2 anni prima aveva già ferito la sorella ed era stato dichiarato "incapace di intendere e di volere"
A voler lavorare di immaginazione, ci si chiede quante perizie psichiatriche di infermità mentale fatte su persone che hanno compiuto una violenza o un’aggressione fisica se ne stiano lì, mute ma potenzialmente esplosive, nei milioni di faldoni che intasano i tribunali italiani. Carte che, finito un processo, restano nella polvere degli archivi come lettere morte. Una di queste era quella di Alessandro Chiaramonte, l’uomo che sabato scorso ha ammazzato la madre di 69 anni e la sorella di 44. La perizia psichiatrica che lo riguarda risale a settembre 2007 e il 10 marzo scorso - data della fine del processo a suo carico - quella relazione ha pesato sull’assoluzione del trentottenne dall’imputazione di lesioni aggravate ai danni della sorella Marta, accoltellata a giugno 2007 in un momento di ira seguito ad una discussione tra i due fratelli. Quella perizia, commissionata dal pubblico ministero allo psichiatra Gianfranco Rivellini, medico all’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere, dice che quando Chiaramonte ferì la sorella per la prima volta con un coltello era «infermo di mente». La legge italiana, infatti, dice che si deve «leggere» la mente di una persona che commette un reato solo per come era nel momento in cui il reato viene commesso: una specie di istantanea, quindi. Perciò una psiche che due anni fa era ammalata non lo è per forza due anni dopo.
Ma in quei due anni, e con una diagnosi così pesante alle spalle, cosa è successo ad Alessandro Chiaramonte? Ovvero, cosa non è successo per portare un uomo ancora malato a ricorrere di nuovo alla violenza? E questa volta in modo brutale e definitivo?
«Difficile dirlo. Però di una cosa sono certo: il caso di Chiaramonte dovrebbe chiarire una volta per tutte che in Italia, come succede in altri paesi europei, deve essere attivata la cosiddetta libertà vigilita. Uno strumento che esiste già, ma per il quale mancano le risorse umane e culturali e che quindi non viene quasi usato. La libertà vigilata, un servizio di psichiatria forense, avrebbe significato per Chiaramonte che fosse il tribunale a vigilare se partecipava regolarmente a sedute mediche, se seguiva le cure, se stava bene o stava male, e soprattutto periodicamente si sarebbe fatto il punto sulla sua situazione con l’obbligo di darne resoconto al giudice.
Vuole dire che i Dipartimenti di salute mentale in questo modo lavorerebbero a stretto contatto con la giustizia?
Sì. E non solo è auspicabile che succeda, ma è una necessità se si vuole garantire sicurezza e giustizia, oltre che monitoraggio continuo delle persone che stanno male. Troppo spesso, infatti, la soluzione per questi ammalati, oltre che i colloqui e le medicine, sono le comunità. Ma la comunità non è la soluzione a tutto e spesso comporta la perdita del lavoro all’ammalato. Chiaramonte frequentava gli ambulatori psichiatrici e lui stesso ha chiesto più volte il ricovero per sé, riuscendo a capire che stava molto male. Però questo non basta.
Era cioé solo, ma alle prese con i suoi problemi. Ma quali erano fondamentalmente i suoi problemi mentali?
Aveva un rapporto strettissimo con la madre e quando la sorella si è ammalata, malata psichicamente, lui lamentava una mancanza di attenzione del genitore verso di lui. Non accettò che anche la madre cadesse in depressione, non riusciva a vederla soffrire Attribuiva questo stato alla sorella Marta: secondo lui la principale fonte del declino della madre, era la sorella. Per questo la colpì con un coltello nel 2007.
Ma cos’era successo nella sua mente quella volta? Un conto è attribuire una colpa alla sorella, per quanto personale possa essere questo giudizio, un altro è volerla eliminare fisicamente.
Chiaramonte soffriva di disturbi paranoici e nella sua testa tutto veniva dilatato, ogni problema era vissuto come una catastrofe. Il suo carattere era così: aveva lavorato come infermiere ausiliario, strumentista al policlinico di Borgo Roma, ma aveva cambiato più volte mansione perché rimuginava che gli altri ce l’avessero con lui. Aveva grosse difficoltà relazionali. Quando questa predisposizione si è unita alla depressione, ha perso completamente il controllo.
E il padre, in tutto questo, che ruolo aveva?
Il padre è una persona estremamente concreta, ma di una generazione che non manifesta l’affettività come i padri di oggi. Ricordo che accompagnava il figlio ai colloqui. Fondamentalmente i disturbi affettivi erano dovuti al rapporto con la madre.
Nella perizia, lei sostenne che Chiaramonte era un infermo di mente al momento del reato, ma non era socialmente pericoloso. Come mai?
Perché in quel momento era una persona che accettava le cure e per il quale era stata organizzata una rete di sostegno. Conclusi la mia perizia dicendo che lasciavo al giudice riservarsi di disporre valutazioni sulla pericolosità, al di là e dopo i fatti.
Cosa che avrebbe potuto fare la libertà vigilata. E Rivellini non dice che la giustizia abbia mancato, ma che è uno strumento che serve: unire psichiatria e attività giudiziaria, insomma, non solo è possibile ma augurabile.
(FONTE: L'Arena)
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