Una faringite può causare tic e disturbi ossessivo-compulsivi?

Cosa pensereste se vi dicessero che c’è una possibilità del 20% che il vostro fastidioso tic o l’ossessione che vi costringe e controllare mille volte se avete chiuso il gas quando uscite di casa sono frutto di una faringite sofferta da piccoli? Possibile che un batterio come lo streptococco, già responsabile di una serie di malattie che vanno dalla faringite, all’endocardite o alla polmonite a seconda del ceppo (streptococco piogenes, faecalis, pnumoniae, ecc), possa macchiarsi anche di disturbi finora di dominio della neurologia e della psichiatria ? Secondo l’ultimo di una serie di studi pubblicato sul British Journal of Psychiatry da 11 centri di ricerca inglesi che vanno dall’Institute of Psychiatry del King’s College di Londra all’Università di Cambridge, pare proprio di sì. Nei gangli basali del cervello di quasi il venti per cento (19,8%) dei pazienti con disturbi ossessivo-compulsivi esaminati da questi centri sono stati rintracciati anticorpi anti-streptococco rispetto al 4% rilevato in soggetti normali di controllo e in oltre tre quarti di loro (68,4%) c’erano anticorpi contro l’antigene enolasi neurone-specifico, testimoniando il contatto fra i batteri e le cellule nervose di quell’area cerebrale fondamentale per il controllo dei movimenti, a dimostrazione che le reazioni immuni del sistema nervoso possono giocare un ruolo in questi disturbi.

STUDI PRECEDENTI – Più che una scoperta si tratta di una conferma di laboratorio: i primi ad accorgersene sono stati i neuropsichiatri dei National Institutes of Health di Bethesda che nel 2000 avevano pubblicato sull’American Journal of Psychatry uno studio su 116 bambini nei quali avevano visto con la risonanza magnetica che i gangli basali di quelli con disturbi ossessivi o con tic risultavano allargati solo se avevano avuto un’infezione da streptococco. Fra quello studio americano e quest’ultimo inglese numerosi altri hanno messo in luce quelli che ormai vengono definiti i bambini PANDAS, acronimo di pediatric autoimmune neuropsychiatric disorder associated with streptococcus, cioè disturbo neuropsichiatrico pediatrico autoimmune associato a streptococco, una condizione definita ufficialmente sull’ultimo numero di Pediatrics & Therapeutics da un gruppo di studio ad hoc formato da ricercatori dei NIMH di Bethesda, della Yale University e della John Hokins School of Medicine.

I SINTOMI – I maschi PANDAS sono il doppio delle femmine e il disturbo compare per lo più prima degli 8 anni. Hanno sempre manifestazioni ossessivo-compulsive (tipo continuare a lavarsi le mani per paura di contagi) e nel 90% dei casi ci sono anche altri disturbi, soprattutto tic. Oltre a queste linee guida diagnostiche (esordio prepuberale e presenza di disturbo ossessivo o tic) ne sono state definite altre 3: corrispondenza temporale fra infezione da streptococco di gruppo A e comparsa o esacerbazione dei sintomi, associazione con alterazioni neurologiche tipo iperattività motoria o movimenti coreici, cioè bambini con l’argento vivo addosso che ogni tanto si mettono a fare movimenti circolari ripetitivi con le braccia o con la testa, come se danzassero. Ma il criterio in assoluto più importante è la comparsa fulminante e dirompente dei sintomi che si manifestano in pieno e improvvisamente nell’arco di ore o giorni al punto che spesso i genitori finiscono per portare i bambini al pronto soccorso descrivendoli con frasi tipo «sembrava posseduto dalla malattia». Successivamente il bambino PANDAS manifesta altri sintomi strani come restrizioni alimentari e strane preoccupazioni sulla qualità del cibo, sulla sua inadeguata cottura e sulla contaminazione che può derivare dall’averlo ingerito: anche in questo caso le preoccupazioni ossessive compaiono all’improvviso, da un giorno all’altro. Poi arrivano i sintomi psico-comportamentali: l’ansia di separazione con paure irrazionali che li spingono a dormire sempre nel lettone con i genitori e li fanno attaccare alla mamma che non viene abbandonata neppure quando va in bagno. Presentano labilità emotiva che li fa passare dal pianto al riso senza una ragione apparente e sono irritabili e aggressivi, a volte dei veri bastian contrari. Possono anche andare incontro a regressione comportamentale con episodi in cui tornano a parlare come quando erano piccoli e hanno improvvisi crolli del rendimento scolastico e delle capacità di apprendimento a cui si associa anche un sintomo di facile osservazione: la disgrafia, cioè il rapido peggioramento della capacità di usare la penna per scrivere o disegnare. Di notte hanno spesso incubi e difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno e possono bagnare il letto. La sintomatologia urinaria è un altro capitolo da non sottovalutare: sebbene non sembrino particolarmente soggetti a infezioni urinarie, urinano più del nomale e spesso provano urgenza alla minzione. Peraltro hanno preoccupazioni ossessive riguardo l’igiene della toilet e i relativi rischi di contaminazione. Quando, raccomandano gli autori, per l’enuresi secondaria sono state escluse cause infettive e la frequenza urinaria diurna è eccessiva, va presa in considerazione la possibilità di una diagnosi di PANDAS, così come quando un bambino con anche poco più di 8 anni ha un esordio improvviso di sintomi ossessivi, verificando in laboratorio se è stato esposto a streptococco del gruppo A.

SISTEMA IMMUNITARIO E TIC – D’altro canto vari studi hanno evidenziato come l’esposizione a qualsiasi stimolo che si ripercuote sul sistema immunitario, dalle infezioni virali agli stress psicosociali, produce un inasprimento dei tic non solo nei PANDAS: ciò potrebbe dimostrare come alla base di queste manifestazioni ci sia comunque un’infezione streptococcica che non ha indotto un PANDAS completo, ma sottosoglia. Ma se sì ha un ragionevole sospetto di PANDAS che si può fare ? Nei bambini in cui non viene individuato un fattore infettivo scatenante si può optare per trattamenti sintomatici, alla terapia comportamentale, ma, avvertono gli autori, la regola è «Parti basso e prosegui piano» e associa sempre terapie di supporto psicologico.

FONTE: Corriere della Sera – 06/04/2012

Quale disabilità?

Io credo che il primo problema per una persona disabile, uomo o donna, sia l’autostima. La società, attorno a te, ti considera comunque un problema, vede e sottolinea il deficit, l’involucro, l’apparenza, non la sostanza, non i sentimenti, i progetti di vita, e paradossalmente non ti consente neppure di far vedere con chiarezza i tuoi difetti, di carattere, di volontà, di qualità. E così l’handicap diventa da un lato un alibi, dall’altro una corazza.

Sono parole di Franco Bomprezzi, giornalista e scrittore, tratte dal blog “InVisibili” del Corriere della Sera (http://invisibili.corriere.it/2012/03/10/anche-io-tanti-anni-fa/). La sua riflessione, nello specifico, si inserisce in un dibattito sul rapporto che la società ha con il disabile fisico (lo stesso Bomprezzi è costretto su una sedia a rotelle a causa di un’osteogenesi imperfetta) e con il suo desiderio e il suo diritto alla sessualità.

In questa citazione, tuttavia, il discorso è di più ampio respiro e tocca un punto secondo me fondamentale: la doppia valenza della disabilità, che stritola in una morsa il soggetto e finisce per soffocarne l’individualità e la sua affermazione. E’ un discorso generale, che interessa anche il paziente psichiatrico, in quanto espressione di un’ “alterità” che la società non vuole vedere perché la riguarda e, quindi, la spaventa. Ed è qui che nasce lo stigma esterno, da una società che si rapporta alla persona attraverso il filtro di una categoria (“i disabili”, fisici o psichici fa poca differenza), che aumenta le distanze e de-individualizza, finendo per far coincidere il soggetto con la sua mancanza e per privarlo così di pressoché ogni caratteristica e peculiarità soggettiva.

Se si vuole combattere ed abbattere sempre di più lo stigma, dunque, non si può secondo me non tener conto dell’handicap, ovvero della disabilità socialmente determinata. Alle attività di informazione e prevenzione, assolutamente preziose, bisognerebbe affiancare quelle di educazione. Per propugnare una cultura della valorizzazione del soggetto, una cultura che non riconosca nelle limitazioni individuali dei deficit ma delle potenzialità alternative, che non si rapporti all’individuo in difficoltà attraverso il filtro di una categoria, ma che ricerchi forme di inter-azione umana non stereotipate ed autentiche.