Intervista allo psichiatra sospeso per la morte di un paziente
Il 22 giugno 2006 nel reparto di Psichiatria al Santissima Trinità di Cagliari, primario dott. Gian Paolo Turri, muore un paziente ricoverato in condizioni drammatiche. Da quel momento comincia la discesa all’inferno, inchiesta interna, inchiesta della magistratura, interpellanze e, passo passo, fino al rinvio a giudizio. Succede spesso a molti chirurghi accusati di aver sbudellato, più o meno incolpevolmente, i loro malati. Ma mentre i chirurghi possono restare al loro posto in attesa di una sentenza, per Turri si sceglie un trattamento speciale: rimosso dall’incarico di primario, congelato con ignominia, liquidato brutalmente.
È lo stile di Gino Gumirato, manager-sceriffo della Asl e tiratore scelto della sanità pubblica (battaglione Dirindin), altissimo senso della democrazia: bombarda i giornali di comunicati che esprimono furore & rigore contro Turri ma vieta il diritto di replica. Sui quotidiani, per capirci, parla solo lui: ai dipendenti non è concesso, pena il licenziamento. Ha spiegato la sua filosofia durante una pubblica assemblea coi sudditi: non vi darò mai il consenso di parlare fino a quando ci sarà anche la più piccola possibilità che voi diate un’interpretazione del mondo psichiatrico diversa dalla mia.
Cagliaritano, sessantadue anni, psicoterapeuta della famiglia, carriera decollata a fianco di numi tutelari della medicina, transitata per il vecchio manicomio e consolidata nel girone degli ospedali, Gian Paolo Turri è un uomo piccolo, capelli grigi e dotato di autoriduttore automatico della furia. Per riuscire a cacciarlo hanno esumato un codicillo mai utilizzato nella storia della sanità sarda, si sono incarogniti con una nota-stampa che lo descrive (lui e la squadra del reparto) a tinte apocalittico-criminali. «Non siamo assassini in camice bianco, lo giuro».
Un tempo si diceva pericoloso per sé e per gli altri. Lei pure.
«Sì, mi hanno più o meno dipinto così. Ed è la cosa che fa più male».
Togliamoci subito il dubbio: recidivo?
«In che senso?»
Altri morti che l’hanno trascinata in Tribunale?
«Mai. Posso aggiungere, nel caso serva a capire, che sono stato io a chiedere l’autopsia per il signor Giuseppe Casu».
E che ha detto l’autopsia?
«Tromboembolia polmonare. Mi spiace, insomma, ma noi non c’entriamo. La mia, la nostra coscienza è a posto».
Oltre settecento ricoveri l’anno, ventisette letti (anziché sedici come impone la legge), organico ridotto all’osso, Psichiatria del Santissima Trinità è una bolgia senza requie. L’ultimo medico aggredito da un paziente è ancora in malattia, una settimana fa un esuberante giovanotto ha travolto sei infermieri, sfondato due cristalli e danneggiato quattro auto. «Il sovraffollamento è un detonatore della violenza», dice Turri. A lui è andata bene, un solo incidente: una volta un ragazzo gli ha morsicato una mano. Ma l’episodio che non dimenticherà mai è quello di un infermiere, «entusiasta e alle prime armi», massacrato a calci da un ricoverato che indossava gli anfibi. «Non l’abbiamo più visto quell’infermiere, non è neppure venuto a ritirare gli effetti personali».
Dopo aver inutilmente sollecitato uno sdoppiamento del reparto, dopo aver inutilmente chiesto uomini e mezzi per fronteggiare l’ordinaria emergenza quotidiana, Turri ha violato il sacro principio dell’obbedienza segnalando decine di lettere su casi di mala-assistenza al confine col codice penale. Poi ha fatto anche di peggio: ha addirittura presentato un esposto, anzi due, alla Procura della Repubblica.
Naturale dunque che gli sia caduta addosso una fatwa senza vie di scampo, che il responsabile del Dipartimento di salute mentale della Asl, la direttore (come ama farsi chiamare) Giovanna Del Giudice gli passerebbe sopra con lo slancio di un Eurostar.
Conosce Gumirato e il suo braccio armato?
«Sì. E pensare che ne avevo ricavato una buona impressione. Forse ho sbagliato a pretendere, da subito, che si mettesse fine ai guai del mio reparto».
Feriti a parte, c’è stato anche chi ha rassegnato le dimissioni.
«Sì, una collega ha scelto di andarsene. Non ho approfondito le ragioni di questa decisione ma credo fosse difficile continuare a lavorare in un clima di enorme difficoltà. Il nostro, per ispirarmi all’opinione della direttore, è un lager. Quindi non è così strano che qualcuno pensi di lasciare».
Ammette di essere una pecora nera?
«Come potrei dire il contrario? Per levarmi dai piedi, visto che di questo si tratta, hanno rispolverato una regola sepolta e dimenticata. La verità è che ero, siamo, un macigno che ostacola il loro percorso».
Siete vissuti in conflitto permanente.
«Esatto. Conflitto su due fronti: uno tecnico-organizzativo, l’altro di sostanza».
Cioè?
«Premetto che nel nostro reparto arrivano pazienti acuti, con tutto quello che questo comporta. Seguiamo un modello di intervento bio-psico-sociale. Loro invece tendono a privilegiare l’aspetto socio-assistenziale, che pure è irrinunciabile».
Insomma, utilizzate criteri diversi.
«Certo. La direttore ha un’aperta ostilità verso gli interventi biologici e psicoterapeutici».
È la ricetta post-Basaglia.
«Basaglia è stato un grande rivoluzionario. I suoi epigoni non si sono accorti che, nel frattempo, la Psichiatria è andata avanti. Ci hanno imposto una linea di condotta senza se e senza ma, prendere o lasciare. Lasciare nel senso di andarsene».
La colpa è non essere allineato?
«Proprio così. Con la mia anzianità professionale avrei potuto ritirarmi in pensione. Non l’ho fatto perché non potevo fuggire sotto il fuoco delle intimidazioni».
Lei è pure per l’elettroshock, vero?
«Ci ispiriamo a una circolare ministeriale e facciamo l’elettroshock solo nei casi di depressione delirante con inibizione psicomotoria».
Quanti ne fate al mese?
«Due in media. All’anno, però».
Contenzione.
«Nessuno stravede per la contenzione. La riteniamo una contromisura da usare in casi eccezionali per tutelare il paziente e chi gli sta vicino».
Dicono che l’adoperate per sopperire alla mancanza di personale.
«Nel nostro reparto sicuramente no».
Cos’è accaduto quel giorno?
«Quel giorno di giugno il povero signor Casu è finito da noi perché aveva dato in escandescenze. Stava molto male, bisognava contenerlo».
Poi?
«Credo, in coscienza, di non essere responsabile della sua morte. Lavoro con colleghi e infermieri che si sacrificano al limite dell’abnegazione».
Questo non c’entra.
«Lo so, lo dico solo perché non si pensi che chi entra in Psichiatria esce coi piedi davanti. Lasciamo fare alla magistratura».
Crede di aver fatto tutto il possibile?
«Tutto o quasi tutto. “Quasi” perché un medico deve sempre coltivare il dubbio dentro di sé».
Visto il terremoto che è scoppiato, Casu era un morto speciale?
«No, che io sappia. Ma è stato sicuramente utilizzato in modo speciale».
Quanti muoiono nello stesso modo senza scatenare il manager-sceriffo?
«Penso che in Psichiatria si possa morire come in un qualunque altro reparto ospedaliero. Una cosa, però, è certa: contrariamente a quanto si afferma sui giornali, dedichiamo alla diagnosi di ogni ricoverato particolare attenzione per vedere se ha problemi che esulano dal nostro campo».
Come spiega tanta violenza nei suoi confronti?
«Ho commesso l’errore di non essere diplomatico, di non piegarmi alla nuova religione. L’hanno ripetuto mille volte: dobbiamo modificare la cultura degli operatori locali . Mi spiace, io ho la mia e me la tengo».
Sa che divertimento in solitudine.
«Non sono nient’affatto solo. La stragrande maggioranza dei colleghi è sulle stesse posizioni».
È colonialismo quello che state subendo?
«Il termine non appartiene al mio vocabolario ma direi di sì».
Giusto chiudere i manicomi?
«Ho collaborato attivamente alla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Cagliari dopo averci lavorato a lungo».
Però il suo reparto, anzi ex reparto, è in fondo un manicomio piccolo piccolo.
«Siete clamorosamente fuori strada. Purtroppo alcuni il manicomio ce l’hanno in testa e non riescono a filtrare bene la realtà che hanno sotto gli occhi».
Qual è la differenza?
«Il mio reparto, non il mio ex reparto, ha degenze brevi: dieci-undici giorni, non è quindi una galera a vita. Abbiamo la soddisfazione di vedere consistenti miglioramenti in malati anche gravi. Vorrei si sapesse che da noi ci sono pazienti acuti che non possono essere curati in nessun’altra unità del Dipartimento di salute mentale».
Contro di voi sono schierate anche le associazioni dei familiari.
«Ed è un vero peccato. A me risulta d’avere eccellenti rapporti coi familiari dei ricoverati, un po’ meno con i rappresentanti delle associazioni».
Pier Paolo Pani, plenipotenziario regionale, vi ha teso la mano.
«Collega che stimo, il dottor Pani. Ma non direi che ci è venuto incontro. Si è sbilanciato eccessivamente accreditando un’immagine della psichiatria sarda al limite della disinformazione».
In che modo?
«Ci ha descritto come medici che producono ricette ma ignorano il mondo intorno al paziente».
E invece?
«In fase acuta, la malattia mentale è identica a mille altre. Va curata. Poi, soltanto poi, si può aprire la finestra sul sociale».
Si assolve?
«Aspetto in serenità che lo facciano i giudici».
(Fonte: L'Unione Sarda del 09/03/08)
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