Il preside della facoltà di medicina, Michele Tansella, docente di psichiatria e referente per l’Oms per le Neuroscienze non ha dubbi: «Glaxo chiude il centro che svolge ricerca sui farmaci per la salute mentale: viene ritenuto un settore ad elevato rischio rispetto ai risultati e così cessano l’attività sia il centro di Verona che quello in Inghilterra». Una questione insomma di business: a Londra sta nascendo con un investimento di 850 milioni di dollari un nuovo istituto per la ricerca medica con l’apporto di industrie e università, finalizzato alla ricerca di farmaci antitumorali.
«Lo posso capire», prosegue Tansella, «ma secondo gli studi dell’Oms, il cancro è responsabile del 6% della mortalità e della disabilità per malattia; le malattie mentali invece sono responsabili per il 12-14%. La depressione è al quarto posto tra tutte le malattie per il carico sulla società in tema di qualità e quantità di vita».
È chiaro quindi che «a Verona, dove c’è uno dei due centri Oms per la cura della salute mentale, avevamo un corso di genetica psichiatrica assieme con Glaxo e ora resta un buco. Senza la ricerca sui farmaci per le malattie mentali, questi pazienti e le loro famiglie, che sono sempre i penultimi della società, rischiano di diventare gli ultimi. Il loro futuro non è più sicuro». C’è anche un aspetto didattico, osserva il professor Tansella: «Come preside sono affranto per i nostri dottorandi che, una volta laureati da noi, andavano in Glaxo per il dottorato. Ma ci vuole un ripensamento generale sulla distribuzione dei fondi per la ricerca».
Il centro ricerca sul farmaco dunque chiude, ma il centro di produzione rimarrà attivo. «Ma è comunque una disgrazia per la comunità scientifica e per la ricerca», afferma il professor Guido Fumagalli, ordinario di farmacologia all’università e delegato del rettore per la ricerca.
«Il centro di ricerca Glaxo di Verona ha un significato strategico per noi e la collaborazione tra ateneo e Gsk è attiva sotto vari fronti perché si tratta di uno dei centri più grandi per la ricerca a livello internazionale sugli psicofarmaci in tutto il mondo».
«Addirittura», prosegue Fumagalli, «lo studio sugli psicofarmaci a livello mondiale è coordinato dal centro ricerche di Verona e ora dobbiamo dire addio a uno dei pochi grandi centri di ricerca in Italia con attività di produzione. È un problema per chi perderà il posto di lavoro ed è un problema per i nostri laureati», prosegue, «ai quali verrà a mancare una fonte di lavoro, uno sbocco professionale dopo gli studi».
Gli effetti di questa decisione si faranno sentire: «La ricerca di base viene messa in seria difficoltà, mentre continuerà la produzione e la commercializzazione del farmaco. Questo significa che avremo in Italia riflessi drammatici nel campo della ricerca biomedica in generale, non solo limitata ai farmaci, ma anche nel campo delle biotecnologie e delle nuove frontiere della farmacologia».
Ma ormai pare proprio che Gsk abbia deciso che il settore degli psicofarmaci non sia più strategico o remunerativo rispetto ai rischi industriali e quindi, Verona o no, è stato scelto il business chiudendo anche i centri inglesi.
Fonte L’Arena

