L’ingenua inesperienza di Basaglia e la furbizia maliziosa dei manager

Legge 180: relazione del dott. Spatuzzi alla Camera dei Deputati
ROMA, 27 Giugno. Si deve con rispetto e stima plaudire ed esser grati in maniera obbligatoria (o necessaria, come il Trattamento Sanitario?) all’on. Carlo Ciccioli per quest’invito di oggi al convegno tenutosi il 27 giugno alla Camera dei Deputati di Roma poiché mi ha dato l’opportunità di assistere al flusso della storia non dalla riva come figurante/comprimario, ma dall’interno delle acque del fiume navigando quindi come attore protagonista.
Perché quel del 27 giugno è stato un gran giorno per l’Italia civile, democratica e positiva.
Mi son trovato infatti a partecipare all’abbattimento di un muro di Berlino ideologico, alla picconatura di una statua di uno Stalin coi baffi, quegli stessi baffi che da Trieste con apologistica arroganza nascondono ancor oggi il ghigno violento del potere ottimistico, antagonista ed irridente al dolore morale dei pazienti affetti da disagio psichico e, forse ancor di più, dei loro congiunti.
La legge quadro n°180, forse più cornice che quadro, sta per uscire dal dogma delle brume medievali. Grazie alle iniziative dell’onorevole Ciccioli il misticismo mistificatorio di una legge quadro di assistenza può e deve oggi trasformarsi, passando dalla simonia laica oramai priva di senso ad una moderna idea nomotetica di legge in linea con i tempi e questo perché pazienti, familiari ed operatori non hanno più indulgenza né pazienza. E dire che quella che ancora vige sul territorio nazionale voleva essere una legge progressistica, umana e democratica che doveva dare ascolto ad una pluralità di idee. Ed invece i suoi pronubi sostenitori tacciano ancora di eresia coloro che, come me, dopo aver sostenuto ingenuamente l’interesse personale di altri, fuorviato com’ero dalle belle parole della libertà terapeutica, si son col tempo resi conto che il Re era Nudo ed i suoi adulatori erano del tutto inesperti in tema di assistenza psichiatrica pubblica, ma manager perfetti del proprio vizio privato, il potere ed il denaro. Essi minacciano scismi e tacciano di retrivismo quegli umili, ma grandi lavoratori impegnati nella improba lotta al male oscuro, sventolando lo slogan oramai outlet e manipolativo della possibile riapertura dei manicomi oramai chiusi da 34 anni. Chiunque avrebbe fatto un reato/peccato mortale di lesa maestà se delle forze emergenti del consesso civile, democratico e colto, come Ciccioli, si fossero chiesti e ci hanno chiesto: ma così come stiamo andando avanti si va bene? Stiamo assistendo al meglio queste sfortunate persone affette da disturbi ad alta sofferenza espressa? E i loro familiari, sino a questo momento gli unici care givers, si sentono sostenuti da leggi sanitarie che hanno sempre preteso da loro che fossero infermieri, medici, persino farmacologi, assistenti sociali, badanti, controllori, vigilanti del loro dolorosi congiunti? Senza contare l’angoscia derivante dal “dopo di noi”. Ma può essere ancora la minaccia della riapertura dei manicomi un deterrente che impedisce qualsiasi seria dialettica e confronto sui differenti pareri e proposte rispetto alle cose concrete da fare per combattere al meglio quel “lupo cattivo” della malattia mentale? Sin qui i dibattiti in tale direzione son sempre stati indetti solo da “compagni d’una merenda mentale”, una sorta di unanimità bulgara, magari senza neppure più credervi, propugnando in maniera solo sedicente che quella ancora oggi vigente è la migliore delle assistenze psichiatriche possibili, sempre invidiata da tutti i paesi civili, ma mai, dico mai, in quei paesi una legge del genere è stata esportata ed applicata. Ed è inutile che da ogni tribuna si faccia la didascalica distinzione tra T.S.Obbligatorio e T.S.Necessario: solo chi non si è mai confrontato con il dolore della follia può affermare che nel termine “obbligatorio” è contenuta una costante negoziazione tra il curante ed il curato e, quindi, il riconoscimento dell’identità e della dignità di chi oppone un rifiuto a qualcosa che non vuole, dimenticando però che se vi sono gli estremi per un trattamento che travalichi la volontà del paziente può solo significare che quel paziente, a motivo della sua grave sofferenza psichica, non è in grado in quello spazio temporale né di accettare le cure né di rifiutarle coscientemente.
Carlo Ciccioli, anche valoroso collega psichiatra, lavora ancora contro la malattia mentale e anche nel suo impegno di parlamentare, ha raccolto il malessere di ammalati e dei loro care givers e si è dovuto chiedere persino le motivazioni che stanno dietro alla lapalissiana evidenza che più l’ammalato è grave e meno riceve in termini di assistenza da questa società.
Farei un’offesa all’intelligenza di ognuno che legga la proposata Ciccioli, oramai pubblica, se mi provassi a spiegare punto per punto da quale esigenza parta un articolo in essa inserito e a quale esigenza vada a rispondere e quali vuoti essa vuole colmare. Per una legge vale lo stesso assioma applicabile alla poesia: se un poeta deve spiegare le sue poesie vuol dire che è un cattivo poeta. Questa proposta di legge è un libro aperto: chiunque sia implicato nei progetti di cura o di assistenza ne può prendere visione immediatamente, ne comprende la sua necessità, il suo fine e quali interventi essa sottenda.
La legge 180 non è la costituzione italiana: può e deve cambiare
Naturalmente Carlo Ciccioli sa che è solo un primo passo e il resto verrà da sé in virtù d’un dibattito serrato per porre sul tavolo idee diverse e ampi consensi.
Ma questo progetto di riforma è già un buon inizio.
Enzo Spatuzzi

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=1603515223 Luciana Mirtella

    10 100 1000 Spatuzzi!

    • alessia de stefano

      Contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e normali, nel vecchio continente. L’Oms però guarda al «modello italiano»: perché l’unico criterio di intervento, per la legge 180, è il bisogno di cura del paziente e non la sua pericolosità sociale
      Da tempo in Europa si lavora alla definizione di leggi e norme che proteggano dignità e diritti dei pazienti psichiatrici: già nel 2000, la Commissione europea sulla psichiatria ha presentato un Libro bianco che annunciava le linee guida per un nuovo strumento legale del Consiglio di Europa sul trattamento sanitario obbligatorio [tso]. Cinque anni dopo, il Rapporto della Conferenza ministeriale europea dell’Organizzazione mondiale della sanità [Oms], in un allegato dal titolo «Salute mentale: affrontare le sfide, costruire le soluzioni», ribadiva la necessità di promuovere trattamento e accesso volontari ai servizi psichiatrici. L’Oms auspicava dunque che il consenso libero e informato costituisse la base del trattamento e della riabilitazione per la maggior parte delle persone con disturbi mentali, lasciando alle misure coercitive uno spazio limitato a circostanze molto specifiche. Sottolineava inoltre come la legge italiana cosiddetta «180» fosse un vero e proprio modello, a partire dalla rete di servizi territoriali e istituzioni sanitarie integrate, in alternativa ai vecchi istituti psichiatrici. Secondo l’Oms, questa via garantisce ai pazienti la possibilità di reintegrarsi nella società. Pochi mesi dopo, una nuova pubblicazione della Commissione europea [«Migliorare la salute mentale della popolazione. Verso una strategia sulla salute mentale per l’Unione europea»] esplicitava il proposito di lanciare un dibattito su scala continentale.
      Una progressiva armonizzazione legislativa dell’Europa sulla salute mentale sembra dunque inevitabile, ma per il momento le differenze prevalgono sui tratti comuni. Ovunque, però, continua a esistere l’ospedale psichiatrico, luogo separato dove trattare un grande numero di pazienti acuti. Spesso, certo non sempre, si tratta di un ospedale psichiatrico «umanizzato» e «moderno». Ma nella civile Europa del nord, ad esempio, contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e «normali». Ovunque meno che in Italia, dove a legge 180, che il mondo ci invidia e che qualcuno vorrebbe cancellare, impone che i reparti di psichiatria [con non più di quindici letti] facciano parte dei normali ospedali.

      L’evoluzione, nel corso degli ultimi quarant’anni, delle legislazioni sul trattamento sanitario obbligatorio, in Europa e negli Stati uniti, è influenzata da specificità nazionali da un lato e dalla contestazione della seconda metà degli anni Sessanta dall’altro. Si apriva allora la grande stagione della critica alle istituzioni psichiatriche, della riscoperta dell’autonomia e dei diritti del paziente. Iniziato negli Stati uniti e poi in Gran Bretagna, con la costruzione delle prime comunità di pazienti, il processo si è rapidamente – e in forme molteplici – esteso all’Europa continentale.
      In Europa esiste oggi una pluralità di meccanismi legali preposti alla regolazione dei trattamenti involontari. Ciò nonostante, è possibile individuare una caratteristica fondamentale che distingue [o accomuna] i diversi sistemi adottati, nelle condizioni che devono essere soddisfatte per praticare il trattamento sanitario obbligatorio [in pratica, la somministrazione di farmaci e il ricovero coatti]. Prima del 1969 la maggior parte delle leggi consegnava infatti al medico competenze esclusive nella decisione e nell’applicazione di trattamenti obbligatori: era quello che Mariagrazia Giannichedda ha definito il «patto tra psichiatria e Stato». In quell’anno la California introdusse un nuovo criterio: la persona deve essere costretta ad assumere farmaci e al ricovero se «pericolosa per sé o per gli altri». Da allora, questo modello è stato adottato in tutti gli Usa e nella quasi totalità degli stati europei, con le rilevanti eccezioni di Italia, Spagna e Svezia.
      Concepito inizialmente come garanzia, nelle sue concrete applicazioni tale criterio appare caratterizzato dalla necessità di proteggere dalle conseguenze della malattia mentale tanto i pazienti quanto [e forse soprattutto] la società. Francia, Germania [dove la sanità, anche mentale, è competenza delle singole regioni] e Olanda hanno per esempio fatto questa scelta.
      È di grande importanza sottolineare le ambiguità insite nella stessa nozione di «pericolo»: Irlanda e Cipro adottano ad esempio una definizione talmente larga da accettare come condizione la possibilità che la persona manifesti comportamenti «non accettati dalla comunità».
      Italia, Spagna e Svezia, si diceva, hanno scelto invece una strada completamente diversa: la sola condizione ammessa qui è il bisogno di cura del paziente. Questo determina un’azione immediata da parte di uno psichiatra o comunque di un medico, che spesso può risolvere una situazione critica senza ricorrere all’ammissione obbligatoria. Una delle principali ragioni per l’introduzione del bisogno di trattamento era, lo ricordiamo, proprio il tentativo di fondare la relazione medico-paziente sull’obbligo «morale» di curare e su un impegno politico alla protezione della salute del cittadino, in alternativa all’obbligo legale di punire l’individuo e di proteggere la società. Con il vantaggio, come in particolare in Italia, di non lasciare alcuno spazio nel processo di decisione delle misure di emergenza a figure non mediche, come per esempio magistratura e forze dell’ordine.
      La legislazione di Danimarca, Finlandia, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda e Portogallo ammette entrambe le possibilità ed è interessante rilevare come anche in questo caso sia il criterio del pericolo a risultare dominante.
      Chi decide però il trattamento? Nella maggior parte dei casi la responsabilità della proposta di ricovero o trattamento obbligatorio è lasciata alle autorità mediche. Generalmente il medico [che può anche non essere uno psichiatra] deve esaminare il paziente e decidere se proporre o meno il ricovero coatto. Talvolta, come in Italia, sono richiesti i pareri di due medici indipendenti, quasi sempre sono necessari l’opinione o il certificato di più di un esperto.
      Quasi sempre però l’ultima parola spetta a giudici, procuratori o sindaci, con l’eccezione di Danimarca, Finlandia, Irlanda e Svezia, dove la decisione finale è presa da uno psichiatra o da un’altra figura medica del Sistema sanitario.
      Occorre comunque ricordare che a regole simili possono in realtà corrispondere pratiche cliniche concrete estremamente differenti. In Olanda per esempio di norma il giudice si reca personalmente in ospedale ed esamina il paziente prima di esprimere il suo accordo o meno, in Italia il sindaco ha un ruolo per lo più formale, e la decisione è in realtà presa da uno psichiatra o da un medico del Sistema sanitario nazionale.
      L’intervallo tra la proposta e l’attuazione effettiva del ricovero è generalmente breve, ma nella stessa Unione europea può arrivare persino a quindici giorni.
      A variare in maniera impressionante è piuttosto la durata massima consentita per trattamenti e ricoveri obbligatori medesimi: mantenendo lo sguardo sull’Europa, si va dai sette giorni dell’Italia agli incredibili due anni del Belgio. Talvolta essa non è neppure specificata [è il caso in Danimarca, Francia, Portogallo e Spagna] e in tutti i casi il trattamento può essere prolungato e stipulato a intervalli da un giudice o da altre autorità per periodi che possono andare da sette giorni a dodici mesi.
      In alcuni paesi, infine, la decisione di porre un paziente in breve detenzione per cause di emergenza è presa da autorità distinte da quelle competenti per i casi ordinari. Per esempio a Parigi [diversamente dal resto della Francia] la polizia può in piena autonomia decidere il ricovero di una persona.
      Come è naturale aspettarsi, il coinvolgimento dell’autorità giudiziaria e di polizia è accompagnato dalla possibilità per i pazienti di avere rappresentanti o tutori legali, ma l’efficacia di tali misure resta molto dubbia, in particolare per le fasce meno abbienti della popolazione.
      Sorprendentemente [o forse niente affatto] una valutazione comparativa dell’efficacia delle differenti misure è resa estremamente difficile dalla vergognosa scarsità e eterogeneità della raccolta di dati. A tutt’oggi non esistono standard comuni di valutazione, persino numeri e durata dei trattamenti obbligatori sono avvolti nelle nebbie di ricerche sporadiche e spesso approssimative.
      Le rare eccezioni, tuttavia, indicano senza dubbio una preoccupante crescita dei trattamenti obbligatori, concentrata nei paesi che accettano il criterio del pericolo. Alcuni studiosi sembrano concordi nell’individuare la causa di questo fenomeno nel costante e pervasivo allarme [minaccia terrorista, violenza ecc. ecc.] che da qualche anno agita la società occidentale, un allarme percepito con la medesima intensità tanto dagli operatori quanto dalla società nel suo complesso. Di fronte al pericolo ci si difende, una logica che un po’ ovunque in Europa ha ripreso ad alimentare la vecchia idea che la malattia mentale sia sempre qualcosa di incontrollabile e pericoloso. Il «patto tra psichiatria e Stato», insomma, non è mai stato completamente spezzato, e nubi oscure si addensano all’orizzonte. Franco Basaglia ha ancora molto da dire, in Italia ma soprattutto in Europa.

      • AaPP

        Cara Alessia, non so dove lei abbia preso questo articolo, ma posso immaginarlo. Io lavoro da due anni in Francie e le assicuro che nessuno qui invidia il sistema italiano. Certo é possibile che dietro a certe scelte ci sia un patto Psichiatria Stato, ma non vedo cosa ci sia di cosi’ strano, vuol dire che ci sono due vere istituzioni, e che quindi anche la Psichiatria conta qualcosa. In Italia stato e Psichiatria sono allo sbando completo e per questo, solo per questo, la legge 180 é ancora d’attualità. La legge 180 é molto ambigua. In effetti non parla di pericolosità, ma non la esclude nemmeno. Lo psichiatra che si trova dinnanzi un paziente pericoloso scriverà come motivo del ricovero in Italia “disturbi del comportamento in paziente ……. “, il sindaco non legge nemmeno, ed il giudice tutelare, anche se interpellato dal paziente o dai suoi familiari non risponderà prima di tre mesi quando il paziente é già stato dimesso. In Francia entro il 15 giorno di ricovero in TSO il paziente é ricevuto da un giudice ed é assistito d’ufficio da un avvocato. La legge 180 é poi molto ambigua anche per il paziente. Lascia infatti al medico ampia possibilità di scelta e potere sulla vita del suo assistito. Si va dal medico che potrebbe decidere di lasciarti uccidere tua madre in preda ad un delirio dal momento che il delirio é cronico, al medico che ti lascia suicidare dal momento perché hai accettato di andare dallo psicologo, al medico che ti ricovera in TSO perché hai saltato la tua iniezione depot. Ognuno interpreta come vuole questa non legge. Se poi il medico ravvisa un pericolo non ha molti strumenti, deve attendere il dramma e che a quel punto sia un perito a valutare la pericolosità sociale. Qualcuno usa l’interdizione a questo fine, ma io lo trovo ancora piu’ scorretto.
        Infine i giudici italiani hanno incominciato a condannare gli psichiatri perché non hanno fatto abbastanza per prevenire omicidi o suicidi. La cosidetta “posizione di garanzia” ha di fatto già demolito la 180; per questo, a parte nelle regioni (poche) dove c’é un patto psichiatria democratica e magistratura democratica, il numero di TSO e contenzioni é aumentato e per questo i formatori in criminologia fanno affari d’oro.
        Questa é la realtà dei fatti. Se poi l’OMS (a sapere che a parlare bene del sistema italiano all’OMS sono alcuni psichiatri piazzati li dalla politica italiana di sinistra e quindi contigua a psichiatria democratica) volesse rendere i criteri omogenei, ben venga, ma non vi aspettate nulla che assomiglia alla 180!

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=100001536615255 Massimo Maci

    Peraltro , forse non è noto nella letteratura psichiatrica che alla base delle malattie del pensiero ci sono proprio le droghe.

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=100001536615255 Massimo Maci

    qualcosa non quadra…

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=100001536615255 Massimo Maci

    Un medico non dovrebbe assolutamente fare uso di sostanze che si possono tranquillamente definire droghe ( il tabacco è una di queste )Se lo fa, per quanto mi riguarda, non merita fiducia .

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=100001536615255 Massimo Maci

    …lo Stato spaccia droga e gli psichiatri sono legittimati dallo stesso ad agire così come fanno: disporre i T.S.O. , per esempio.

  • Enzo

    Non saprei, non mi sembra convincente la proposta di legge, le modifiche al T.S.O. con la sua maggiore durata, rischiano a mio avviso di incidere negativamente sul rapporto medico-paziente.
    Sono d’accordo sulla considerazione che le famiglie dovrebbero poter contare su un valido sostegno, però non mi sembra utile la soluzione di farli ricoverare, perché strapperemmo soltanto il paziente che già soffre la solitudine data dalla malattia mentale, dalla società che invece rappresenta una possibilità terapeutica. La relazionalità, secondo me, andrebbe promossa, perché è nella sinergia di familiari e professionisti che si può aprire un dialogo senza dubbio terapeutico.
    Forse mi sbaglierò, spero di non essere risultato polemico, non era nelle mie intenzioni, piuttosto mi piacerebbe sviscerare il problema con tutti voi, perché solo dal confronto di più persone, credo si possa arrivare ad un ulteriore miglioramento dell’assistenza psichiatrica.

  • http://driuorno.wordpress.com ciro iuorno

    …. quanta sofferenza …. e quante cose vorrei potervi dire ….. e capire ….

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=698363478 Alessia de Stè
  • http://www.facebook.com/profile.php?id=1603515223 Luciana Mirtella

    sono 30 anni che si fanno i proclami sfruttando il nome di Basaglia nascondendo inefficenze, nascondendo malati che non rispondono a certi criteri, nascondendo pratiche ( vedi tec) che vengono utilizzate costantemente in cliniche pubbliche e private, nascondendo contenzioni che avvengono proprio nei luoghi gestiti dalla psichiatria che si dichiara basagliana,nascondendo cliniche private gestite dai cosidetti luminari dove la gente si dissangua per mandare i propri cari, la finiamo o no di dire menzogne che non giovano ai pazienti !Ma evidentemente giovano a qualcun altro!

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=1603515223 Luciana Mirtella

    l’europa ha bisogno che si finisca di dire caxxate in campo psichiatrico!

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=1603515223 Luciana Mirtella

    Ma quale psichiatria d’avanguardia? Leggete le denunce ! Ne è pieno anche questo sito e quando avrete dato una risposta a tutte le inefficienze allora l’italia si potrà dichiarare all’avanguardia in campo psichiatrico!Come si fà a dichiarare un sistema all’avanguardia quando è gestito da logiche infami che non permettono il confronto ( ANZI LO REPRIMONO) ma che si ergono come unica verità!Ma per piacere finiamola ! Come pensate di essere ancora credibili?

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=1433200467 Elena Dobici

    Luciana, mi hai tolto le parole di bocca: hai mirabilmente espresso quanto io sostengo da anni!

  • Franz

    IL problema rimane. A lasciare le cose così come sono non giova a nessuno, se non a qualche direttore di dipartimento… che mi sembrano fin troppi e spesso se ne fregano di come vengono erogate le prestazioni di cura e assistenza, alla fine è sempre il “fine mese” quello che conta di più per LORO!!! Spesso sono più impegnati ad organizzare eventi pubblici per sensibilizzare l’opinione pubblica e avere un ritaglio di giornale per l’evento… che interessarsi di come vengono gestiti i protagonisti con la loro atroce sofferenza che si portano dietro a volte da sempre… peccato che dietro ci sia un’ipocrisia imbarazzante!!! E chi sta sotto spesso punta a quel ruolo prima o dopo… dunque siam messi bene…
    Così non si può andare avanti, il personale che è a contatto con queste persone, così come i familiari, si sentono impotenti, spesso lasciati a decidere “ad intuito” in base alla propria coscienza e a volte istinto più che alla propria conoscenza formativa o meno( per i familiari) in questo settore…
    Abbandonati mi sembra il termine più adeguato.
    Non riesco, ad oggi, a valutare se sia giusto avere dei centri di cura come viene proposto dal Dott Ciccioli con pseudo TSO o TSO veri e propri, ma spesso dietro questo trattamento si esagera, per come ho vissuto l’esperienza nell’applicare un TSO in ambito ospedaliero, non posso che essere amareggiato. La contenzione fisica esiste, e come se esiste, ma quando devi fare una relazione per una struttura il compilatore “cade dalle nuvole”, chiedendosi come mai viene ancora contenuto questo o quell’altro??… peccato che se lo chieda solo in quel momento…
    Poi c’è sempre il rischio che in Italia un centro del genere diventi qualcos’altro rispetto ai buoni propositi, perchè non esistono controlli e se ci sono, tutte le magagne vengono coperte “all’italiana”… ma di certo qualcosa bisogna fare, così come siamo messi oggi non si può andare avanti. E cmq non è mai una questione di “spesa pubblica” per queste persone e i loro familiari, spesso è l’impotenza e la scarsa volonta’ a voler cambiare le cose, visto che oggi più che mai, ognuno tende a fare i propri interessi personali!!!

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=100000861049311 Franca Guidotti

    perche non lo pubblicate sui quotidiani cosi òlo possono leggere tutti ‘ non ne posso piu’ di questi tinti medici ”

  • Enzo

    Vorrei ringraziare Franz, la sua esperienza personale mi permette di vedere più da vicino il TSO, come venga percepito, sicuramente non è mai un intervento semplice e questo credo ci dovrebbe già invitare ad un cambiamento urgente, perchè forse al di là dei facili muri che vengono eretti e della scarsa volontà di spremersi le meningi per cercare una via d’uscita più accettabile, è possibile trovare una soluzione alternativa meno “cruenta” e più giusta.

  • AaPP

    Caro Enzo
    non vi é nulla di piu’ cruento della patologia mentale. Se lei ascolta i racconti di persone che sono uscite da un episodio psicotico acuto e che criticano il proprio delirio vi diranno chiaramente che in quei momenti la possibilità di prendere la distanza necessaria a decidere di curarsi era minima. La negoziazione continua e prolungata, addiritura effettuata in alcuni centri per la strada, nel senso che gli infermieri lasciano partire il paziente per poi seguirlo sino a casa sua e convincerlo a rientrare nel reparto, che é la sola alternativa conosciuta al TSO in questo momento, puo’ essere vissuta dal paziente come una tortura. Come chiedere a qualcuno che ha una distorsione alla caviglia di seguirvi in un percorso di alta montagna. Nessuno ha la soluzione perfetta, non ce l’hanno gli psichiatri democratici né gli psichiatri senza etichetta, non ce l’ha l’Italia né il resto del mondo. la negazione della malattia mentale e del bisogno di cura non é la soluzione a questi problemi.

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=100001471448904 Mirko Gabriele Salotti

    Salve! Se gradite si può osservare un semplice post nel gruppo facebook denominato “Contro la riapertura dei manicomi”, dove io ed altri commenttiamo sul presente odierno (consci delle idealità e senza disprezzi). Questo per parlare di cosa succede oggi e della necessità del dialogo trasversale..mia scelta da tempo. Statistiche, grafici..dati e fatti quasi inediti.. E SE VI AGGRADA CIO’ CHE FACCIO NON ASPETTATE A SCRIVERMI O RINGRAZIARMI DOPO LA MIA MORTE..! http://www.facebook.com/groups/192739887518736/215357255256999/?notif_t=group_comment_reply

  • AaPP

    Caro Mirko mi spiace dirlo cosi’ brutalmente ma in Italia i manicomi non verranno mai riaperti, quindi di questo suo gruppo su facebook non vi é alcuna utilità se non per scambiare idee, come é lecito, con persone che fingono di avere paura dell’uomo nero quando l’uomo nero l’hanno sposato!

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=100001471448904 Mirko Gabriele Salotti

    Faccio presente anche tramite facebook che non sono amministratore o fondatore di questo gruppo “Contro la riapertura dei manicomi”: gradivo solo mostrare un post dove ho inserito parti delle mie ricerche sulla salute mentale in Italia. Le mie frasi del commento precedente sono dovute al far presente di aver lasciato un atteggiamento critico a favore di analisi e ricerche sulla realtà. Non ero presente al Convegno del 27 giugno 2012 , ma fui presente e minimo relatore ad una riunione precedente del giugno 2010 presso “Palazzo Capranica” a Roma (dove seppur con una certa enfasi presentai dati e fatti in un documento ciclostilato in proprio di circa 60 pagine tra dati ISTAT, di un Distretto di Corte d’Appello su azioni sui Minori, su Amminisrazioni di sostegno, crociature dati sulla mortalità in alcuni territori per vari anni).

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=100001235074006 Fare Sicurezza

    Quell post con le statistiche e i dati che hai inserito pare molto interessante! Grazie per il coraggio Mirko!