"Il grande perverso", Psichiatria e grande fratello

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(di Antonio Zanardo*) E’ di questi giorni la notizia di un TSO per un concorrente del grande fratello, dopo aver ampiamente delirato in casa e di aver fatto altrettanto una volta uscito. Una situazione che ci fornisce un quadro esaustivo del livello mediatico che hanno assunto queste forme di eccesso. I reality si basano su un principio molto elementare, ovvero quello della deprivazione (da non confondersi naturalmente con la deprivazione sensoriale, se pur vi sono a mio giudizio diverse analogie). Alcuni individui vengono inseriti in un ambiente nuovo da cui si sottraggono una serie di riferimenti personali (affettivi, sociali, ambientali, ecc.) e si introducono variabili come la convivenza con persone sconosciute, l’eccitazione dell’essere osservati, l’ansia da prestazione, eccetera. Tutto questo non fa altro che diminuire gradualmente le difese personali e mettere in luce la nuda personalità dei singoli, esasperata da un lato dalla privazione e dall’altro dalla sovraesposizione mediatica.

E’ una sorta di condizione dissociativa creata artificialmente ed in grado di generare comportamenti indubbiamente autentici nella loro manifestazione, ma altrettanto esasperati e distorti dal contesto.  L’audience dei reality show è da sempre molto consistente; sotto una certa soglia il programma viene cassato perché non può rendere. Non vi sono mezze misure: amore oppure odio, li si guarda o li si denigra, l’audience è importante o è praticamente nullo.

Gli spettatori, come al di fuori di un acquario, osservano, si riconoscono, ne traggono sostanzialmente un beneficio psicologico. In cosa questo consista è indubbiamente soggettivo, tuttavia esso rappresenta la sostanza e l’attrazione verso un qualcosa che in qualche modo fornisce una rappresentazione che genera risonanze. Banalmente, chiunque prenda in mano un qualsiasi manuale di psicologia, è in grado di attribuirsi almeno un paio di diagnosi certe. Sappiamo bene che normalità e patologia sono divise da una sottile linea di demarcazione che non caratterizza semplicemente la presenza o l’assenza di un determinato fenomeno, ma la sua costanza e quantità. L’esasperazione del mettere in luce la personalità dei concorrenti non fa altro che porre artificiosamente in evidenza tali eccessi in cui il pubblico in qualche modo si riconosce o, per ritegno, vergogna, pudore, se ne differenzia. La perversione e la crudeltà stanno nel fatto che chi decide il cast di questo ambiente circense opera volutamente le scelte su quei soggetti che maggiormente rispondo a queste necessità. In modo del tutto consapevole, alcuni “pazienti” vengono fatti entrare nel gioco perché questo darà un maggiore spettacolo. Un mix scientificamente studiato a tavolino in modo da produrre una reazione a catena controllata, indotta, e documentata dalle telecamere. In alcuni di questi show è possibile visionare ciò che accade in tempo reale, quindi al di fuori dei momenti ufficiali o di quelli selezionati per il daytime, attraverso dei canali dedicati. Questo non fa che aumentare l’effetto “realtà”. Al pubblico non importa di quanto questa possa essere stata artefatta o manipolata attraverso le sollecitazioni, ma è fondamentale che essa sia credibile e rappresentativa. In questo quadro ai vari malcapitati la televisione fa veramente bene, almeno nel senso che risparmia loro un ambiente clinico al  quale prima o poi finirebbero per appartenere. Il personaggio pubblico è un privilegiato. Un disturbo di personalità, altrove degno di stupore e di cura, diventa una caratteristica distintiva. Gli eccessi sono perdonati in favore di quanto il personaggio è in grado dare attraverso la sua performance. E’ più grave il vicino di casa ricoverato in psichiatria per una depressione che i famosi disturbi bipolari di alcuni celebrati artisti del mondo del cinema; è più grave una violenza carnale compiuta da un rumeno che quelle compiute da Mike Tyson; è più grave la pedofilia su internet di quella di Michael Jackson, e così via.

La comunità si divide tra quelli che guardano lo spettacolo da quelli che si vantano di non esserne attratti, come una sorta di nobile casta che non si abbassa a tale livello, ed è giusto che sia così. Tuttavia è innegabile che questo fenomeno ha assunto negli anni una forma del tutto inaspettata e si sia gradualmente persa anche quella iniziale intenzione, perché su questo si basava in origine il reality show, di fornire uno spaccato di vita quotidiana, di emozioni comuni e di (anche bieche) piccolezze che ognuno di noi tende a custodire gelosamente nel proprio scrigno per non farle vedere ad altri.

Superata questa soglia tutto è possibile.

Lo è chiamare “Amici” un programma in cui l’attività principale è la denigrazione dell’altro e dove il messaggio fondamentale è quello che per il successo si può diventare perfidi, cattivi e passare sopra a tutto; lo è mandare un imputato con un processo in corso in cui è accusato di estorsione in una fattoria brasiliana; lo è mandare lo “scemo del villaggio” su un’isola deserta.

Grande clamore è stato riservato al film “Live – Ascolti record al primo colpo”, proprio su un reality estremo in cui sei concorrenti si sfidano in diretta alla roulette russa.

Siamo davvero così lontani da tutto questo?

 

* Antonio Zanardo

 

Formatore e Direttore di Psicodramma

Via S. Agostino, 25

Mariano C.se - CO

www.aziform.com

 

 


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