Cronaca di un TSO. Un padre racconta il ricovero del proprio figlio

Quella mattina il treno partiva stranamente in perfetto orario, preciso e diligente sul binario stabilito, lindo e pinto come uno scolaro al suo primo giorno di scuola. Erano all’incirca le sette del mattino quando, senza aspettare che il treno cominciasse a muoversi, salutai frettolosamente mio figlio Carlo, il più piccolo, un ragazzo di 21 anni. Partiva alla volta di Padova per fare uno stage di formazione professionale. Era stato infatti assunto in una grossa ditta di elettrodomestici. Avrei dovuto, dato l’evento, sprizzare felicità da tutti i pori. Eppure il mio cuore era diviso in due. Non riuscivo, nonostante i miei sforzi ad esternare un briciolo di felicità che tenevo legata e trattenevo come un cane al guinzaglio e per questo mi sentivo maledettamente in colpa nei confronti di quel ragazzo sempre diligente, buono, che non mi aveva mai creato grosse preoccupazioni o problemi e che ora, a soli 21 anni, visto i tempi che corrono, mi regalava una così grande soddisfazione. Purtroppo però alle nove avevo un altrettanto importante appuntamento, ma, diversamente soddisfacente. Dovevo, come un Giuda, tendere un piccolo tranello ad Aldo, il fratello di Carlo, il maggiore dei miei tre figli, il quale da anni era in cura per problemi psichici presso il centro di salute mentale. Da un po’ di tempo il ragazzo stava attraversando un periodo particolarmente difficile caratterizzato da una marcata iperattività, da stati dissociativi e di irritabilità, tutti dovuti anche in parte, e Dio sa in che misura, alla marcata assunzione della terapia che rifiutava a oltranza, asserendo categoricamente di stare bene. Era diventato completamente incontrollabile, ma soprattutto ingestibile, per cui lo psichiatra che lo seguiva mi aveva già prospettato un periodo di ricovero d’urgenza, in termine tecnico, un TSO, ovvero un trattamento sanitario obbligatorio presso una struttura, per poter quanto meno monitorare una nuova terapia. Tutto era pronto, concordato da tempo, dovevo solo condurlo con la scusa di una semplice visita di controllo al centro di salute mentale. Al resto avrebbe pensato il dottore. Tornai a casa, Aldo non mi diede neanche il tempo di salire, era già all’angolo della strada, come sempre impaziente ad aspettarmi e pronto già ad inveire contro di me, a riempirmi i timpani di improperi e parolacce e chiedermi l’immancabile sigaretta. Cercavo di mantenermi calmo, non potevo innervosirmi per questo o perchè poggiava i piedi sul cruscotto dell’auto o perché da sempre ignorava completamente l’uso del posacenere. Ero ormai diventato col tempo un buon incassatore, allenato come un vecchio pugile, un po’ suonato, ma solido sulle gambe, capace di assorbire una raffica di colpi, ma sempre pronto a ricominciare al primo suono di gong. Verso le undici arrivammo al centro. Il dottor Fronzi lo accolse cordialmente con un sorriso, cercando così di rassicurarlo e dopo vari abbozzi di discorsi fatti di domande, silenzi e mezze risposte, con ferma decisione, ma altrettanto garbo, gli comunicò che forse sarebbe stato meglio per lui un ricovero di qualche giorno. La risposta di Aldo non si fece attendere. Fu altrettanto immediata e decisa, ma soprattutto fulminea. Spiccò infatti un gran balzo in direzione della finestra, per fortuna situata a piano terra, facendo così rapidamente perdere le sue tracce. Rimanemmo allibiti da quello scatto così plastico, felino, nonostante gli fosse stata praticata poco prima un’iniezione di un potente sedativo. Il dottore, seccato, sbuffò innervosito. Non era venuto ancora nessuno, né l’ambulanza, né i vigili urbani. Tutto ora era pronto, tutto si era composto: il dottore c’era, gli infermieri pure, l’ambulanza e i vigili; purtroppo, però, mancava il paziente, cioè mio figlio. Non ci rimaneva che fare un ulteriore tentativo di andare a cercarlo e come un buffo corteo ci mettemmo in moto, tuffandoci nello strombazzante fiume di traffico cittadino. Alla testa del corteo c’era la moto del dottore che faceva da vedetta, subito seguita dalla mole ingombrante dell’ambulanza, quindi l’auto dell’Asl, poi quella dei vigili e in coda c’era il sottoscritto. Girammo e rigirammo per la piazza e le strade del quartiere, una dietro l’altra come le macchinine di una buffa giostra, attirando la curiosità e l’attenzione della gente, compresa, ovviamente, quella di Aldo, il quale appena ci vide non fece altro che scappare nuovamente. Erano all’incirca le 5 del pomeriggio, il caldo e l’afa erano aumentati, si sudava anche restando fermi e di mio figlio nessuna traccia. Apparentemente ero calmo, come un vulcano prima di un’eruzione; contenevo fino quasi a rimuovere ogni tipo di ansia, di preoccupazione, pur sapendo che un TSO è un momento altamente a rischio per il paziente, specialmente se poi il tentativo, come era successo, fallisce. Non sapevo, né volevo immaginare dove fosse, in che stato fosse, sapevo che dovevo e potevo solo aspettare, mettere in preventivo ogni ipotesi possibile. Passarono da poco le sei, uscivo ed entravo dai bar, abbinavo ad ogni caffè una sigaretta, quando squillò il cellulare, due squilli, nessuna risposta. Dopo un minuto risuonò, mi affrettai a rispondere, era la badante ucraina di mia madre 83 enne che a bassa voce e in un italiano stentato mi disse con un filo di voce”venire presto”. Capii subito che Aldo era lì dalla nonna. Non sapevo in che stato si trovasse, ma immaginandolo agitato cominciai a preoccuparmi ancora di più. Chiamai senza esitazione il Csm che subito contattò quello di competenza territoriale. Io saltai subito in machina, ero teso e preoccupato per mia madre, era anziana e malata di cuore. Mi affrettai a chiamare il 113 spiegando un po’ la situazione. Dall’altro capo del filo mi assicurarono che avrebbero subito inviato una pattuglia. Dopo circa tre quarti d’ora di virtuose peripezie di guida arrivai finalmente sotto l’abitazione di mia madre, credendo di essere l’ultimo arrivato; mi guardai intorno e mi accorsi che non c’era traccia alcuna né di medici, né di ambulanza, né tantomeno di vigili. Assolutamente nessuno. Ero il primo e il solo. Allibito richiamai il 113 il quale stavolta mi disse di rivolgermi al 112, ovvero ai carabinieri che a loro volta mi rimandarono, con un ottuso gioco di competenze, nuovamente al 113 i quali, per non essere da meno, mi dissero di rivolgermi ai vigili urbani. Frattanto, ed era passata un’ora abbondante, arrivò l’auto con i medici e gli infermieri del Csm, i quali, però parcheggiarono in attesa dell’arrivo dell’ambulanza, non quella territoriale del 118, e quindi potenzialmente più vicina, bensì quella unica messa a disposizione dell’Als e destinata esclusivamente ai ricoveri in regime di TSO che partiva dal deposito sito all’altro capo della città. “Un’altra circostanza favorevole”, pensai rabbioso; “pazienza, dovevo controllarmi”. Così telefonai di nuovo al 113 il cui operatore, un po’ seccato e con poca cortesia, mi rispose che non era di loro competenza, che avevano da fare e altrettanto poco cortesemente riattaccò e chiuse la conversazione. Erano quasi le 20 quando arrivò prima l’ambulanza in tutto il suo fragore luminescente e dopo un po’, finalmente, anche i sospirati vigili urbani. Tutto era pronto, il puzzle era ormai composto. Entrai, seguito da una task-force di una dozzina di persone, a casa di mia madre. Sembrava di assistere alle fasi concitate dell’arresto di un pericoloso latitante della mafia, quando invece era semplicemente un ragazzo impaurito, il quale aveva pensato bene di nascondersi sotto al letto, facendo però maldestramente fuoriuscire i piedi. Chiamandolo provai una grande incomprensibile tenerezza, però non potevo concedermi a considerazioni sentimentali. In quel momento dovevo sforzarmi di essere forte e deciso. Aldo, sentendosi scoperto, uscì goffamente da quel precario nascondiglio, blaterando che stava bene e che non aveva alcun bisogno dei medici, ma soprattutto ribadì che non voleva assolutamente ricoverarsi. Iniziò, così, una lunga ed estenuante trattativa al fine di persuaderlo. Dopo un bel po’ di tempo, rassicurato e soprattutto consapevole di non avere altra scelta, seguì, senza porre alcuna resistenza, i vigili e gli infermieri. La task-force in un attimo si dileguò con la sua preda. Tirai un sospiro di sollievo; finalmente per il momento tutto era finito. Lo scopo era stato raggiunto. Ma a che prezzo! in termini di rischio, di stress e di risorse. Avevo occupato un’intera giornata, impegnando per lungo tempo sei infermieri, due psichiatri, due ambulanze, due pattuglie di vigili. Esausto, alzai lo sguardo al cielo che si stava ormai oscurando. Era quasi sera e, sospirando l’ennesima sigaretta, mi venne in mente di pensare che era passata un’altra giornata, un’altra giornata di ordinaria follia.

  • Tony

    Purtroppo viviamo in un mondo di m………..ma vorrei sapere, oggi, come sta il ragazzo?