Se la comunità non risponde

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I fatti degli anni più recenti e anche di questi giorni del 2010 denotano un periodo nuovamente accelerato per delineare e porre disposizione per l'assistenza psichiatrica o di peso terapeutico per la salute mentale in Italia.
La realtà di "chiusura dei manicomi" e "chiusura con la legge speciale dei primi del '900" è una parte dell'idealità e della lettera della legge 180: il complemento è dato in primis dalle norme che stabiliscono il "sistema di cura" e un "sistema di garanzie".
Nei fatti il pensiero di ispirazione basagliana, quello che oggi definirei un post-basaglianesimo di seconda generazione, sembra che esprima una sopraffazione del sistema di cura su argomentazioni di sistemi di garanzie.
In questo pensiero vedo infine chiarirsi il "sistema di cura" nella comunità sociale: è in qualche modo la società tutta che si dovrebbe far carico dei problemi psichici.
Ne sono prova espressioni usate come "cittadinanza sociale" (nella prima metà di questi anni 2000 un termine simile era sviluppato anche come possibile legislazione in armonia con la riforma sull'assistenza sociale L.328/2000), "utenti responsabilizzati" (oltre al minor peso del disagio psichico si delineano forme di lavoro di persone con disagi psichici da reimmettere nel sistema terapeutico stesso), "UFE" (utenti familiari esperti), "auto-aiuto in tendenza separatista" (attività di gruppo aprioristicamente prive di operatori).
La degenza nella sede più importante del SPDC si andrebbe a diminuire (es. il rapporto Regionale SSR 2007 del Friuli Venezia Giulia rileva una degenza media per il SPDC del DSM di Trieste pari a 0,8 giorni per un periodo di alcuni anni recenti) in favore di sedi di più bassa soglia terapeutica; mentre operatori "minori" sono presenti dai ricoveri per anziani, ai gruppi appartamento, alle case famiglia per adulti o minori sottratti a famiglie.
Nel 2004, dichiaratamente in linea con la legge 180, viene approvata la riforma vòlta a liberare dallo status di interdetto o inabilitato il soggetto adulto introducendo la figura dell'amministratore di sostegno che sarebbe pure "del corpo sociale", ma infine sarà a rischio di indebita interposizione di professionisti nelle famiglie (in giugno 2009 un articolo de Il Piccolo di Trieste titolerà "In 700 amministrano anziani", mentre le domande pervenute da privati o dai servizi per l'avviamento di tale prassi risulta dal database del Tribunale di Trieste pari a 219 nei primi sei mesi del 2009).
La salute comunitaria presupporrebbe un interessamento attivo sociale, ma la realtà pare smentire questa aspirazione.
C'è stato un periodo recente in cui mi pareva di osservare persone con disagio psichico come combattenti e lavoratori: interessati in prima persona in una sorta di farsi carico di realizzazioni della "psichiatria di comunità" (quella realtà del territorio che prevederebbe equipe multiprofessionali operare per i vari aspetti della salute della persona..biologico, psichico, sociale,..): determinate realtà di "soggiorno autogestito" andavano decisamente a coprire le singole province di una Regione.
Ultimamente mi pare si parli di più di inclusione sociale, come possibilità di lavoro ed indipendenza di chi ha disagi psichici.
Ma il "circuito" è questo: la realtà sociale si prende cura di chi ha crisi psichica, la quale è appunto una crisi che deve modificare l'esistente per richiamare un attivismo solidale e un' economia di gratuità e di reciprocità in cui ogni cittadino concorre a questa azione per la salute.
La realtà dei fatti è che la nostra società in corsa e degli scambi di mercato male riesce a sopportare i tempi e i modi di una tale idealità: tanto è vero che "la pasticca" diviene forse qualcosa di più di quello che realmente produce; diviene metodo veloce di cura, diviene privacy tascabile,..
Tanto è vero che nel corso degli anni associazionismo più variegato (familiari, professionisti, ecc) ha sempre mostrato una conflittualita tale da provocare in letteratura espressioni più colorite - come le "lotte fratricide" di un volume di vari anni fa -.
Sono anche questi conflitti e questa domanda di "erogazione di servizio" reale e garante che fa sì che la nostra società vada presa come "liberale", con aspetti individualistici e lucrativi (aspetti lucrativi importanti sono stati evidenziati per case famiglia per minori, mentre la legge 149/2001 che ne dava impulso era più nobilmente idealistica).
L'aspirazione del post-basaglianesimo di seconda generazione ad un metaforico trattenimento del respiro al dare più peso a chi sta male non sviluppando anche servizi importanti e correndo per dimostrare che si può "fare da soli" (utenti, familiari, piccoli operatori, strutture a bassa soglia terapeutica) rischia ora di occupare anni di vita di persone in circuiti esclusivi per la salute mentale, affiancati da figure professionali invadenti che rivelano loro inefficacia ed aspecificità per la salute in molteplici occasioni..
L'aspirazione ad una salute mentale comunitaria diviene sovraccarico, impoverimento del ventaglio di offerta sanitaria, rischio di qualsiasi paradosso "salvatore che diviene persecutore", "autoritarismo di strutture pubbliche": il tentativo di convocazione e mobilitazione del corpo sociale (inoltre laicista) ha per lo più un carattere autoritario, ma quanto di deleterio possa esserci in questo grava nel caso in esame su parti più indebolite della società.
Per cui è sicuramente il caso di parlare del "sistema di garanzie", che dovrà entrare in gioco quando la società sarà rispettata ed esaudita nella realtà delle proprie possibilità ed aspirazioni.
Ciò non significa che si debba eliminare una serie di aspetti di un'identità clinico-culturale, ma non si può chiedere troppo ai cittadini.

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ritratto di Mirko G. Salotti

Lasciando imbarazzo per

Lasciando imbarazzo per autocommento e commento al pensiero di un ex Ministro quale Rosy Bindi, proprio oggi è pubbicata una sua intervista in cui dichiarerebbe:
"Questa legge non prevedeva soltanto la chiusura dei manicomi ma, soprattutto, la creazione di una rete alternativa di servizi. Era ed è una risposta ben diversa ad una domanda particolare come quella della salute mentale. In questi anni abbiamo assistito al tentativo di delegittimarla soltanto perché non è stata attuata pienamente. Da ministro ho trovato una situazione di inadempienza rispetto alla legge sulla salute mentale, non molto difforme da quella che abbiamo oggi. La situazione è diversa da regione a regione. I manicomi sono stati chiusi ovunque, ma manca una rete di servizi territoriali".
La posizione dell'ex Ministro è nella considerazione che la legge 180 sia "assolutamente irreversibile ed intoccabile".
Nel mio articolo sopra ho riconosciuto in modo analogo che la riforma non sia stata solo chiusura dei manicomi e con la legislazione antecedente, ma delinei un "sistema di cura" e un "sistema di garanzie" (specie normando il TSO e citando libertà di scelta di medico e luogo di cura): il problema è che il "sistema di cura", ovvero grosso modo la "rete alternativa di servizi" ha oggi caratteri molto discussi e "dilemmatici" - a mio parere - perché lo sviluppo che si vuole dare a queste azioni pare abbia caratteri tali (lasciando da parte l'enfasi sui termini di esistenza delle psicopatologie) che forzano la realtà sociale - parlerei quasi nei termini di forzatura "antropologica" o "antropica" -.
Per questo concludevo il mio articolo cercando di pensare alle "garanzie" (es. controlli, verifica su dati e fatti,..oltre a fattori già esistenti..), più che ad una realtà che nell'interland dei suoi stessi territori storici oggi - nel post-basaglianesimo di seconda generazione - vede pesanti fallimenti.
Fonte dell'intervista all'ex Ministro Bindi: http://www.rassegna.it/articoli/2010/02/09/58095/sanita-bindi-pd-legge-180-conquista-di-civilta

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