(Da Neuroinfo.it) Nel paziente anziano spesso si riscontrano coesistenza e interazione di sintomi della sfera neuropsicologica e affettiva, che richiedono un’accurata valutazione, resa ancora più complessa dal fatto che l’invecchiamento è di per sé caratterizzato da un fisiologico declino delle funzioni cognitive.
La demenza viene definita, secondo il DSM-IV-TR, dalla presenza di diversi deficit cognitivi, che includono perdita di memoria, afasia, aprassia, agnosia o deterioramento delle funzioni esecutive (produzione del pensiero astratto, flessibilità, giudizio e critica) e provocano una marcata compromissione del funzionamento lavorativo o sociale rispetto al livello precedentemente raggiunto.
Spesso a tali deficit cognitivi conseguono anomalie del comportamento, alterazioni dell’affettività, della personalità e, talvolta, della sfera idetica, con comparsa di franchi fenomeni deliranti. Una sintomatologia di tipo depressivo è inoltre comunemente presente all’esordio, quando il paziente mantiene una certa consapevolezza della propria compromissione funzionale. Rientrano in questo gruppo diverse patologie, accomunate dal quadro sintomatologico ma diversificate dal punto di vista eziologico e del decorso.
In tutti i casi l’andamento è ingravescente, ma le modalità e i tempi del progressivo deterioramento variano secondo il tipo specifico di demenza. La prevalenza complessiva del disturbo è stimata intorno al 3% nei soggetti sopra i 65 anni e aumenta progressivamente con l’età, sino al 20% sopra gli 80 anni di età. La demenza di tipo Alzheimer è sicuramente la più rappresentata, seguita dalla demenza multinfartuale, mentre le forme dovute a condizioni mediche neurologiche e generali (corea di Huntington, malattia di Parkinson, sclerosi multipla, endocrinopatie, malattie renali o epatiche croniche, stati carenziali, ecc.) sono più rare.
Il termine pseudodemenza, già in uso nel XIX Secolo per indicare diverse sindromi psichiatriche che mimavano un quadro di decadimento cognitivo, è stato ripreso nel 1961 da Kiloh per identificare un gruppo di pazienti nei quali la presunta diagnosi primaria di demenza veniva scartata in virtù della natura non progressiva e non irreversibile dei deficit cognitivi. Attualmente questo termine viene utilizzato per indicare un apparente decadimento cognitivo associato a un disturbo psichiatrico, più frequentemente la depressione. Diversi studi condotti su pazienti diagnosticati come affetti da sindromi dementigene hanno evidenziato la reversibilità dei sintomi depressivi (apatia, trascuratezza personale, disturbo del sonno, perdita di interessi, ecc.) e dei deficit cognitivi, o quanto meno la non progressività di questi ultimi. Dai dati in letteratura emerge che una percentuale molto variabile (dal 2% al 32%) dei pazienti valutati per sospetto diagnostico di demenza presenta in realtà un quadro di pseudodemenza, suggerendo che i casi di demenza degenerativa probabilmente sono sovrastimati.
In questo contesto è importante ricordare che spesso nei pazienti anziani può essere difficile operare una corretta diagnosi differenziale fra demenza e pseudodemenza. Non essendo allo stato corrente disponibili specifici marcatori neuropsicologici o neurofisiologici, la diagnosi differenziale fra demenza e pseudodemenza si basa fondamentalmente sulla valutazione clinica e sull’osservazione del decorso e della risposta terapeutica. Per poter effettuare una più corretta diagnosi è necessario analizzare attentamente alcune caratteristiche, elencate nella tabella sopra, che tendono a differenziare i quadri.
Attualmente la diagnosi di pseudodemenza non è codificata nel DSM-IV-TR né nell’ICD-10, tuttavia le più recenti evidenze cliniche, biomolecolari e di brain imaging morfologico e funzionale sulle demenze, unite al notevole impatto personale, familiare e sociale, oltre che medico di questo tipo di disturbi, hanno rinnovato l’interesse sull’argomento, ed è stata proposta l’inclusione di un’appropriata categoria diagnostica per il DSM-V.
Per approfondire
Alexolopulos GS, Meyers BS, Young RC, Mattis S, Kaluma T. The course of geriatric depression with “reversible dementia”: a controlled study. Am J Psychiatry 1993;150:1693-9.
Rabins PV, Lyketsos CG. A commentary on the proposed DSM revision regarding the classification of cognitive disorders. Am J Geriatr Psychiatry 2011;19:201-4.
Snowdon J. Pseudodementia, a term for its time: the impact of Leslie Kiloh’s 1961 paper. Australas Psychiatry 2011;19:391-7.
FONTE: L’articolo completo è disponibile su Neuroinfo.it, il nuovo canale online di riferimento per le principali patologie neuropsichiatriche, realizzato da Elsevier, in collaborazione con il prof. Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli di Milano. Sito web: http://www.neuroinfo.it

