“Caro Babbo Natale”

(di Giacomo De Caterina) Caro Babbo Natale,
ho aspettato a scriverti perchè non volevo scocciarti in un momento difficile come quello natalizio, così pieno di impegni per te. Qualche amico mi sconsigliava. Non godi di stampa unanime. Sei una figura controversa. Pura invenzione per tenere buoni gli allocchi, dicono alcuni. Altri: è di opache frequentazioni con banchieri e politici, colluso col World Economic Forum. Io so che tu sei vero. Anzi di più. Sei necessario. Come lo sono i tabù, il bene e la bellezza, senza discussioni e relativismi. Figli dell’uomo, ma emancipati, e ribelli talvolta, con un loro DNA in perenne, dialettica e imprevedibile mutazione. Non so –non ti ho fatto l’araldica- se sei rampollo di San Nicola, del re Mida o di chissà chi. Non ti offendere: ti immagino bastardo di un dio della bontà e della Coca Cola, e in questo, a maggior ragione, campione dei nostri tempi incerti. Così simile a noi idolatri –contemporaneamente- di Madre Teresa, Vàclav Havel e Steve Jobs. Del quale mi piace tradurre a modo mio il celebre motto. Siate ingordi, siate visionari: il capitalismo crapulone impalma la vergine mistica istrionica e creatrice.
Torno a bomba. Ti ho seguito su Google earth. Ti ho cercato negli uffici di rappresentanza, a Rovaniemi, Milano e altrove, ho parlato con alcuni tuoi aiutanti (stai in guardia: alcuni sono dei veri cialtroni…) ho analizzato letteratura, creazioni artistiche a te ispirate, film. Non ti conosco di persona. Cerco di immaginarti. E di fatto ti vedo, ma come non sei: bonario, semplicione, e infantile. Il che ti accomuna all’idea che abbiamo dei bei tempi andati: bassa mitologia sulla base di rappresentazioni approssimative e fasulle che scotomizzano ambiguità e miserie.
Gli uomini ti investono di una mansione niente male: rappresentare, almeno una volta l’anno, almeno a Natale, un mondo buono dove se fai il tuo dovere il premio arriva, con puntualità. E pure se non lo fai, dove se prometti che lo farai hai diritto al tuo.
Sei un uomo di esperienza, tormentato e complesso, e ti rendi conto di non poter risolvere con il tuo pur generosissimo impegno tutte le storture. E questo ti invecchia, ti incupisce. Ma non impedisce il tuo lavoro, che fai appesantito da chili, anni e dubbi.
Forse vedi cose e ti senti preso in giochi che manco a te piacciono. Una gratificazione materiale, un dolce, un gioco, qualcosa da mettere addosso, una carezza. Per chi ne ha già, per chi non ha abbastanza, per chi ha bisogno, per chi desidera il superfluo. Per chi ha fatto, per chi promette e non mantiene. Il tuo non è un esercizio di giustizia, ma di bontà gratuita. Bontà anche fessa, pensano alcuni, ma bontà. Immagino con che sollievo i piccoli delle più sfigate zone della terra ti aspettino con ansia, seguano il tuo volo, si incantino alle tue canzoni. Per una volta, almeno, c’è un premio. Che non rispetta criteri di giustizia? Che ingrassa chi ha già troppo? Che ci distoglie da ben altre necessità? Mah!
Noi uomini viviamo in un mondo a rovescio. Non è vero che il bene rende -per quanto sia ragionevole farlo-, spesso sono le carogne ad avere la meglio e la sofferenza è incomprensibile.
Caro Babbo Natale, ho perso il filo, non so più perché ti ho scritto. Forse solo per dirti quanto, nonostante le ambiguità delle tue origini e del tuo duro lavoro, apprezzi quello che fai, e non mi aspetto che ti impegni in problemi che altri dovrebbero risolvere. Ancora mille e mille di questi anni. Auguri!

Tuo,
Giacomo
26 dicembre 2011

O bene se vo’ solo a mammà

di Giacomo De Caterina* Che si fa con alcuni giovanissimi, che considerano il delinquere un lavoro, il gioco d’azzardo compulsivo un hobby, lo sballo un divertimento e il ricorso massiccio alle prostitute il prototipo dell’incontro uomo-donna? Negli staff che seguo, questa domanda apre sempre una voragine, difficilmente colmabile con le risposte della sola cultura psicologica o psichiatrica. Le risposte hanno talvolta un comune denominatore, pure negli staff giovani: il rimpiangere le epoche in cui il gioco d’azzardo era largamente illegale, la prostituzione pure, il sesso meno esibito, il delinquere, delinquere e basta, le playstation e Facebook inesistenti e si giocava a campana per le strade. Non sono d’accordo. Io non attribuisco il degrado ai videogiochi, all’azzardo legalizzato, ai social network (e questi, tra l’altro, mi piacciono). “O bene se vo’ solo a mammà”. Ce lo sentiamo dire da un qualunque ragazzino dei quartieri popolari di Napoli, ma tanta gente è convinta che solo nell’ambito delle relazioni ristrette si possa trovare il bene autentico. Il resto solo diffidenza e sopraffazione. Ancora. In una comunità di accoglienza per minori di area penale. “Faccio il mio percorso e vado a casa a spacciare. Mica sono scemo che mi metto a sgobbare per nulla, se posso guadagnare 5000 euro al mese senza fare niente”. Qualunque opposizione vi farà considerare un fesso che non ha capito niente della vita. Terzo. Non so dalle vostre parti, ma qui si ha il senso di un individualismo ormai insopportabile, dell’assenza di qualunque ragionamento in cui valga la pena di impegnarsi, di idee e speranze collettive alle quali ancorarsi…non si porta. Più che il riflusso nel privato degli anni 80 mi sembra un’attesa da deserto dei Tartari. Familismo, individualismo, l’attesa di niente come ideale di vita. La nostra epoca, per certi versi straordinaria, ogni giorno rende possibili cose fino a ieri impensabili. Ma gli strumenti e le possibilità della modernità, pur aumentando la sensazione di libertà del singolo, danno voce e amplificano anche il disagio di una umanità più sola, dispersa tra mille personalismi, privata del senso di appartenenza a comunità stabili che, bene o male, garantivano supporto e senso di sicurezza. Il degrado è nella perdita della Comunità, intesa come luogo d’elezione del progettare, costruire, decidere; come insieme di etiche e valori, una volta interne alle classi sociali, cui ancorarsi o dalle quali emanciparsi anche a costo di una dolorosa presa di distanza. Sostituita da una sensazione di enormi possibilità personali. Ma anche dalla precarietà come stile esistenziale. Dalla molteplicità degli individualismi, dalla disgregazione della coesione sociale. Dalla solitudine. Che network, reti e mezzi di incontro virtuali non possono sostituire. Torniamo al principio. Al di fuori di un sistema di regole e valori riconosciuti come bene comune, il nostro lavoro di cura del disagio esistenziale e supporto all’inclusione sociale è ancora più difficile, perché non c’è un modello che stigmatizza davvero la devianza. Esiste la possibilità di ricostruire un senso di appartenenza, qualcosa che ci identifichi oltre l’individualismo? Questa è la domanda più difficile. A me pare che non bisogna abbandonare l’educazione alla relazionalità con regole, la trasmissione dei valori dell’umanità e della cittadinanza. Ma nelle famiglie, e nelle scuole, mediamente, si fa educazione alla comunità? Si spingono i ragazzi a stare e confrontarsi con gli altri senza prevaricare, a rispettare spazi e valori di tutti? Si parla della felicità come di un valore mai individuale? Di una società buona come quella ricca di momenti di relazione e scambio? in cui si possono condividere benessere e creatività? O si addita il modello dell’individualismo, dello sgambetto sociale come mezzo per la riuscita personale? Spero di no. Non mi affascina l’arricchimento individuale in un mondo degradato e legato alla sopraffazione, che smette di divertirmi perché pieno di astio, violenza, diffidenza. “La ragione per cui son così triste, in verità, non so nemmeno dirla; mi sento come oppresso internamente, ed anche voi mi dite che lo siete; ma da dove mi venga quest’umore, dov’io l’abbia trovato, come ci sia caduto, di che è fatto, da che nasce, lo devo ancora apprendere; m’intorpidisce a tal punto lo spirito che stento a riconoscere me stesso.” (Shakespeare, Il mercante di Venezia; citato da Nicola Ponsillo nella sua pagina Facebook) *Comunità dei girasoli, Cellole, Caserta. Io x Tu x Noi cooperativa sociale gdecaterina@gmail.com www.ioxtuxnoi.org

Normalmente deviante

di Giacomo De Caterina*

Sono stato invitato, qualche giorno fa, a presentare in un piccolo convegno sul tema minori a rischio e territorio, l’esperienza della mia cooperativa e della Comunità dei girasoli. Mi ero preparato il solito pistolotto autocelebrativo, del tipo come siamo innovativi, intelligenti e bla bla. Al convegno c’erano alcune persone non comuni, per ragioni di cultura, esperienze, ruoli. Tra queste, due che sono intervenute prima di me. Una, il Garante per l’infanzia della Giunta regionale campana, psichiatra, criminologo, di formazione basagliana e successivamente della scuola di Sergio Piro, uomo competente e carismatico. L’altra un magistrato romano presidente di una associazione per la tutela dei minori, umanità e concretezza fatte persona.
Le loro riflessioni mi hanno colpito, per cui, buttato nel cestino il pistolotto programmato, sono andato avanti a braccio, agganciandomi ad esse.
Si parlava di devianza come prodotto di territori malati, architetture disturbate, fallimenti educativi. Vero. La mia riflessione, basata non su dati di scienza, ma su osservazioni personali, tratte dalla mia lunga attività di psicoterapeuta e da quella più recente di una comunità per minori: non mi sembrano così distanti le cosiddette culture devianti da quelle che non lo sarebbero. C’è qualcosa di inquietante che le unisce. Ad esempio la logica dello sballo che, tra l’altro, avvicina fisicamente i giovani della borghesia ai criminali. L’incomprensione assoluta per la umanità –o spiritualità – laica o religiosa. L’insofferenza, o meglio la mancanza di un vocabolario, per le regole relazionali e comunitarie, che vengono vissute talvolta come un fastidioso ostacolo alla realizzazione personale. Quale, poi. Griffe, macchinona, ostentazione, il mito dell’arricchimento facile, arroganza e livore per chi non la pensa come te. La stessa pervicace ignoranza, la stupida esibita insofferenza per la cultura e i consumi culturali, la stessa cafonaggine esibizionistica. Nel nostro meridione, in più, l’idea familistica della società che accomuna la criminalità organizzata alla cosiddetta società sana.
Certo, da grande mi sento più bacchettone. Ma chi crede nella relazione, nelle regole, nella comunità, mi appare ora maggiormente minoritario –e scusate il gioco di parole-. Mi sembra che la trasmissione trans-generazionale di valori che in qualche modo caratterizzava la società classista di trenta-quaranta-cinquant’anni fa –l’orgoglio operaio, la sobrietà degli intellettuali e dei professionisti, l’etica del lavoro degli imprenditori-, che facevano apparire devianti lo sballo, l’ostentazione, la corruzione, il malaffare, l’assenza di rispetto per l’altro, sia saltata in una società senza classi. Tanto da far dichiarare a un personaggio pubblico, beccato più volte con le mani nella marmellata, qualcosa del tipo io faccio solo quello che tutti gli italiani vorrebbero fare o giù di lì, col senso di dire: saltare le regole etiche e di convivenza civile per obiettivi individuali o familistici è lecito. La differenza è forse nel modo in cui si soddisfano i medesimi bisogni. I figli della borghesia fanno i capricci, hanno le raccomandazioni, corrompono. La manovalanza criminale propone la minaccia, il furto, il delinquere. Entrambi sono indifferenti e cinici di fronte al degrado.
Lo dico sperando di sbagliare, ma temo il fascino che alcuni ragazzi “borghesi” possono avvertire verso la cultura criminale, in assenza di una formazione etica e democratica che la renda davvero “deviante”. Temo una cultura normalmente deviante. Sto brutalmente generalizzando e, per fortuna c’è tanta gente che crede che l’uomo esista solo nella relazione, che il bene più prezioso sia la comunità e che le regole siano l’unica garanzia per l’accesso allo spazio pubblico, che la realizzazione sia ovviamente anche nell’assicurarsi le necessarie provvidenze economiche ma, soprattutto, nella propria umanità.
Ma chi come me è genitore, sa che slalom educativo deve fare per scegliere qualcosa di decente per i figli, la scuola meno fighetta, lo sport di squadra, gli amici, l’amore per la cultura, il rispetto che viene prima del benessere personale.
Questa riflessione serve a dire che, di fronte ai ragazzi problematici e affascinati dal mondo criminale, possiamo e dobbiamo opporre la forza del nostro esempio individuale, ma una delle criticità al loro recupero è l’assenza di uno stigma reale non di fronte ai comportamenti criminali, ma di fronte ai valori che li giustificano, troppo spesso addirittura motivo di ammirazione.
Non mi sento un bigotto reazionario. Ma penso che, almeno dal punto di vista della cultura dominante, la mia proposta socio-educativa di fronte ai giovani problematici sia necessaria, ma, temo, tragicamente minoritaria.

*Comunità dei girasoli
per i disturbi mentali dei giovani, Cellole, Caserta.
Io x Tu x Noi cooperativa sociale
gdecaterina@gmail.com
www.ioxtuxnoi.org

Alla guerra senz’armi. Si deve fare di più per i problemi psichiatrici dei giovani.

di Giacomo De Caterina*

Un mio intervento di qualche settimana fa, in questo stesso blog, “Ma la nostra società ci tiene ai bambini?”, ha stimolato alcuni commenti, e qualche mail. Un signore, in particolare, mi ha inviato dati ufficiali sul numero di minori assegnati a case famiglia o comunità nelle varie zone d’Italia, evidenziando un picco nel Friuli. La sua lettura: c’è in Italia un ricorso improprio ed eccessivo alla residenzialità per i bambini a causa della invadenza del Pubblico nella vita dei cittadini.
Credo che queste osservazioni meritino attenzione. Non sono certamente la persona adatta a intervenire con dati scientifici -non ho competenze né riflessioni sufficienti- ma posso offrire il mio punto di vista soggettivo, accettando volentieri la possibilità di essere corretto o smentito da chi ne sa più di me.
Vorrei, in primis, precisare due cose del mio intervento precedente.
Esso riflette il punto di vista di un medico e psicoterapeuta di trincea del privato sociale, che ogni giorno deve fare i conti con il mandato che proviene dalla Società, le emergenze della malattia e le risorse a disposizione. Mi ritengo parte dello stesso esercito in cui lottano i colleghi del pubblico e tutti gli amici delle associazioni. Non sempre vi è coincidenza di interessi tra la lotta alla malattia, la Società e le risorse.
Secondo: volevo sottolineare come, a fronte di gravissime situazioni quali gli esordi psichiatrici nei minorenni, si debba lottare con armi inadeguate, anche perchè le risorse sono poche. Ci tenevo inoltre a dire che non perché si interviene d’ufficio su situazioni gravi –come nel caso del bambino allontanato dalla famiglia inadeguata- tutto è risolto. E’ lì che comincia il problema del che fare, come e con quali competenze. Per cercare di restituire in tempi accettabili il giovane alla comunità. Accontentarsi e fare finta che tutto vada bene equivale a buttare la spazzatura sotto al tappeto: occhio non vede cuore non duole. Ci potremmo ritrovare con un problema più grave, di più lungo decorso, e con un enorme rischio di devianza sociale. Tutta roba che costa infinitamente di più in termini umani, sociali ed economici che intervenire adeguatamente sui problemi all’inizio. Questo però non lo dico io, ma la letteratura internazionale.
Un esempio su tutti. Qualche anno fa (2007, con revisione nel dicembre 2009), l’Istituto Superiore di Sanità, nell’ambito del Sistema Nazionale delle Linee Guida, ha elaborato, usando il meglio della psichiatria italiana e la crema della letteratura internazionale, le Linee guida sugli interventi precoci nella schizofrenia. Benissimo.
Evinco; a. che allo stato è impossibile una prevenzione primaria della schizofrenia; b. che non è ancora chiaro se serva o no una prevenzione secondaria; c. che è importantissima la prevenzione terziaria, perché essa riduce significativamente la gravità dei sintomi e la durata della malattia. -sto semplificando di molto un documento interessante e complesso-.
Per i non specialisti: la prevenzione primaria si attua sui sani, quella secondaria sulla popolazione a rischio, quella terziaria comprende le misure che si attuano al primo insorgere della malattia, del nostro caso al primo episodio psicotico.
Dottorino pedissequo, vado a leggere cosa bisogna fare per trattare al meglio il nostro giovane ammalato di schizofrenia. Medicine, senz’altro; psicoterapia, pure; interventi sociali. Il tutto coordinato in un modello tipo Assertive Community Treatment, roba con equipe multispecialistiche che elaborano progetti bio-psico-sociali individualizzati per il singolo paziente e lo seguono nel tempo. E, se è del caso, danno supporto alle famiglie, semiresidenzialità, o residenzialità…dipende.
Credo che un chirurgo, al quale venga richiesto un complesso intervento al cervello, si rifiuterebbe di operare secondo la tecnologia e i dettami della letteratura di cinquant’anni fa. E sono certo che la Società approverebbe.
La letteratura e l’etica del nostro agire ci imporrebbero di lottare contro le malattie complesse con tecniche e organizzazioni adeguate: e invece molti di noi -non tutti, certamente- ogni giorno si scontrano con normative obsolete, strumenti insufficienti e una cattiva organizzazione in molti territori. E dove sono i servizi dedicati agli esordi? Di più, le risorse, nei momenti di crisi, penalizzano ulteriormente proprio i nostri pazienti.
Mi sento come mandato alla guerra senz’armi.
Torno al cortese signore dalla mail. Non penso a una eccessiva invadenza del Pubblico nelle famiglie italiane. Salvo casi singoli o errori, ovviamente possibili. Il disagio c’è, è tanto, è nascosto, Si prendono in considerazione solo i casi eclatanti. Penso invece che le risposte siano troppo standardizzate e insufficienti, e che la residenzialità venga usata talvolta a sproposito proprio perché c’è poco altro in giro, in termini di psicoterapia, supporto alle famiglie e inserimento sociale.
La mia conclusione? Si deve fare di più per i problemi psichiatrici dei giovani. Molto di più.

* Responsabile della Comunità dei girasoli
per la cura dei disturbi mentali dei giovani, Cellole, Caserta.
Io x Tu x Noi cooperativa sociale
gdecaterina@gmail.com
www.ioxtuxnoi.org

Ma la nostra società ci tiene ai bambini?

di Giacomo De Caterina *

Ma è così vero che la nostra società ci tiene ai bambini?
Mi telefona un’amica. Responsabile di una delle tante case famiglia per minori di uno dei tanti pizzi della nostra sventurata regione, la Campania. La sua struttura accoglie soprattutto bambini vittime di abusi.
“Ho dei problemi con un ragazzino che ci sta mettendo nei casini. Spacca tutto. Da noi e a scuola. Mi dai qualche consiglio su cosa posso fare?”
Non è la prima volta in questi mesi, andato via dalla Residenza psichiatrica Kairòs di Casoria che ho diretto per dodici anni, che mi chiamano –bontà loro- amici per consigli o consulenze.
Vado a vedere il ragazzino nella casa famiglia.
Ha tredici anni, da cinque vive lì. Storia terribile. Famiglia benestante, abusi e violenze su tutti i fratelli. Voci strane sui genitori e le loro abitudini sessuali. Disgustoso.
Non vado oltre. Un magistrato ha sacrosantemente deciso che il ragazzino nella sua famiglia non ci può stare, anche perché ha evidenti disturbi –aggressività, giochi sessuali fin dalla prima infanzia, iperattività, difficoltà nelle relazioni con i pari…- I suoi, d’altra parte, non lo vogliono, perché disturba parecchio la –chiamiamola così- routine familiare. Gli amici mi dicono che non è un caso isolato, quello di questo piccolo sfortunato.
Non la faccio lunga. Il magistrato è intervenuto. La Società si è fatta carico del problema, il bambino è salvo. Come è diritto di ogni bambino, potremo sognare con lui un futuro decente? Mi pare sacrosanto che lo Stato si prenda carico dei bambini vittime di perversioni e miserie che solo la sublime razza uomo sa concepire.
Il ragazzino è persecutorio, dietro un sorriso stampato nasconde tristezza profonda e terrore. E’ affettuosissimo. Eppure spacca tutto, aggredisce per nulla, provoca chiunque. Nella scuola ha il sostegno, ma resiste al massimo dieci minuti, dopodichè chiamano gli operatori della casa famiglia che se lo riportano via. Da tre anni fa aloperidolo e valproato a dosaggio pieno.
Il colloquio col ragazzo mi turba parecchio. Di certo ho bisogno di approfondire per capire di più. Mi è chiarissimo che si sta perdendo tempo e stiamo condannando un minore a devianza e malattia certa. Chiamo l’amica e le dico qualcosa, in attesa di elaborare cose più precise. Volutamente non parlo di teorie, ipotesi diagnostiche, personalità. Solo di cose da fare, al più presto.
1. Non bastano le gocce di Serenase e la buona volontà degli ottimi operatori. L’amore non basta.
2. Psicoterapeuta esperto almeno due volte a settimana; un operatore a scuola con lui e per le attività pomeridiane di studio e sport -il ragazzino vorrebbe tanto fare nuoto-.
3. Un incontro di staff settimanale con un supervisore che coordina l’intervento
4. Propongo di riparlarne dopo un mese, ma di programmare un intervento, a questo livello di intensità, per almeno un anno.
La Responsabile è desolata. Mi parla di rette bassissime (non) corrisposte da comuni dissestati, disinteressati alla risoluzione reale dei problemi; di Asl che non vogliono saperne perchè non ci sono le risorse; di stipendi a stento pagati ai suoi operatori stremati. Fine del discorso. Se non elaboriamo qualcosa che renda possibile intervenire a costo zero o quasi, non se ne fa nulla. Faremo l’impossibile, statene certi. Però…
Allucino l’immagine di un ministro della Repubblica che dichiara candidamente che forse qualcuno a sua insaputa gli ha pagato una parte della casa vista Colosseo, di quell’altro che fa le vacanze a spese dell’imprenditore di turno. Poi penso all’occupazione del Comune di Napoli da parte di operatori sociali umiliati da più di tre anni di mancati pagamenti per i servizi generosamente prestati a favore degli ultimi. Anch’io ho pensieri qualunquisti e cedo al giustizialismo quando mi arrabbio, e non è una bella cosa.
Sto da molti anni con la devianza e la malattia psichiatrica. Sono fiero della mia professione. Ogni tanto, però, quando vivo il contrasto tra corruzioni e sprechi immensi, dichiarazioni di principio e disinteresse per la assoluta povertà di risorse per il mio lavoro, mi sento il tappeto sotto il quale la società nasconde la sua spazzatura, spazzatura che la morale corrente chiama ipocritamente risorse per il futuro, speranza, umanità diversamente abile. Ma che cinicamente non ha il coraggio di dire che conviene nascondere alla vista, facendo finta di avere risolto il problema, piuttosto che prendersene davvero il peso. Perché prendersi cura di problemi complessi richiede interventi complessi che hanno costi elevati. Ma nella nostra regione, ad esempio, il sistema di cura della patologia dei bambini semplicemente non esiste, essendo frammentata tra comuni, affidi disposti dai tribunali dei minori, dipartimenti di salute mentale e centri di riabilitazione territoriale. Quindi se è opinabile che si faccia abbastanza per il disagio psicologico e psichiatrico degli adulti, è certo che si fa finta che quello dei minori non esista. Eppure gli esordi sono quasi tutti lì e i tecnici sanno che, nei paesi decenti, la presa in carico degli esordi psichiatrici fa prevenzione.
Concludo: c’è ancora tanta strada da fare perché le chiacchiere e i principi diventino realtà. Ed è insopportabile vedere che nei momenti di crisi chi paga di più sono proprio i più deboli.

*Responsabile della Comunità dei girasoli
per la cura dei disturbi mentali dei giovani, Cellole, Caserta.
Io x Tu x Noi cooperativa sociale
gdecaterina@gmail.com
www.ioxtuxnoi.org

Galateo, decenza

di Giacomo De Caterina*, 25 aprile 2009. Giornata della Liberazione 

Stamattina, per puro caso, ho ascoltato un CD di canzoni di protesta degli anni 60 e 70. Area, Finardi, Stormy six, Pietrangeli…millenni fa. Non riesco a non provare un brivido a quelle parole di lotta, a quel velleitarismo ingenuo, lontano dalla complessità attuale, ma specchio del sentire dell’epoca.

Mi sento un figlio tardivo dei ‘70, gli anni della mia adolescenza, più che degli ‘80, quelli della mia gioventù. Sono stato a mio modo, con un profilo decisamente goffo, bassissimo e contraddittorio, un contestatore, un arrabbiato, che credeva di doversi disfare dei padri, delle idee vecchie, e che l’emergere delle nuove non ce le avrebbe fatte rimpiangere. Ho frequentato le scuole dei preti, Scolopi, Napoli, classe maschile, fino all’università. Sono grato a quell’insegnamento, che in qualche modo, e forse paradossalmente, ha cercato, senza riuscirci sempre, di mitigare la voglia di assoluto, santità e martirio che c’era in una parte della nostra generazione. Mi ha insegnato a ricercare certezze individuali, o qualcosa che ci assomigliasse, per quanto mi sia sempre sembrato impossibile. Ma anche la necessità della laicità nel confronto relazionale e pubblico dove, sul terreno della costruzione della polis, le idee, giocoforza, devono diventare sommesse nei toni, e deboli nei contenuti, permeabili all’altrui, nella ricerca del condiviso: certamente forti nella testimonianza. Pena il totalitarismo relazionale e sociale, l’arroganza e il livore dell’ideologia –in accezione negativa-, il solipsismo umano e culturale.

Quando vado a ruota libera coi pensieri, negli ultimi anni, sempre più spesso mi vengono in mente due parole che mio padre –classe 1923- usava spesso: galateo e decenza. Di questi tempi suonano decisamente fuori moda anche tra noi psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, gente che dovrebbe fare relazione terapeutica per professione, ma che qualche volta, se non sta attenta, impone visioni del mondo, predica certezze, impugna diagnosi come armi, etichetta con giudizi etici e di valore le altrui esistenze. Forse è solo l’età. Oppure la voglia di riprendermi, dopo le contestazioni, una parte delle belle cose che la generazione dei galantuomini –altra parola in disuso- aveva da offrirci.

Il galateo mio padre lo identificava col rispetto degli altri, attraverso un patrimonio di regole che ti metteva a tuo agio, permettendoti di esistere nella relazione e nel confronto. Orrore, per noi ragazzi degli Inti Illimani, le forme. Portatori di certezze incontrovertibili. Pantaloni bucati, rifiuto dei jeans americani, basco, barbaccia. Alla mia generazione l’identificazione delle forme con i formalismi pareva del tutto ovvia.
Ma la forma è il contenuto direbbero con un’affermazione contemporanea gli scienziati della comunicazione. E mio padre, che trovava disdicevole che si dicesse hai capito, anziché mi sono spiegato, di certo approverebbe. Non è questione di formalismi. Nell’ hai capito c’è l’arroganza dell’assoluto imposto, la presunzione della verità, la convinzione del sé, da coltivare –forse- in ambito privato, ma da dimenticare nel confronto, dove deve lasciare spazio all’ascolto, al rispetto per l’altrui punto di vista, alla contaminazione reciproca, con le idee che sono lì, davanti a noi, e laicamente –senza pretese di assoluti- si confrontano, in una costruzione di vero che rispetti tutti nei relativi punti di partenza.

Decenza: bellissimo termine. Da quanto tempo non si usa più! Non si riferisce alle foglie di fico che, negli anni 50, gli amministratori democristiani misero sulle nudità delle statue della Villa comunale a via Caracciolo. E’ un’indecenza! dicevano i nostri padri di fronte alla palese distorsione del vero, alla disonestà intellettuale, ma anche all’esibizione sconcia di pretesi attributi intellettuali e morali. Don Lorenzo Milani, quando invitava a parlare gli intellettuali e i politici, alla scuola di Barbiana, raccomandava di essere fedeli alle proprie idee, ma di non distorcere la verità per imporle. In una parola, di essere decenti. I nostri padri non amavano ostentare presunti attributi personali per prevaricare l’altro. Erano di una generazione che aveva trovato possibilità di riscatto, convivenza e crescita sociale nel riconoscimento delle altrui etiche. E aveva costruito una sovrastruttura valoriale di riferimento condivisa oltre le verità individuali, la Carta costituzionale.
Amavano emergere con decenza, appunto, cercando il riconoscimento dall’altro, non imponendolo all’altro. Mio padre era stato mazziniano, ammiratore di Ugo La Malfa –che era ateo convinto-, pur non rinunciando del tutto a una sua religiosità cattolica, non sono in grado di dire quanto profonda, che si confrontava con il divino alla domenica. Mi verrebbe da dire che aveva ben chiara la distinzione tra la necessità della forza delle fedi individuali e della debolezza di quelle intersoggettive e comunitarie.

Galateo, decenza. Sempre più raramente li ritrovo nel lavoro, nelle relazioni quotidiane e ne sento forte la mancanza. Sono triste. AAA. Cercasi uomini, non santoni, disperatamente.

* Responsabile della Comunità dei girasoli per la cura dei disturbi mentali dei giovani, Cellole, Caserta.

Io x Tu x Noi cooperativa sociale, Caserta

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