Faccio parte della generazione di psichiatri che la 180 l'hanno attesa, preparata col lavoro negli ospedali psichiatrici e nelle prime sortite sul territorio e poi attuata nei servizi territoriali e nei reparti per acuti.
Come tale ritengo di aver titolo a poterne discutere.
La legge aveva come difetto di origine quello di interpretare un’esigenza culturale di carattere ideologico e fortemente orientata in senso antimanicomiale e antimedico.
Le ragioni di tale impostazione, allora condivisibile nel senso che recepiva la necessità di una inversione di tendenza,nel tempo hanno perso di validità per l'evoluzione culturale che nel frattempo si andava realizzando nella società sui temi della follia.
Nella legge è rimasta però definito un iter relativo ai trattamenti coatti che voleva essere garantista nei confronti degli ammalati,ma che in realtà è risultato soltanto farraginoso ed ha poi progressivamente indotto in molti addetti ai lavori un atteggiamento di falso "rispetto" verso la presunta libertà di chi è affetto da psicosi. Si è dimenticato così quanto avevamo appreso sulla mancanza di coscienza di malattia patognomonica della psicosi e sulla necessità di chi cura (non il Sindaco) di dover a volte prendere decisioni terapeutiche non condivise dall'ammalato ed a volte imporle per la sua tutela.
Inoltre alcuni settori fortemente ideologizzati della psichiatria hanno confuso la regressione istituzionale, sulla quale per tanti anni avevamo lavorato,con l'esistenza stessa della psicosi:ci si aspettava che scomparso il manicomio scomparisse anche la cronicità.Così si sono voluti chiudere gli occhi sullo svilupparsi delle nuove forme di cronicità territoriale. Questa popolazione è venuta pertanto crescendo in una sorta di area di omissione, rispetto alla quale aveva senso parlare solo di riabilitazione e di lavoro (temi di cui lo scrivente pure si è attivamente occupato) ma mai di medio-lungo degenza come problema dei servizi territoriali e delle strutture residenziali a essi collegati.
Essa ha fatto parte di un rimosso del territorio con il quale molti psichiatri hanno avuto un rapporto fondato su profondi sensi di colpa che raramente hanno consentito di formulare una seria riflessione sui problemi che l'attuale normativa e/o la sua parziale attuazione lasciavano privi di risposte.
Grazie a queste scotomizzazioni la nuova (ormai non più tanto) cronicità conduce un’esistenza virtuale, lontana dagli sguardi colpevoli degli psichiatri: essa ha trovato parziale accoglienza nel privato convenzionato ma mai in un piano di programmazione gestionaleche non fosse sull'emergenza ma di medio-lungo termine e di respiro nazionale.
E' a parere mio a causa di questi due difetti di natura ideologico-culturale (la confusa decisionalità sulle cure e la negazione della cronicizzazione) che si è creato questo vuoto assistenziale cui fa riferimento il Prof.Maj e che così gravemente pesa sugli psicotici e sulle loro famiglie.
Auguriamoci che diventi possibile ora una revisione fondata su posizioni sostenute da esperienze concrete e non sulle negazioni di cui sopra!
dott.Gianni Sarnelli