Psicooncologia: Un colore per la cura

di MAURIZIO MOTTOLA. All’Azienda Ospedaliera Monaldi di Napoli Un colore per la cura è la campagna informativa (ideata e realizzata dalla psicologa Raffaella Manzo), che si articola nelle fasi informativa, valutativa, attuativa e che nasce dal desiderio -manifestato da pazienti e familiari- di avere informazioni sui temi di oncologia ed argomenti correlati e mira a contribuire ad una maggiore consapevolezza e responsabilità nell’affrontare scelte in ambito oncologico, favorendo un rapporto più costruttivo con il personale di cura.

Il progetto intende dare risposta sia ai problemi di carattere informativo e comunicativo che a quelli di tipo psicologico ed emozionale associati al vissuto di malattia. L’ obiettivo è di porre al centro della relazione terapeutica il paziente portatore di patologia grave ed i suoi bisogni soggettivi, di accogliere i vissuti, le emozioni ed i pensieri che accompagnano l’evento traumatico, di sperimentare una relazione terapeutica integrata che si occupi dei bisogni psicologici e di quelli organici e che accompagni alla presa di consapevolezza di quanto sta accadendo. Infatti, tutto ciò è volto a favorirne l’accettazione, attraverso un’elaborazione e mentalizzazione dell’evento, al fine di giungere ad una buona compliance terapeutica.

Infine gli incontri con lo psicologo hanno lo scopo di condurre il paziente ad una “ri-organizzazione” della propria quotidianità, che inevitabilmente impatta con la gestione del trattamento chemioterapico. La perdita di libertà ed il disagio psicologico in generale per questi pazienti rappresentano uno dei maggiori ostacoli, che se non superati potrebbero acutizzare gli effetti collaterali del trattamento stesso.

Da questi presupposti nascono una serie di iniziative di informazione e di supporto per ammalati di tumore e per chi li accompagna in questo percorso nell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale (U.O.S.D.) Day Hospital Oncologico dell’Azienda Ospedaliera Monaldi di Napoli. Nello specifico è stata allestita la sala di attesa con poster informativi per fornire materiale generale e/o specifico, scientificamente valido, aggiornato ed adatto ad un pubblico di non addetti ai lavori sui più comuni effetti collaterali della terapia ed i metodi su come affrontarli.

Psiche, sistema nervoso, sistema endocrino, sistema immunitario comunicano attraverso una varietà di segnali molecolari, rappresentati ora dai neurotrasmettitori, ora dalle linfochine, ora dagli ormoni. Negli ultimi decenni sono state chiarite fondamentali vie di collegamento tra cervello e resto del corpo (asse tiroideo, della sessualità, della crescita, eccetera) e si è accertato che il cervello stesso funziona da grande ghiandola endocrina, producendo ormoni steroidei, che si ritenevano invece tipici delle surrenali e delle ghiandole sessuali.

Lo stesso sistema immunitario può essere considerato come sesto senso interno, che interagisce con il sistema nervoso -centrale e periferico-, con l’obiettivo di mantenere l’equilibrio della salute.

Le stesse emozioni sono un insieme di risposte neurali e chimiche che riguardano l’organismo e che hanno il compito di proteggerlo. Il loro significato biologico è quello di produrre una reazione specifica verso uno stimolo induttore -esterno o interno- (ormoni e neurotrasmettitori possono produrre sensazioni di tristezza, paura, gioia) e conseguentemente regolare l’ambiente interno, in modo da preparare l’organismo ad un’azione specifica e cioè ad attivare una reazione generale di adattamento (stress).

Le emozioni sono quindi dispositivi automatici orientati alla protezione della vita ed un organismo che abbia difficoltà a provarle e riconoscerle rischia di soccombere più facilmente di un altro che sappia farlo. Comunque cultura ed apprendimento condizionano l’espressione delle emozioni.

Dunque l’organismo umano è una rete interconnessa, influenzabile -positivamente o negativamente- da stimoli diversi.

La salute è pertanto l’equilibrio dinamico dell’intero sistema, mentre la malattia ne è il disequilibrio, che esprime in tal modo -comunque- il massimo sforzo possibile di adattamento vitale e questo (che appare paradossale al senso comune) anche nel malato oncologico.