavoro stabile! Mi faccio coraggio e lotto giorno dopo giorno….
Non parlo soltanto per me ma per tutta la comunità dei depressi. Voi avete studiato cosa è la depressione, le cure ect… Solo chi l’ha provata può capire cosa significa. Forse è meglio una gamba mancante che la depressione. La gamba si vede che manca e tutti ti compatiscono, ma quando sei depresso e vuoi vedere solo il letto tutti ti reputano un buono a nulla, nulla facente e non valido alla società… Bel conforto!!!
Con questo voglio che spingiate il più possibile il valdoxan a finché entri i fascia A.
L’ho testato sulla mia pelle dopo cure inutili seguite da specialisti di un certo livello.
L’agomelatina presa nel giusto dosaggio è molto più efficacie e tollerabile di qualsiasi altro farmaco.
Non è giusto che i ricercatori si spremono le meningi per scoprire farmaci efficaci alla cura di una malattia come la depressione che sta distruggendo l’umanità con pazzie varie e poi i signori politici non permettano di accedere ad una cura molto efficace come il valdoxan.
Vi ringrazio di cuore per l’attenzione e porgo cordiali saluti
Michele

Quale disabilità?

Io credo che il primo problema per una persona disabile, uomo o donna, sia l’autostima. La società, attorno a te, ti considera comunque un problema, vede e sottolinea il deficit, l’involucro, l’apparenza, non la sostanza, non i sentimenti, i progetti di vita, e paradossalmente non ti consente neppure di far vedere con chiarezza i tuoi difetti, di carattere, di volontà, di qualità. E così l’handicap diventa da un lato un alibi, dall’altro una corazza.

Sono parole di Franco Bomprezzi, giornalista e scrittore, tratte dal blog “InVisibili” del Corriere della Sera (http://invisibili.corriere.it/2012/03/10/anche-io-tanti-anni-fa/). La sua riflessione, nello specifico, si inserisce in un dibattito sul rapporto che la società ha con il disabile fisico (lo stesso Bomprezzi è costretto su una sedia a rotelle a causa di un’osteogenesi imperfetta) e con il suo desiderio e il suo diritto alla sessualità.

In questa citazione, tuttavia, il discorso è di più ampio respiro e tocca un punto secondo me fondamentale: la doppia valenza della disabilità, che stritola in una morsa il soggetto e finisce per soffocarne l’individualità e la sua affermazione. E’ un discorso generale, che interessa anche il paziente psichiatrico, in quanto espressione di un’ “alterità” che la società non vuole vedere perché la riguarda e, quindi, la spaventa. Ed è qui che nasce lo stigma esterno, da una società che si rapporta alla persona attraverso il filtro di una categoria (“i disabili”, fisici o psichici fa poca differenza), che aumenta le distanze e de-individualizza, finendo per far coincidere il soggetto con la sua mancanza e per privarlo così di pressoché ogni caratteristica e peculiarità soggettiva.

Se si vuole combattere ed abbattere sempre di più lo stigma, dunque, non si può secondo me non tener conto dell’handicap, ovvero della disabilità socialmente determinata. Alle attività di informazione e prevenzione, assolutamente preziose, bisognerebbe affiancare quelle di educazione. Per propugnare una cultura della valorizzazione del soggetto, una cultura che non riconosca nelle limitazioni individuali dei deficit ma delle potenzialità alternative, che non si rapporti all’individuo in difficoltà attraverso il filtro di una categoria, ma che ricerchi forme di inter-azione umana non stereotipate ed autentiche.