
Finalmente Quentin Tarantino è tornato a regalarci il sequel del mitologico film "Pulp Fiction".
Ed ha centrato nuovamente.
Semplice la sceneggiatura, complesse le atmosfere, complicati gli interessi.
Location: un D.S.M. felice posto tra nord-est italiano e Slovenia.
Ambiente: neve, giardini, comunità, ambulatori, ripostigli, ospedale.
Attori (tutti protagonisti): una madre (ammalata?), una figlia (ammalata?), una equipe di psichiatri (ammalati?), sindaci (ammalati?), periti (ammalati?), un parroco (ammalato?).
Trama: una madre vuol curare una figlia schizofrenica, ma lo fa in maniera così dissociante e disturbante che gli psichiatri, sicuri che la madre sia schizofrenogena malgrado che la malattia mentale non esista, tuttavia afferrano quella mamma per i capelli e la curano controvoglia e contro la sua volontà malgrado che solo la libertà sia terapeutica. L'intervento d'un curato di campagna riesce a sbrogliare l'intricata matassa. Così che la figlia, in un finale travolgente, si pone a capo del Dipartimento di Salute Mentale, la madre chiede scusa agli psichiatri impossibilitati ad accettare perché sono in fuga chi in Cina chi in Sudamerica. Il prete una volta liberato dai periti nel corso d'un conflitto a fuoco, fonda il Tribunale dei Doveri dell'Ammalato, che si fonda sull'eterna acquiescenza ai voleri ed agli umori degli psichiatri. Il Parroco ne diventerà presidente.
Ecco sono sicuro che quella data dal quotidiano di Feltri, "Libero", non sia una bufala, semplicemente la trama di un film pulp. Molto pulp. Pure troppo.