«La legge Basaglia? Non regge più» Svuotati i manicomi, il peso è finito sulle famiglie
«DA PSICHIATRA continuo a protestare, come ho fatto per trent’anni, contro la legge 180 sui disturbi mentali e contro la situazione che questa legge ha creato per i pazienti e le loro famiglie».
Raffaello Papeschi, toscano, è stato in prima linea per tutta la vita, si è occupato dei malati psichiatrici quando le strutture che li ospitavano erano ancora chiamati manicomi. Come quello di Maggiano, vicino a Lucca, «dove avevo uno studio proprio accanto a quello di Mario Tobino. Ricordo ancora le guardie notturne: nel silenzio del reparto sentivo che lavorava, perché batteva sui tasti di una vecchia Lettera 22».
Papeschi ha 74 anni, è in pensione, vive a Lucca, e i suoi interessi sono rimasti all’interno di quel mondo da cui non intende staccarsi.
Dottor Papeschi, che cosa non le è mai piaciuto della legge Basaglia?
«La mia critica è questa: era sì necessario ridimensionare i posti letto negli ospedali psichiatrici, e soprattutto cambiare la mentalità dei medici e degli infermieri che usavano metodi repressivi e quindi avrebbero avuto bisogno di essere rieducati. Ma non porre quei divieti».
Quali?
«La 180 dice no alla possibilità di curare i malati in ambiente ospedaliero al di fuori della loro famiglia, anche in strutture tipo comunità terapeutica. Basaglia non le accettava, un altro divieto, perché le vedeva come uno strumento di controllo da parte della società».
Crede che bisognerebbe riaprire i manicomi?
«Non si tratta di rifare i manicomi. E poi alcuni erano davvero lager. Ci finivano tre gruppi di persone: i sofferenti di malattie organiche, come alcolismo e demenza senile, che avevano bisogno solo di assistenza medica; chi aveva problemi di disagio sociale, come barboni e tossicodipendenti, quindi per loro sarebbe stata sufficiente una casa-famiglia. E poi c’erano gli schizofrenici, i depressi gravi, gli psicopatici. Quest’ultimo gruppo ha diritto a stare nelle comunità terapeutiche, dove c’è sempre la presenza di uno psichiatra e di operatori. Perché quando c’è una crisi psicotica può succedere qualsiasi cosa. Sono strutture esistenti nei Paesi civili europei».
Per quanto tempo si dovrebbe rimanere nelle comunità terapeutiche?
«E’ difficile dirlo prima, perché lì è prevista un’attività riabilitativa e poi la terapia farmacologica. Però, certo, non per sempre. Per gli schizofrenici gravissimi, invece, dovrebbero sorgere luoghi di lungodegenza».
Quindi non resta che riformare la 180?
«Certo. Eppure finora dei circa 15 progetti di legge nessuno è mai andato in porto. E intanto la 180, che viene spacciata per una delle conquiste civili degli ultimi cinquant’anni, ha scaricato il peso dell’assistenza psichiatrica per la maggior parte sulle famiglie. E la sinistra italiana in trent’anni non si è ancora resa conto di questo. Dove non c’è assistenza pubblica, si passa a quella privata. E se la famiglia dove c’è un malato è ricca, si rivolge alle cliniche private, se è povera s’arrangia. Così oggi si è prodotta la sindrome della ‘porta girevole’: un ricovero e poi si va a casa, e dopo un mese si torna nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura».
Allora, che cosa si è rivelata questa legge?
«Un grande risparmio per le Regioni, che provvedono alla sanità».
di DONATELLA BARBETTA (Fonte: Il Giorno del 8/03/08)
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