(di Giacomo De Caterina) Caro Babbo Natale,
ho aspettato a scriverti perchè non volevo scocciarti in un momento difficile come quello natalizio, così pieno di impegni per te. Qualche amico mi sconsigliava. Non godi di stampa unanime. Sei una figura controversa. Pura invenzione per tenere buoni gli allocchi, dicono alcuni. Altri: è di opache frequentazioni con banchieri e politici, colluso col World Economic Forum. Io so che tu sei vero. Anzi di più. Sei necessario. Come lo sono i tabù, il bene e la bellezza, senza discussioni e relativismi. Figli dell’uomo, ma emancipati, e ribelli talvolta, con un loro DNA in perenne, dialettica e imprevedibile mutazione. Non so –non ti ho fatto l’araldica- se sei rampollo di San Nicola, del re Mida o di chissà chi. Non ti offendere: ti immagino bastardo di un dio della bontà e della Coca Cola, e in questo, a maggior ragione, campione dei nostri tempi incerti. Così simile a noi idolatri –contemporaneamente- di Madre Teresa, Vàclav Havel e Steve Jobs. Del quale mi piace tradurre a modo mio il celebre motto. Siate ingordi, siate visionari: il capitalismo crapulone impalma la vergine mistica istrionica e creatrice.
Torno a bomba. Ti ho seguito su Google earth. Ti ho cercato negli uffici di rappresentanza, a Rovaniemi, Milano e altrove, ho parlato con alcuni tuoi aiutanti (stai in guardia: alcuni sono dei veri cialtroni…) ho analizzato letteratura, creazioni artistiche a te ispirate, film. Non ti conosco di persona. Cerco di immaginarti. E di fatto ti vedo, ma come non sei: bonario, semplicione, e infantile. Il che ti accomuna all’idea che abbiamo dei bei tempi andati: bassa mitologia sulla base di rappresentazioni approssimative e fasulle che scotomizzano ambiguità e miserie.
Gli uomini ti investono di una mansione niente male: rappresentare, almeno una volta l’anno, almeno a Natale, un mondo buono dove se fai il tuo dovere il premio arriva, con puntualità. E pure se non lo fai, dove se prometti che lo farai hai diritto al tuo.
Sei un uomo di esperienza, tormentato e complesso, e ti rendi conto di non poter risolvere con il tuo pur generosissimo impegno tutte le storture. E questo ti invecchia, ti incupisce. Ma non impedisce il tuo lavoro, che fai appesantito da chili, anni e dubbi.
Forse vedi cose e ti senti preso in giochi che manco a te piacciono. Una gratificazione materiale, un dolce, un gioco, qualcosa da mettere addosso, una carezza. Per chi ne ha già, per chi non ha abbastanza, per chi ha bisogno, per chi desidera il superfluo. Per chi ha fatto, per chi promette e non mantiene. Il tuo non è un esercizio di giustizia, ma di bontà gratuita. Bontà anche fessa, pensano alcuni, ma bontà. Immagino con che sollievo i piccoli delle più sfigate zone della terra ti aspettino con ansia, seguano il tuo volo, si incantino alle tue canzoni. Per una volta, almeno, c’è un premio. Che non rispetta criteri di giustizia? Che ingrassa chi ha già troppo? Che ci distoglie da ben altre necessità? Mah!
Noi uomini viviamo in un mondo a rovescio. Non è vero che il bene rende -per quanto sia ragionevole farlo-, spesso sono le carogne ad avere la meglio e la sofferenza è incomprensibile.
Caro Babbo Natale, ho perso il filo, non so più perché ti ho scritto. Forse solo per dirti quanto, nonostante le ambiguità delle tue origini e del tuo duro lavoro, apprezzi quello che fai, e non mi aspetto che ti impegni in problemi che altri dovrebbero risolvere. Ancora mille e mille di questi anni. Auguri!
Tuo,
Giacomo
26 dicembre 2011

