Quale disabilità?

Io credo che il primo problema per una persona disabile, uomo o donna, sia l’autostima. La società, attorno a te, ti considera comunque un problema, vede e sottolinea il deficit, l’involucro, l’apparenza, non la sostanza, non i sentimenti, i progetti di vita, e paradossalmente non ti consente neppure di far vedere con chiarezza i tuoi difetti, di carattere, di volontà, di qualità. E così l’handicap diventa da un lato un alibi, dall’altro una corazza.

Sono parole di Franco Bomprezzi, giornalista e scrittore, tratte dal blog “InVisibili” del Corriere della Sera (http://invisibili.corriere.it/2012/03/10/anche-io-tanti-anni-fa/). La sua riflessione, nello specifico, si inserisce in un dibattito sul rapporto che la società ha con il disabile fisico (lo stesso Bomprezzi è costretto su una sedia a rotelle a causa di un’osteogenesi imperfetta) e con il suo desiderio e il suo diritto alla sessualità.

In questa citazione, tuttavia, il discorso è di più ampio respiro e tocca un punto secondo me fondamentale: la doppia valenza della disabilità, che stritola in una morsa il soggetto e finisce per soffocarne l’individualità e la sua affermazione. E’ un discorso generale, che interessa anche il paziente psichiatrico, in quanto espressione di un’ “alterità” che la società non vuole vedere perché la riguarda e, quindi, la spaventa. Ed è qui che nasce lo stigma esterno, da una società che si rapporta alla persona attraverso il filtro di una categoria (“i disabili”, fisici o psichici fa poca differenza), che aumenta le distanze e de-individualizza, finendo per far coincidere il soggetto con la sua mancanza e per privarlo così di pressoché ogni caratteristica e peculiarità soggettiva.

Se si vuole combattere ed abbattere sempre di più lo stigma, dunque, non si può secondo me non tener conto dell’handicap, ovvero della disabilità socialmente determinata. Alle attività di informazione e prevenzione, assolutamente preziose, bisognerebbe affiancare quelle di educazione. Per propugnare una cultura della valorizzazione del soggetto, una cultura che non riconosca nelle limitazioni individuali dei deficit ma delle potenzialità alternative, che non si rapporti all’individuo in difficoltà attraverso il filtro di una categoria, ma che ricerchi forme di inter-azione umana non stereotipate ed autentiche.

  • Giuseppe Viola

    La più grande piaga che a mio avviso colpisce la società in materia di disabilità ed handicap è e sarà sempre l’atteggiamento pregiudiziale. Ricordo che il pregiudizio come tutti gli atteggiamenti ha 3 componenti: cognitiva (stereotipo), valoriale/emotiva, comportamentale (discriminazione). La piaga sta in misura maggiore nelle prime due. Non possiamo cambiare facilmente ciò che è radicalizzato nelle persone facente parti della società, ancor di più se ciò che è radicalizzato è un valore della persona stessa.
    Ricordo inoltre che si parla perlopiù di un atteggiamento di tipo implicito…….

    • Letizia Zanini

      Concordo con lei che il pregiudizio è cosa difficilmente sradicabile. E’ un habitus mentale che, ad un certo livello, ha una valenza adattiva e quindi è strettamente connaturato all’essere umano. Tuttavia, il fatto che tutti quanti tendiamo per natura ad un ragionamento per categorie e, a volte, per stereotipi, non implica necessariamente che in esse dobbiamo sempre rimanere imprigionati. Non credo che il pregiudizio sia eliminabile; credo, però, che si possa e si debba imparare che esiste una realtà al di là di esso che esso non esaurisce. Sviluppare un pensiero critico, una meta-pensiero per così dire, che ci consenta di non essere schiavi dei nostri stessi schemi mentali e di considerare sempre la possibilità di una visione diversa e plurale di ogni cosa. In questo senso intendo il concetto di educazione.

  • giupsycho

    Anch’io concordo con quanto lei dice. Ho menzionato precedentemente però di atteggiamenti di tipo implicito, quindi atteggiamenti che si sono formati per lo più in età infantile e che addirittura non essendo sul campo attuale della coscienza naturalmente vengono agiti. Quindi sono d’accordo con la sua idea di “Educazione” (e-ducere, tirar fuori), ma, mi permetto di aggiungere, con maggior attenzione all’Educazione in età infantile. Già le prime discriminazioni si verificano nella scuola materna……

    • Letizia Zanini

      Mi trova perfettamente d’accordo. A questo proposito, mi permetto di segnalarle un’iniziativa della Fondazione Collegio San Carlo di Modena del 2011, che mirava proprio a gettare i semi per lo sviluppo di un pensiero critico nei bambini dell’età materno-infantile (http://cc.fondazionesancarlo.it/fondazione/Viewer?cmd=filosofiaconibambini). L’ho trovata interessantissima e davvero ben fatta.

  • giupsycho

    Ha perfettamente ragione, molto ben fatta e soprattutto proficua. Grazie mille !